Arte

Lucio Fontana, l’allievo di Wildt che coprì il gesso di catrame e poi tagliò la tela

Penelope H. Fritz
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Lucio Fontana
Lucio Fontana
Photo: DarioBurul1 / CC0, via Wikimedia Commons
Nascita19 febbraio 1899
Rosario
Morte7 settembre 1968 (69)
ProfessioneScultore e pittore
PremiGran Premio di Pittura, Biennale di Venezia · Medaglia d'Argento per il Valore Militare

Per aprire un taglio in una tela basta un secondo. È questa la trappola tesa da Lucio Fontana a chiunque si trovi davanti a una delle sue Attese: il gesto sembra così semplice che l’occhio si rifiuta di accettarlo come opera, e così definitivo che nessuno è riuscito a ripeterlo senza dare l’impressione di citarlo. Non ha mai dipinto un’immagine dello spazio. Ha aperto la superficie, foderato la ferita con una garza nera e lasciato che l’oscurità retrostante entrasse nell’immagine, trasformando il supporto più antico della pittura occidentale in un oggetto dotato di un interno.

Il taglio arrivò al termine di una lunga deviazione, che le tele bianche e immacolate tendono a nascondere. Suo padre, Luigi Fontana, era uno scultore italiano attivo a Rosario, nella provincia argentina di Santa Fe, dove Lucio nacque nell’ultimo inverno del XIX secolo. Crebbe con il padre e la matrigna, Anita Campiglio, e a sei anni fu mandato in Italia per studiare. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario, raggiunse il grado di sottotenente di fanteria e fu ferito sul fronte del Carso; tornò a casa con una medaglia d’argento al valor militare.

Dopo la guerra rientrò a Rosario, la città in cui era nato il 19 febbraio 1899, lavorò nello studio del padre e poi aprì il proprio, allontanandosi già dal realismo paterno per avvicinarsi alle figure spigolose di Alexander Archipenko. Nel 1927 era di nuovo a Milano, iscritto all’Accademia di Brera, dove studiò con lo scultore Adolfo Wildt e fu compagno di corso di Fausto Melotti. Wildt lo considerava l’erede del suo marmo levigato e manierista. La risposta di Fontana, come raccontò nel 1963, fu lasciare l’Accademia, modellare grossolanamente un pezzo di gesso a forma di uomo seduto e ricoprirlo di catrame. Voleva, disse, una strada tutta sua. La sua prima mostra personale si tenne alla Galleria del Milione di Milano nel 1930.

Negli anni Trenta lavorò contemporaneamente in due direzioni. Ad Albisola, sulla costa ligure, realizzò ceramiche dai colori accesi e dalle forme quasi liquide; nel 1935 aderì al gruppo parigino Abstraction-Création. L’altra direzione è quella che le retrospettive di solito tralasciano.

Fontana risulta iscritto ai Fasci di Combattimento già nel 1920, e gran parte della sua scultura pubblica negli anni Trenta fu realizzata per il regime. Alla Biennale di Venezia del 1930 presentò Vittoria fascista e, nello stesso anno, modellò un busto di Mussolini. Nel 1936 il suo gruppo della Vittoria fu collocato nel salone d’onore della Triennale di Milano, ribattezzato Salone del Trionfo per celebrare l’invasione dell’Etiopia; inoltre, la nuova sede della federazione fascista milanese fu decorata con un rilievo sul soffitto raffigurante cinque Vittorie alate armate e cariche di bottino di guerra. Dopo il 1945, l’edificio diventò una caserma dei Carabinieri. Nulla di tutto questo cancella ciò che venne dopo, ma rende più complessa l’immagine di un artista nato puro nell’era spaziale. L’uomo che avrebbe scritto manifesti sulla dissoluzione della materia nella luce aveva trascorso anni a dare corpo a un mito politico, ed è difficile non leggere il successivo abbandono della figura anche come un allontanamento da quella cultura delle commissioni.

