Cinema

Charlie Brooker, il comico che ha trasformato le sue battute negli incubi di Black Mirror

Penelope H. Fritz
Aggiungici su Google
Charlie Brooker
Charlie Brooker
Photo: MTV UK / CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Nascita3 marzo 1971
Reading, Berkshire, England, UK
ProfessioneSceneggiatore, produttore e conduttore televisivo
Noto perCunk on Life
Premi5 Emmy · Emmy (condiviso) · BAFTA · British Press Awards Columnist of the Year

Chiedete a Charlie Brooker da dove nasce un episodio di Black Mirror e la risposta raramente è una paura. Di solito è una battuta. Ha descritto le sue premesse come «scenari peggiori ulteriormente aggravati»: lo stesso meccanismo che alimentava le recensioni televisive, i palinsesti inventati e le invettive che lo hanno reso famoso. Ha anche ammesso che molte delle idee trasformate poi in discese di quaranta minuti nell’angoscia sono nate facendolo ridere. Il maiale del primo episodio, l’app di appuntamenti che fa passare da un partner all’altro, la donna la cui vita viene trasformata in una serie in streaming senza il suo consenso: ognuna è una gag che continua anche quando la battuta finale sarebbe già dovuta arrivare.

È la contraddizione silenziosa al centro della sua carriera. Lo sceneggiatore il cui nome è diventato sinonimo di catastrofe tecnologica, tanto che ogni titolo inquietante su un nuovo gadget viene ormai definito «molto Black Mirror», ha trascorso i suoi primi due decenni nella comicità e non l’ha mai davvero abbandonata. La sua prossima serie per Netflix è, secondo la presentazione ufficiale, «una commedia assurda travestita da thriller poliziesco incredibilmente serio». Si intitola Blackmere. Il nome è abbastanza simile alla sua opera più famosa da far pensare che la somiglianza non possa che essere una battuta, e probabilmente è proprio questo il punto.

Brooker è sceneggiatore, produttore, presentatore ed ex editorialista: ha lavorato in quasi ogni ambito dei media britannici, senza mai sentirsi del tutto a casa in nessuno. Ha recensito videogiochi, disegnato vignette, inventato un sito di palinsesti televisivi fasulli, scritto per un decennio di critica televisiva sul The Guardian, firmato una sitcom con Chris Morris, condotto una serie di programmi di recensioni su BBC Four e BBC Two, creato una serie sugli zombie ambientata dentro Big Brother e poi costruito una serie antologica passata da Channel 4 a Netflix, diventando uno dei titoli più longevi della piattaforma. Ha anche inventato Philomena Cunk, la presentatrice di documentari più deliziosamente ignorante della televisione.

Un’infanzia quacchera e una tesi che nessuno avrebbe accettato

Nacque con il nome di Charlton Brooker a Reading, nel Berkshire, il 3 marzo 1971. Il nome viene da una sitcom. I genitori erano fan di Bewitched e lo chiamarono come un personaggio apparso in un solo episodio della serie; alla sorella Samantha diedero invece il nome della protagonista. Crebbe a Brightwell-cum-Sotwell, un villaggio nel sud dell’Oxfordshire, in quella che ha definito una famiglia quacchera «rilassata». Ancora oggi si descrive come quacchero per via dell’educazione ricevuta, pur essendo ateo. Ha contribuito a The Atheist’s Guide to Christmas senza vedere alcuna contraddizione fra le due definizioni.

Il talento comico si manifestò presto. Da adolescente scriveva e disegnava per Oink!, l’anarchico fumetto britannico per ragazzi della fine degli anni Ottanta: una circostanza che gli vale l’insolita particolarità di essere stato pubblicato su una rivista destinata a lettori della sua stessa età. Frequentò la Wallingford School e poi il Polytechnic of Central London, diventato University of Westminster durante il suo ultimo anno, dove studiò media. Non si laureò. Stando al suo racconto, il problema fu la tesi, dedicata ai videogiochi: i docenti non ritenevano che fossero un argomento adatto a uno studio serio. Tre decenni dopo, i videogiochi sono fra i media più studiati nei corsi universitari e Brooker avrebbe condotto un programma di Channel 4 dedicato alla loro storia.

Le sue influenze comiche si riconoscono facilmente nei suoi lavori: Monty Python, The Young Ones, Blackadder, Vic Reeves e, soprattutto, Chris Morris, il satirico le cui parodie impassibili dei notiziari hanno plasmato un’intera generazione di autori comici britannici. Brooker avrebbe finito per lavorare con Morris prima di compiere trentacinque anni.

