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Mel Brooks, un secolo di risate contro gli altari: ora torna Yogurt

Penelope H. Fritz
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Mel Brooks
Mel Brooks
Photo: John Mathew Smith & www.celebrity-photos.com from Laurel Maryland, USA / CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Nascita28 giugno 1926
Brooklyn, New York City, United States
ProfessioneRegista e comico
Noto perToy Story 4, Frankenstein Junior, Hotel Transylvania 2
PremiOscar · Academy (alla carriera) · 2 Tony · Grammy · Emmy · Kennedy Center Honors · AFI (alla carriera)

Mel Brooks non si è mai fidato della solennità. La sua teoria, ripetuta per quasi tutta la vita, è che il modo più sicuro per togliere potere a un tiranno sia costringerlo a cantare e ballare male, e che il modo più sincero per amare un genere sia rovesciargli i mobili. In Italia lo sa chiunque abbia ripetuto almeno una volta il «Si può fare!» del doppiaggio di Frankenstein Junior. Quella convinzione lo ha reso il parodista da cui ogni parodia successiva continua a copiare, e spiega perché il buffone più premiato di Hollywood sia pronto a rimettersi una tunica e due orecchie enormi: in Spaceballs: The New One, il seguito prodotto da Amazon MGM di Balle spaziali, torna a essere Yogurt, minuscolo custode della Schwartz, e il vanitoso presidente Skroob.

Il paradosso è evidente: Brooks è diventato ciò che ha passato la carriera a sgonfiare. Oggi è un monumento, celebrato per il suo centesimo compleanno da un’ondata di omaggi hollywoodiani e protagonista di un documentario in due parti su HBO Max il cui titolo ricicla la sua battuta più vecchia. La domanda che pone l’ultima stagione della sua vita è se si possa santificare un uomo e lasciargli comunque il diritto di essere sguaiato.

Quel diritto se l’è guadagnato presto. È a Brownsville, quartiere povero di Brooklyn, che Melvin James Kaminsky viene al mondo il 28 giugno 1926, ultimo figlio di Kitty Brookman e Max Kaminsky. Il padre muore quando lui ha due anni; più tardi costruirà il nome d’arte partendo dal cognome da nubile della madre. Arruolato nel 1944, serve come geniere nel 1104° battaglione genio da combattimento e attraversa la battaglia delle Ardenne. Da allora ripete che l’unica vendetta contro Hitler che valga la pena è il ridicolo.

La televisione gli dà la prima stanza degli autori. All’inizio degli anni Cinquanta entra nella squadra di Your Show of Shows, il programma di Sid Caesar, dove scrivono anche Carl Reiner e Neil Simon, e segue Caesar a Caesar’s Hour. Con Reiner improvvisa alle feste The 2000 Year Old Man, un vecchio di duemila anni che ha visto tutto, finché gli amici non li costringono a registrarlo; il numero diventa una serie di dischi e, decenni dopo, un Grammy. Nel 1965 crea con Buck Henry Get Smart, parodia spionistica che dura cinque stagioni e insegna alla televisione americana che l’imbranato può diventare un marchio.

Per favore, non toccate le vecchiette, il suo primo film da regista, fissa le regole di tutto ciò che verrà. Zero Mostel e Gene Wilder sono un truffatore di Broadway e il suo contabile che mettono in scena Springtime for Hitler sperando in un fiasco. Una parte della critica trova la battuta di cattivo gusto, e Brooks vince comunque l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Il mistero delle dodici sedie, dal romanzo di Il’f e Petrov, affonda al botteghino. Lui continua a citarlo tra i suoi preferiti.

Poi arriva l’anno che rende il suo nome permanente. Mezzogiorno e mezzo di fuoco, scritto da una squadra che comprendeva Richard Pryor, paracaduta uno sceriffo nero, interpretato da Cleavon Little, in un villaggio del West pieno di razzisti e punta la macchina da presa sui razzisti. Frankenstein Junior, scritto con Gene Wilder e girato in bianco e nero come lettera d’amore all’horror della Universal, vale a entrambi una candidatura all’Oscar. Escono tutti e due nel 1974. Nei 13 anni successivi la formula gira ancora con L’ultima follia di Mel Brooks, il pastiche hitchcockiano Alta tensione, La pazza storia del mondo e Balle spaziali.