La Seconda guerra mondiale lo riportò in Argentina per sette anni, mentre i bombardamenti alleati distruggevano il suo studio milanese e tutto ciò che conteneva. A Buenos Aires fondò nel 1946 l’accademia Altamira insieme a un gruppo di studenti e contribuì alla stesura del Manifiesto Blanco, che non firmò ma a cui diede chiaramente forma: la nuova arte, vi si dichiarava, sarebbe stata composta di materia, colore e suono in movimento. Tornato a Milano nel 1947, fondò lo Spazialismo con Beniamino Joppolo, Giorgio Kaisserlian e Milena Milani, e continuò a pubblicare manifesti fino al 1952.

Le idee si trasformarono rapidamente in oggetti. Nel 1949, alla Galleria del Naviglio, presentò l’Ambiente spaziale a luce nera, una stanza buia in cui una grande forma simile a un’ameba era sospesa sotto una luce ultravioletta: l’opera viene spesso citata come una delle prime installazioni in senso moderno. Nello stesso anno cominciò a perforare le tele con un punteruolo, dando vita alla serie dei Buchi, e assegnò a quasi tutti i dipinti successivi il titolo generico di Concetto spaziale. Nel 1951, insieme all’architetto Luciano Baldessari, appese una linea al neon sinuosa sopra i visitatori della IX Triennale; oggi l’opera si trova al Museo del Novecento di Milano.

I tagli comparvero alla fine del 1958 e furono esposti l’anno seguente. Col tempo si fecero meno numerosi e più netti, su fondi monocromi, con una frase manoscritta sul retro, ironica o assurda, che sarebbe servita da deterrente contro le falsificazioni. Attorno a loro presero forma le sfere di terracotta spaccate delle Nature, le tele scintillanti di Venezia del 1961, le tele a forma d’uovo di La fine di Dio e, infine, i giochi d’ombre incorniciati dei Teatrini.

Il pubblico non lo seguì senza difficoltà. Quando le tele perforate apparvero alla Biennale del 1949, i critici rimasero perplessi e i visitatori risero; i tagli furono attaccati proprio perché sembravano così facili da copiare. Da allora il mercato ha capovolto la questione: nel 2015, da Christie’s, un Concetto spaziale, La fine di Dio giallo fu venduto per 29,2 milioni di dollari, una cifra che chi aveva riso a Venezia non avrebbe potuto immaginare.

Il riconoscimento arrivò tardi e tutto insieme. Alla Biennale di Venezia del 1966 realizzò con Carlo Scarpa una sala ovale bianca, con tele attraversate da un unico taglio, e vinse il Gran Premio per la pittura; nello stesso anno il Walker Art Center gli dedicò la sua prima mostra personale in un museo americano e Fontana apparve, in uniforme da gala ricamata, nel film di Ugo Nespolo La galante avventura del cavaliere dal lieto volto. Nel 1968 collocò un unico squarcio di gesso al centro di un labirinto interamente bianco a Documenta 4, a Kassel, poi lasciò Milano per Comabbio, il paese della sua famiglia vicino a Varese, dove morì il 7 settembre 1968, a 69 anni. La moglie, Teresita Rasini, che aveva conosciuto nel 1930 e sposato nel 1952, fondò nel 1982 la Fondazione Lucio Fontana, alla quale lasciò oltre seicento sue opere.

La fondazione ha mantenuto viva la circolazione delle opere. Alle retrospettive al Centre Pompidou e al Met Breuer è seguita, nel 2025, la prima mostra museale dedicata esclusivamente alle sue ceramiche, alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. Fino al 19 dicembre 2026, Hauser & Wirth Hong Kong presenta Lucio Fontana: Spatialism. Pioneering the Contemporary, a cura di Luca Massimo Barbero, con la prima ampia introduzione alla sua opera in cinese semplificato. Ogni nuovo pubblico si confronta con la stessa idea che Fontana affidò a un coltello: un quadro può essere una soglia anziché una finestra, e ciò che si trova al di là fa parte dell’opera.

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