Dal bancone di un negozio a PC Zone

Prima del giornalismo, ci fu il commercio. Brooker lavorò nel reparto videogiochi di Music and Video Exchange, un negozio dell’usato a Notting Hill Gate, nella zona ovest di Londra. Quando alcuni dipendenti se ne andarono per avviare un’attività in proprio, li seguì. Quell’attività era CeX, la catena di elettronica usata che oggi ha negozi in tutto il Regno Unito e all’estero. Brooker lavorò nel primo punto vendita, disegnò le pubblicità a fumetti e creò il logo: un fatto che sorprende chiunque abbia consegnato una vecchia console al bancone di un negozio CeX senza sapere chi avesse disegnato l’insegna sopra la sua testa.

Quelle vignette gli aprirono la strada verso la stampa. Alcune apparvero su PC Zone, una rivista britannica di videogiochi per computer, e i redattori gli proposero di scrivere. Fra la metà e la fine degli anni Novanta recensì videogiochi, fra cui System Shock e Fallout, mettendo a punto una voce a metà fra il critico e il disturbatore. Disegnò una striscia a fumetti intitolata «Cybertwats» e curò una rubrica della posta, «Sick Notes», in cui insultava i lettori che gli scrivevano e metteva in palio 50 sterline per la lettera migliore.

Una vignetta di una sola pagina gli procurò guai veri. Presentata come pubblicità dello «Zoo della crudeltà di Helmut Werstler», un parco a tema ideato da uno psicologo immaginario, dove i bambini potevano sfogare sugli animali i propri impulsi violenti invece di prendersela con altre persone, era accompagnata da fotografie ritoccate di bambini che aggredivano scimmie, tassi e un orangutan. La battuta prendeva di mira il numero di animali uccisi nei giochi di Tomb Raider e inizialmente si intitolava «Lo zoo della crudeltà di Lara Croft», prima di essere modificata per ragioni legali. Molti giornalai britannici ritirarono la rivista dagli scaffali. Fu un primo indizio di uno schema destinato a ripetersi: Brooker non sempre aveva la stessa idea degli altri su dove una battuta dovesse fermarsi. Nell’ottobre 2008, in occasione del numero 200 di PC Zone, fu invitato a tornare insieme ad altri ex autori e recensì Euro Truck Simulator.

TVGoHome e i primi lavori in televisione

Dal 1999 al 2003 Brooker gestì TVGoHome, un sito che pubblicava palinsesti televisivi inventati nello stile di Radio Times. I programmi descritti non esistevano e non avrebbero mai potuto essere trasmessi; i palinsesti mescolavano una satira feroce del settore a invenzioni surreali e circolarono grazie alla newsletter tecnologica Need To Know, in un’epoca in cui imbattersi in un sito divertente poteva ancora sembrare una scoperta riservata a pochi. Fourth Estate ne pubblicò una versione in volume nel 2001 e nello stesso anno il canale digitale E4 ne trasse uno sketch show. Uno dei programmi immaginari seguiva un giovane rampante dei media, pieno di sé, di nome Nathan Barley. Qualche anno dopo avrebbe avuto una serie tutta sua.

Intanto arrivavano anche i lavori in televisione. Brooker debuttò come presentatore insieme a Gia Milinovich in The Kit, un programma sui gadget trasmesso da BBC Knowledge, e apparve nei panni di un esperto incappucciato chiamato «the Pundit» nel programma di breve durata sui videogiochi di Sky Games Republic. Nel 2000 entrò fra gli autori di The 11 O’Clock Show su Channel 4. Nel 2001 fu fra gli sceneggiatori di «Paedogeddon», lo speciale di Brass Eye sull’isteria mediatica legata agli abusi sui minori, che scatenò un’ondata di proteste alla messa in onda. Nel 2003 scrisse e narrò «How to Watch Television» per The Art Show di Channel 4, un film in parte animato nello stile dei messaggi di pubblica utilità.

Nathan Barley, scritto con Chris Morris e diretto da Morris, arrivò su Channel 4 l’11 febbraio 2005. Nicholas Burns interpretava il protagonista, webmaster e filmmaker underground che si autodefiniva «nodo mediatico che si autoagevola»; Julian Barratt era il giornalista disilluso Dan Ashcroft, affiancato da un cast che comprendeva Richard Ayoade e Ben Whishaw. La serie ebbe una sola stagione di sei episodi e all’epoca fu accolta tiepidamente. Col tempo è diventata qualcosa di molto simile a una profezia: la galleria di frequentatori dell’ambiente mediatico dell’East London, tutti ansiosi di farsi vedere con il gadget giusto e il taglio di capelli giusto, oggi sembra una guida sul campo alla cultura degli influencer, anni prima che la parola entrasse nell’uso comune. Brooker scrisse anche per Spoons, uno sketch show di Channel 4 prodotto da Zeppotron, la società di produzione di cui sarebbe diventato in seguito direttore creativo.