Meno visibile, e più rivelatrice, c’è la Brooksfilms. Quando la sua società produce The Elephant Man di David Lynch nel 1980, Brooks toglie il proprio nome dai titoli perché il pubblico non entri in sala aspettandosi gag. La casa sostiene poi La mosca di David Cronenberg. Il comico che voleva la sua faccia ovunque sapeva nasconderla quando l’opera lo chiedeva, una contraddizione che il personaggio del burlone ammette di rado.

La versione canonizzata salta anche il tratto in cui la forma ha superato il suo inventore. Robin Hood – Un uomo in calzamaglia poteva ancora contare su Cary Elwes e un giovane Dave Chappelle, ma Dracula morto e contento fu stroncato dalla critica, andò male al botteghino ed è rimasto l’ultimo film da lui diretto. La parodia era ormai passata ai fratelli Zucker e ai loro imitatori. E i film di cui va più fiero sono oggi al centro di una disputa in cui è entrato di sua volontà: nel 2017 ha detto a BBC Radio 4 che Mezzogiorno e mezzo di fuoco non si potrebbe più fare perché «siamo diventati stupidamente politicamente corretti, che è la morte della commedia». I suoi difensori ricordano che gli insulti del film ricadono sempre su chi li pronuncia; i suoi critici rispondono che il bersaglio di una battuta non è mai l’unico presente nella stanza.

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A salvare la seconda metà della carriera è stato il palcoscenico. La versione di Broadway di The Producers, con Nathan Lane e Matthew Broderick, vince nel 2001 il record di dodici Tony Award, tre dei quali suoi, completando un raro EGOT accanto agli Emmy, tra cui tre per lo zio Phil di Mad About You. Da allora gli onori non si sono più fermati: Kennedy Center Honors nel 2009, AFI Life Achievement Award nel 2013, National Medal of Arts nel 2016, Fellowship BAFTA nel 2017 e un Oscar onorario ai Governors Awards nel gennaio 2024. Nel 2021 ha pubblicato l’autobiografia All About Me! e due anni dopo ha scritto e narrato La pazza storia del mondo, Parte II per Hulu.

La sua vita privata è diventata pubblica soprattutto attraverso il lutto. Dal primo matrimonio, con Florence Baum, sono nati tre figli. Nel 1964 ha sposato Anne Bancroft e sono rimasti insieme fino alla morte di lei nel 2005; il loro figlio, Max Brooks, ha scritto il romanzo sugli zombie World War Z. Le morti di Gene Wilder nel 2016 e di Carl Reiner nel 2020 gli hanno tolto i due complici che conoscevano meglio la sua comicità, una perdita che scorre sotto il documentario di Judd Apatow e Michael Bonfiglio Mel Brooks: The 99 Year Old Man!, uscito su HBO Max nel gennaio 2026.

Brooks ha compiuto 100 anni il 28 giugno 2026, e la sua agenda intorno a quel compleanno è più piena di quella di molti attori in attività. A maggio FX e Hulu hanno ordinato la serie Very Young Frankenstein, con Taika Waititi alla regia dell’episodio pilota, Zach Galifianakis protagonista e Brooks produttore esecutivo. Spaceballs: The New One, diretto da Josh Greenbaum su sceneggiatura di Josh Gad, Benji Samit e Dan Hernandez, riporta Rick Moranis e Bill Pullman e dovrebbe uscire nei cinema statunitensi il 23 aprile 2027. Brooks avrà ancora 100 anni e continuerà a sostenere, attraverso un vecchio saggio di lattice con le orecchie di gomma, che niente di sacro sopravvive a una bella risata. Nemmeno lui.

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