Dieci anni di Screen Burn

Il lavoro che fece conoscere Brooker a un pubblico più ampio fu una rubrica di giornale. Nel 2000 iniziò a scrivere «Screen Burn», una rubrica settimanale di recensioni televisive per The Guide, il supplemento del sabato dedicato all’intrattenimento del The Guardian. La tenne fino all’ottobre 2010. Per lui la televisione era un argomento da detestare come si deve: reality show, notiziari senza sosta, programmi sulle celebrità e i loro presentatori venivano descritti con un livello di invettiva raro sulla stampa nazionale e spesso molto divertente. Dalla fine del 2005 scrisse anche «Supposing», una rubrica a ruota libera per la sezione G2 del giornale, che l’anno dopo si ampliò fino a occupare un’intera pagina del lunedì.

La rubrica gli valse il premio di editorialista dell’anno ai British Press Awards del 2009 e portò alla pubblicazione di una serie di raccolte per Faber: Screen Burn nel 2004, Dawn of the Dumb nel 2007, The Hell of It All nel 2009 e I Can Make You Hate nel 2012. Prima erano usciti due libri basati sulle sue invenzioni: l’edizione cartacea di TV Go Home nel 2001 e Unnovations, un catalogo parodistico di gadget, nel 2002.

La rubrica gli procurò anche la settimana peggiore degli inizi della sua carriera. Il 24 ottobre 2004, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali statunitensi, una puntata di «Screen Burn» su George W. Bush si chiudeva con una frase che sembrava auspicare l’assassinio del presidente. Il giornale rimosse il pezzo dal proprio sito e pubblicò le scuse di Brooker. In seguito spiegò di aver ripreso una battuta molto vecchia, una variante di un graffito visto per la prima volta negli anni Ottanta, e che nel giro di pochi minuti «metà di Internet» era convinta che il giornale stesse ufficialmente invocando un omicidio. La sua casella di posta, scrisse, era stata inondata di minacce di morte.

Quando nel 2010 abbandonò «Screen Burn», la motivazione che diede fu rivelatrice. Nell’ultima rubrica scrisse che era diventato sempre più difficile conciliare il ruolo di critico caustico con il suo lavoro di produttore televisivo, e scrivere con obiettività di persone con cui ormai lavorava e usciva. L’uomo che aveva costruito una carriera attaccando la televisione ne faceva ormai parte. Grace Dent, collaboratrice abituale, prese il suo posto. Brooker continuò a scrivere occasionalmente articoli di commento per il giornale; l’ultimo uscì nel maggio 2015.

Gli anni di Wipe

La versione televisiva della rubrica debuttò nel 2006. Charlie Brooker’s Screenwipe esordì su BBC Four con una breve stagione pilota nell’aprile di quell’anno e tornò con nuove puntate fino al 2008, fra speciali natalizi e bilanci di fine anno. La formula era semplice e nuova: Brooker, seduto in una stanza buia davanti a un televisore, spiegava che cosa non andava nei programmi che vi passavano, fra clip, stacchi e lunghe invettive precise al millimetro. Gli episodi ruotavano intorno a temi come la televisione americana, i notiziari, la pubblicità e i programmi per bambini. Per l’ultimo, si unì per una settimana al cast del programma per bambini di ITV Toonattik nel ruolo di «Angry News Guy». In un’altra puntata intervistò alcuni fra i più noti sceneggiatori britannici, che parlarono del loro mestiere. La quinta stagione, alla fine del 2008, fu la prima a essere replicata in prima serata su BBC Two. La sigla era «A.M. 180» della band americana Grandaddy e Brooker chiudeva di solito con la stessa frase: «Grazie per aver guardato. Ora andatevene».

Dal 25 marzo 2009 Newswipe with Charlie Brooker applicò lo stesso metodo ai notiziari. Esaminava il modo in cui televisioni e giornali fabbricavano paura e riempivano il tempo di trasmissione e nel 2010 vinse il premio della Royal Television Society come miglior programma d’intrattenimento. Una seconda stagione iniziò nel gennaio 2010. Il 29 settembre 2009 BBC Four trasmise Gameswipe, uno speciale sui videogiochi, proprio l’argomento che i suoi docenti non avevano voluto accettare. Dal 2010 la formula diventò un appuntamento annuale con gli speciali di fine anno Wipe; l’ultimo andò in onda il 29 dicembre 2016. Quell’edizione conclusiva, Charlie Brooker’s 2016 Wipe, vinse nel 2017 il BAFTA per il miglior programma comico e d’intrattenimento comico.

Charlie Brooker’s Weekly Wipe arrivò su BBC Two il 31 gennaio 2013, combinando i format dedicati alla televisione e ai notiziari con un cast fisso e ospiti, e proseguì per tre stagioni, fino al 2015, oltre a uno speciale di 60 minuti, Election Wipe, nel maggio 2015. Introdusse anche il personaggio destinato a sopravvivere al format: Philomena Cunk, interpretata dalla comica Diane Morgan, un’intervistatrice serissima che poneva agli accademici domande talmente stupide da sfiorare la profondità, in una rubrica ricorrente chiamata «Moments of Wonder». Il franchise tornò ancora una volta il 14 maggio 2020 con Charlie Brooker’s Antiviral Wipe, uno speciale di 45 minuti per BBC Two sulla vita durante il lockdown, realizzato con la troupe di una serie su Cunk rinviata. In un primo momento Brooker rifiutò l’idea, accettando solo quando fu chiaro che il format, basato su filmati d’archivio e con poche persone in scena insieme, si poteva realizzare nel rispetto delle regole anti-pandemia.

Negli anni di Wipe diventò una presenza fissa nei programmi britannici a squadre. Partecipò a Have I Got News for You, 8 Out of 10 Cats, Never Mind the Buzzcocks, Would I Lie to You? e The Big Fat Quiz of the Year. Dal 2009 condusse il quiz a squadre di Channel 4 You Have Been Watching, presentò How TV Ruined Your Life su BBC Two all’inizio del 2011 e fu uno dei quattro conduttori, insieme a David Mitchell, Jimmy Carr e Lauren Laverne, della serata elettorale alternativa di Channel 4 nel maggio 2010. La televisione in diretta lo terrorizzava a tal punto che in seguito scherzò sul fatto di aver perso il controllo della vescica durante la trasmissione; i quattro conduttori tornarono comunque nel gennaio 2011 con il programma settimanale di attualità 10 O’Clock Live. Su BBC Radio 4 presentò So Wrong It’s Right, un quiz comico che celebrava il fallimento, per tre stagioni fra il 2010 e il 2012.

I videogiochi rimasero al centro di tutto. Nel novembre 2013 Channel 4 trasmise How Videogames Changed the World, un lungo speciale in cui Brooker passava in rassegna 25 giochi importanti, da Pong a Grand Theft Auto, con interventi di Jonathan Ross, Dara Ó Briain e designer come Will Wright e John Romero. Per un uomo che aveva lasciato l’università senza laurearsi a causa di una tesi su quell’argomento, sembrava una tardiva e molto pubblica ripresentazione.

YouTube video

Dead Set e la svolta drammatica

Dead Set
Dead Set (2008)

Il suo primo dramma fu una serie horror, ambientata proprio nel programma che aveva passato anni a prendere in giro. Dead Set, cinque episodi realizzati da Zeppotron per E4, andò in onda nell’ottobre 2008 in occasione di Halloween. Una pandemia di zombie travolge la Gran Bretagna la sera di un’eliminazione da Big Brother e i concorrenti, isolati dal mondo esterno, sono gli ultimi a scoprirlo. Jaime Winstone interpretava una runner del programma e la vera conduttrice di Big Brother, Davina McCall, compariva nei panni di se stessa: un’aggiunta che rendeva la premessa ancora più sgradevolmente plausibile. Brooker, appassionato di horror di lunga data, insistette sul fatto che «non si poteva definire una commedia» e disse di sperare che avrebbe «sorpreso, divertito e inorridito il pubblico in egual misura».

Ci riuscì. Dead Set fu candidata al BAFTA per la miglior serie drammatica e venne replicata su Channel 4 nel gennaio successivo, in concomitanza con Celebrity Big Brother. Ma soprattutto dimostrò che le idee di Brooker potevano tenere il pubblico incollato allo schermo senza bisogno di una voce narrante che spiegasse la battuta. La satira era nella situazione: l’attenzione di un’intera nazione concentrata a tal punto su un reality show da trasformare la fine del mondo in un rumore di fondo.

Black Mirror su Channel 4

Black Mirror
Black Mirror (2011)

L’idea di una serie antologica gli venne mentre lavorava a Newswipe e pensava a The Twilight Zone. Brooker notò che Rod Serling era riuscito a far passare sotto gli occhi dei censori del suo tempo riflessioni sui temi contemporanei, ambientandole in mondi immaginari, e capì che lo stesso trucco poteva funzionare con la tecnologia. Sviluppò la serie insieme ad Annabel Jones, produttrice con cui lavorava dai tempi di Screenwipe. La loro prima proposta al dipartimento commedie di Channel 4 prevedeva otto episodi di mezz’ora scritti da autori diversi. Alla fine ne uscirono tre film di un’ora. Il titolo, ispirato in parte a una canzone degli Arcade Fire, indicava un oggetto che tutti possiedono. «Lo “specchio nero” del titolo è quello che troviamo su ogni parete, su ogni scrivania, nel palmo di ogni mano», scrisse sul The Guardian: «lo schermo freddo e lucido di un televisore, di un monitor, di uno smartphone».

Il primo episodio, trasmesso il 4 dicembre 2011, era «The National Anthem»: un primo ministro britannico, interpretato da Rory Kinnear, viene informato che una principessa rapita sarà uccisa se lui non farà sesso con un maiale in diretta televisiva. L’episodio raccolse 145 reclami all’autorità di regolamentazione Ofcom e presentò la serie come qualcosa di ben diverso dalla fantascienza rispettabile. «Fifteen Million Merits», scritto insieme alla moglie di Brooker, Konnie Huq, aveva per protagonista Daniel Kaluuya, nei panni di un uomo che vive in un mondo in cui si guadagna pedalando su cyclette e l’unica via di fuga è un talent show. «The Entire History of You», scritto da Jesse Armstrong, immaginava impianti mnemonici che permettevano a un marito geloso di rivedere ogni istante della propria vita coniugale. Nel 2012 la serie vinse l’International Emmy come miglior film per la televisione o miniserie.

Una seconda stagione arrivò nel febbraio 2013. In «Be Right Back» Hayley Atwell affrontava il lutto grazie a una copia artificiale del compagno morto; in «The Waldo Moment» un orso animato si candidava al Parlamento. Brooker disse di aver scelto deliberatamente protagoniste femminili per gli episodi iniziali dopo essersi reso conto che tutti i personaggi principali della prima stagione erano uomini. Seguì lo speciale «White Christmas», trasmesso il 16 dicembre 2014 e interpretato da Jon Hamm e Rafe Spall, poi un lungo e frustrante silenzio. La serie continuava a essere finanziata con il budget delle commedie, ma era costosa: in un’antologia non ci sono scenografie né cast ricorrenti su cui distribuire le spese. I nuovi dirigenti chiedevano sinossi dettagliate prima di dare il via libera e alcune idee di Brooker tornavano indietro con il giudizio che «non erano molto Black Mirror».

A Touch of Cloth

A Touch of Cloth
A Touch of Cloth (2012)

Mentre Black Mirror era in attesa, Brooker tornò alla commedia pura. A Touch of Cloth, scritto con Daniel Maier per Sky1, debuttò il 26 agosto 2012. Era una parodia delle serie poliziesche britanniche, con i loro detective cupi, la pioggia e le tragedie personali. John Hannah interpretava l’ispettore capo Jack Cloth e Suranne Jones la collega Anne Oldman; entrambi erano stati scelti anche perché avevano recitato in veri crime drama. Il titolo univa un richiamo a A Touch of Frost a un’espressione britannica volgare. Seguirono altre due stagioni, nel 2013 e nel 2014; nell’ultima si unì al cast Karen Gillan. La serie venne realizzata nello stesso periodo della prima stagione di Black Mirror, e questo dice qualcosa sul metodo di Brooker: negli stessi mesi, lo stesso autore stava costruendo uno dei drammi più cupi della televisione e una parodia con una battuta al secondo.

La parodia ebbe una lunga vita anche dopo la sua conclusione. Gran parte della squadra di autori, fra cui Maier, Ben Caudell, Jason Hazeley e Joel Morris, è dietro a Blackmere, la parodia poliziesca che Netflix prevede di distribuire nel 2027.

Il passaggio a Netflix

Gli anni di Channel 4 si chiusero con una guerra di offerte. Netflix aveva iniziato a trasmettere in streaming le prime due stagioni negli Stati Uniti nel dicembre 2014, regalando alla serie un vasto nuovo pubblico, e reti americane come AMC, Syfy e HBO avevano mostrato interesse. Brooker e Jones hanno raccontato che avrebbero voluto mantenere Channel 4 come partner alla pari, ma l’emittente propose soltanto un rinnovo breve, a condizioni di cui non si fidavano. Nel settembre 2015 Netflix commissionò dodici episodi. Nel marzo 2016 superò anche l’offerta di Channel 4 per i diritti nel Regno Unito, con una proposta che, secondo quanto riportato, si aggirava sui 40 milioni di dollari. Era la prima volta che un servizio di streaming strappava una serie a un’emittente che voleva tenerla; quell’episodio divenne un punto di riferimento nel dibattito su come lo streaming avrebbe cambiato la televisione britannica.

I primi episodi Netflix, pubblicati in tutto il mondo il 21 ottobre 2016, ampliarono gli orizzonti della serie. Brooker scrisse per primo «San Junipero», quello che definì un «voluto pernacchione» rivolto ai fan convinti che il passaggio avrebbe americanizzato la serie: una storia d’amore fra due donne, interpretate da Gugu Mbatha-Raw e Mackenzie Davis, in una cittadina di mare che si rivela essere un aldilà digitale. E finisce bene. «Nosedive», con Bryce Dallas Howard nei panni di una donna la cui vita è governata da una valutazione sociale a cinque stelle, nasceva da un soggetto di Brooker sceneggiato da Michael Schur e Rashida Jones. La quarta stagione, uscita il 29 dicembre 2017, si apriva con «USS Callister», una parodia delle avventure spaziali scritta insieme a William Bridges, in cui un programmatore bullizzato, interpretato da Jesse Plemons, intrappola le copie digitali dei colleghi in un gioco in stile Star Trek. «Hang the DJ», incluso nella stessa stagione, aveva per protagonisti Georgina Campbell e Joe Cole, una coppia abbinata da un algoritmo.

Arrivarono anche i premi. Nel 2017 «San Junipero» vinse il Primetime Emmy come miglior film televisivo e Brooker l’Emmy per la miglior sceneggiatura di una miniserie, di un film o di uno speciale drammatico. Nel 2018 «USS Callister» si aggiudicò entrambi i premi, con il riconoscimento per la sceneggiatura condiviso con Bridges. Nel 2019 Black Mirror: Bandersnatch portò a tre le vittorie consecutive nella categoria dei film per la televisione. Uscito il 28 dicembre 2018, Bandersnatch era un film interattivo ambientato nel 1984: lo spettatore decideva che cosa avrebbe fatto il giovane programmatore di videogiochi interpretato da Fionn Whitehead, fra cinque finali principali. La complessità tecnica del formato ritardò la quinta stagione; nel maggio 2025 Netflix rimosse il film dal servizio perché il supporto ai titoli interattivi ostacolava altri lavori tecnici. L’entusiasmo della giuria degli Emmy cambiò anche le regole, mentre i critici contestavano che gli episodi di una serie potessero competere nella categoria dei film televisivi.

Le critiche e le obiezioni

Brooker non ha mai avuto un rapporto facile con il consenso generale e il giudizio su Black Mirror non è sempre stato benevolo. La quinta stagione, composta da tre episodi e uscita il 5 giugno 2019, fu accolta più freddamente delle precedenti; un critico della BBC parlò di «un episodio buono e due mediocri o brutti». Le critiche ricorrenti sono note a chi segue la serie: la sua morale può sembrare formulaica, troppi episodi ruotano intorno allo stesso espediente — una mente umana copiata in un software — e i colpi di scena sono diventati prevedibili quando il pubblico ha imparato ad aspettarseli. Brooker arrivò vicino a dar ragione ai critici. All’inizio della sesta stagione disse di voler impedire che il programma diventasse «la serie in cui la coscienza viene caricata su un dischetto» e si propose di capovolgere deliberatamente le sue stesse idee di fondo su ciò che la serie avrebbe dovuto essere.

La contraddizione più grande è di natura commerciale. Una serie costruita sulla diffidenza verso le aziende tecnologiche viene realizzata per una delle più grandi, e Brooker ha fatto di questo disagio parte del suo lavoro. L’episodio del 2023 «Joan Is Awful» segue una donna, interpretata da Annie Murphy, che scopre che Streamberry, un servizio di streaming con un’interfaccia e un suono quasi identici a quelli di Netflix, ha trasformato la sua vita in un dramma con Salma Hayek, usando i diritti ceduti quando ha accettato i termini e le condizioni. Netflix lo ha distribuito lo stesso. In seguito Brooker ha suggerito che gli spettatori potevano immaginare ogni episodio come una produzione Streamberry. La puntata lascia al pubblico una domanda: è un satirico che morde la mano che lo nutre o una piattaforma che assorbe chi la critica?

Non tutti i progetti hanno funzionato. Death to 2020, un falso documentario Netflix uscito il 27 dicembre 2020 con Hugh Grant, Samuel L. Jackson e Lisa Kudrow nel cast, adattava Wipe, il bilancio di fine anno, per un pubblico globale e venne perlopiù stroncato. I critici trovarono le battute scontate, anche se alcune interpretazioni furono lodate. Il seguito, Death to 2021, si fece comunque, con Brooker in un ruolo ridotto. La formula che aveva funzionato per il pubblico della BBC, abituato alla sua voce, non resse quando venne distribuita fra un cast di personaggi americani.

Death to 2020
Death to 2020 (2020)

Broke and Bones, Cunk e la sesta stagione

La società dietro la serie cambiò due volte nel giro di pochi anni. La prima stagione fu prodotta da Zeppotron per il gruppo olandese Endemol; in seguito Brooker e Jones diressero House of Tomorrow, una divisione di Endemol Shine. Lasciarono la società verso l’inizio del 2020, mentre i diritti di Black Mirror restavano a Endemol, e fondarono Broke and Bones. Nel luglio 2020 Netflix siglò con la nuova società un insolito accordo d’investimento, il primo del genere nel Regno Unito: la piattaforma otteneva l’esclusiva sui suoi contenuti e l’opzione di rilevarla interamente nell’arco di cinque anni. In base all’accordo, Broke and Bones realizzò Death to 2020, il dramma di Jack Thorne Toxic Town, di cui Brooker fu produttore esecutivo, e gli speciali di Cunk. Nel 2022 Brooker fu inoltre accreditato come creatore di Cat Burglar, un cortometraggio interattivo animato per Netflix.

Philomena Cunk era già passata da Weekly Wipe ai suoi falsi documentari, a partire da Cunk on Shakespeare nel 2016 e Cunk on Britain nel 2018. Cunk on Earth, un viaggio in cinque parti nella storia della civiltà umana, debuttò su BBC Two nel settembre 2022 e poi arrivò su Netflix, trasformando un personaggio di culto della BBC in una figura internazionale. Il metodo era quello dei programmi Wipe capovolto: invece di vedere Brooker spiegare la televisione al pubblico, Cunk, interpretata da Morgan, non riusciva a capire la storia davanti a veri esperti, che spesso faticavano a mantenere un’espressione seria. Cunk on Life, uno speciale di un’ora sul significato dell’esistenza scritto da Brooker insieme a Morgan, andò in onda sulla BBC nel dicembre 2024 e arrivò su Netflix il 2 gennaio 2025; lo speciale ottenne una candidatura agli Emmy per la sceneggiatura.

La sesta stagione di Black Mirror arrivò il 15 giugno 2023 con cinque episodi e un deliberato cambio di direzione. «Demon 79», scritto insieme a Bisha K. Ali, era una storia horror ambientata nel 1979, senza tecnologia al centro. «Mazey Day» aveva a che fare con un licantropo. «Beyond the Sea», con Aaron Paul e Josh Hartnett, era ambientato in un 1969 alternativo. Netflix dichiarò che nella settimana d’uscita la serie era stata vista per 60 milioni di ore, ma le recensioni furono contrastanti. Nello stesso mese Brooker disse a Empire di aver chiesto a ChatGPT di scrivere un episodio di Black Mirror. A prima vista il risultato sembrava plausibile, raccontò, ma a una seconda lettura era «una schifezza», perché il chatbot aveva soltanto cercato le sinossi degli episodi esistenti e le aveva mescolate. Difficile immaginare un aneddoto più in linea con il suo stile.

Into Infinity e la fine di un accordo

La settima stagione, uscita il 10 aprile 2025, è stata la prima a includere un seguito diretto. «USS Callister: Into Infinity», scritto da Brooker con Bisha K. Ali, William Bridges e Bekka Bowling, riportava in scena il personaggio di Cristin Milioti e l’equipaggio di copie digitali, ora in un universo di gioco popolato da milioni di giocatori ostili. «Common People», con Rashida Jones e Chris O’Dowd, seguiva una coppia il cui abbonamento a un impianto cerebrale viene silenziosamente declassato se non paga di più: una riflessione sull’economia degli abbonamenti che non aveva bisogno di essere esagerata. I critici giudicarono la stagione più calda e più omogenea delle due precedenti; nel 2025 raccolse dieci candidature agli Emmy, più di qualsiasi stagione precedente, fra cui quella per la sceneggiatura di «Common People» a Brooker e Ali.

Pochi mesi dopo giunse a scadenza l’accordo quinquennale con Netflix. Dai documenti societari risulta che Brooker e Jones si dimisero da amministratori di Broke and Bones il 3 luglio 2025, lasciando la società nelle mani di Netflix e potendo così lavorare con altri partner. I diritti di Black Mirror rimasero a Netflix ed entrambe le parti dissero di volere nuovi episodi. Nel gennaio 2026 Netflix rinnovò la serie per un’ottava stagione. Brooker disse che Black Mirror sarebbe tornata «più Black Mirror che mai», giusto in tempo perché la realtà la raggiungesse, e che la parte del suo cervello che se ne occupa era già stata «attivata» e «si era messa in moto». La produzione è iniziata nell’estate del 2026 e non è stata annunciata una data d’uscita.

Konnie Huq e il Brooker privato

Brooker incontrò la conduttrice televisiva Konnie Huq, la presentatrice con la carriera più lunga fra quelle che hanno condotto il programma per ragazzi della BBC Blue Peter, durante le riprese di un episodio di Screenwipe nel 2008. Si fidanzarono dopo nove mesi e si sposarono il 26 luglio 2010 alla Little White Wedding Chapel di Las Vegas. Hanno due figli. Huq ha scritto con lui «Fifteen Million Merits» e in seguito ha pubblicato libri per ragazzi, a cominciare da Cookie and the Most Annoying Boy in the World nel 2019. Per il resto Brooker è riservato sulla vita familiare; la sua immagine pubblica, cupa e autoironica, è un personaggio con cui gioca più che un ritratto completo di sé. Nel gennaio 2018 fu ospite di Desert Island Discs su BBC Radio 4.

Fuori dalla televisione, continua a essere richiesto come relatore per parlare degli effetti della tecnologia sulle persone. Nel 2026 è stato ingaggiato come relatore principale al British Legal Technology Forum, davanti a un pubblico di avvocati e tecnologi invitati ad ascoltare l’uomo che continua a immaginare come i loro strumenti potrebbero andare storti.

Blackmere, Cunk on Cinema e i prossimi progetti

Il progetto che riunisce le due anime della sua carriera è Blackmere. Netflix annunciò la serie, allora senza titolo, il 9 settembre 2025; le riprese si svolsero a Londra in settembre e a Manchester in ottobre. Il 24 settembre 2026, durante un evento Netflix UK a Londra, la piattaforma ne svelò il titolo e diffuse le prime immagini. Paddy Considine interpreta il detective John Blackmere; nel cast ci sono Georgina Campbell, Lena Headey e Rory Kinnear. Kinnear era il primo ministro nel primissimo episodio di Black Mirror, mentre Campbell era la protagonista di «Hang the DJ». La regia è di Al Campbell e il gruppo di sceneggiatori riunisce buona parte della squadra di A Touch of Cloth, insieme a Emer Kenny. La sinossi ufficiale sembra una parodia di ogni crime drama di prestigio: un detective tormentato lascia la città settentrionale di Bleakford, fradicia di pioggia, e si trasferisce a Londra per vendicare la morte della sua collega e catturare un serial killer ritualista «prima che finiscano le vittime». La sinossi si chiude con un avvertimento: «Contiene sangue e smorfie». In una delle prime immagini si vede Considine dietro un nastro della polizia su cui è stampata un’imprecazione. Al momento dell’annuncio, Brooker aveva accompagnato il comunicato stampa con una dichiarazione che prendeva in giro proprio i comunicati stampa, dicendo che sognava di poterne firmare uno «da quando ero un giovane feto». La serie è attesa all’inizio del 2027.

Anche Philomena Cunk è pronta a tornare. Il 14 settembre 2026 BBC e Netflix hanno annunciato Cunk on Cinema, una serie in tre parti scritta da Brooker con Diane Morgan e un gruppo di collaboratori abituali, ancora una volta diretta da Al Campbell. Cunk ripercorrerà la storia del cinema, dall’invenzione della macchina da presa agli effetti generati al computer e all’intelligenza artificiale, con interviste a Michael Bay, Benedict Cumberbatch e al critico Mark Kermode. La serie andrà in onda su BBC Two e iPlayer nel Regno Unito e su Netflix nel resto del mondo; non è stata ancora fissata una data.

Fra queste due commedie si colloca l’ottava stagione di Black Mirror, la serie che lo ha reso famoso prendendo sul serio le battute. Per gran parte della sua carriera, il lavoro di Brooker è stato letto come un avvertimento. Forse è più utile accoglierlo nel modo in cui lui stesso continua a suggerire: gli incubi e le battute nascono dallo stesso posto e spesso fra loro c’è un solo passo, appena troppo plausibile. Con una parodia poliziesca, un falso documentario sul cinema e una nuova serie di distopie tutti in produzione contemporaneamente, si appresta a mettere alla prova quest’idea su tre fronti nello stesso anno.

Serie principali

Tag: , , , , ,

Aggiungici su Google

Discussione

Ci sono 0 commenti.