Arte

Marisa Merz, cent’anni dopo: Torino le dedica La danza delle ore in tre sedi

Penelope H. Fritz
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Marisa Merz
Nascita23 maggio 1931
Turin, Italy
Morte19 luglio 2019 (88)
ProfessioneArtista e scultrice
PremiPremio Speciale della Giuria · Leone d'Oro alla Carriera

La prima grande scultura realizzata da Marisa Merz rimase in casa per mesi. Tagliò lamiere di alluminio con le cesoie, pinzò le strisce formando spirali e volute e le appese al soffitto della cucina dell’appartamento torinese che condivideva con l’artista Mario Merz. Le forme si insinuarono poi nel soggiorno, avvolgendosi attorno al televisore. La figlia ricorda che ne era spaventata. In alcuni punti il metallo è ancora leggermente ingiallito dal fumo delle sigarette e dall’olio di cucina.

Chiamò quelle opere Living Sculpture: una si trova oggi alla Tate Modern, un’altra alla GAM, la galleria civica d’arte moderna di Torino. Ma la donna che le creò è più difficile da definire. Fu l’unica donna legata all’Arte Povera, il movimento italiano che lavorava con corde, stracci, terra e rottami, e per gran parte della sua carriera i critici la presentarono innanzitutto come la moglie di una delle sue figure di spicco. Lasciò molte opere senza data né titolo e così poche tracce documentali che le fonti di riferimento non concordano neppure sull’anno della sua nascita. Ora Torino ne celebra il centenario con una retrospettiva articolata in tre istituzioni, che eredita una domanda a cui lei si sottrasse per tutta la vita.

Le notizie documentate cominciano a Torino, dove nacque il 23 maggio 1926 e dove il padre lavorava per la Fiat. Negli anni Quaranta posò come modella per il pittore Felice Casorati. Per il resto, i curatori della sua prima retrospettiva americana, nel 2017, raccontarono di aver trovato quasi nulla sulla sua vita prima del 1960, nemmeno un certificato di nascita. Quell’anno sposò Mario Merz e nacque la loro figlia, Beatrice.

Le sculture da cucina arrivarono nel 1966, quando era a casa con una bambina piccola. «Ritagliavo queste cose e le cucivo insieme; c’era un ritmo in tutto questo, e anche un tempo, molto tempo», disse in seguito. «Tutto aveva la stessa priorità: Bea, le cose che cucivo». Il titolo strizzava l’occhio alla compagnia newyorkese Living Theatre, e l’alluminio ebbe presto una seconda vita come viscere di un mostro in Il mostro verde, un cortometraggio underground di Tonino De Bernardi e Paolo Menzio.

Nel 1967, l’anno in cui il gallerista Gian Enzo Sperone espose le sculture nella sua galleria torinese, il critico Germano Celant coniò il termine Arte Povera; la sua prima mostra dedicata al movimento non la includeva. Lei entrò dalla porta laterale. Nell’ottobre del 1968 partecipò ad Amalfi all’evento Arte Povera + Azioni Povere insieme a Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Giovanni Anselmo e al marito; i materiali passarono dall’alluminio al filo di rame lavorato a maglia e al nylon. Le Scarpette del 1968 sono pantofole lavorate a maglia su misura per i suoi piedi e quelli della figlia; alla galleria L’Attico di Roma le indossò durante un’azione, come se la scultura fosse semplicemente parte di ciò che aveva addosso. Un’altra opera a parete componeva il soprannome della bambina con ammassi di rete di nylon, lasciando ancora infilati i ferri da maglia.

La sua prima personale a L’Attico, nel 1970, fu accompagnata da un’azione sulla spiaggia di Fregene, dove dispose lungo la riva coperte arrotolate. Nello stesso anno prese posto su un piccolo aereo privato e trasformò il viaggio, documentato da fotografie, in un’opera a sé. Un verso di una sua poesia dedicata a quell’esperienza, «il cielo è un grande spazio», avrebbe poi dato il titolo alla sua retrospettiva americana. Nel 1975 la seconda mostra a L’Attico riunì le tessiture di rame, una ciotola di sale, le scarpe e l’opera con il nome sotto una frase che sembra enunciare un metodo: Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti.

Dalla metà degli anni Settanta il lavoro si estese a interi ambienti, muovendosi tra lo spazio pubblico di una galleria e quello nascosto di una cantina, e affiorò un nuovo soggetto: il volto umano. Piccole teste in argilla non cotta, cera e gesso, talvolta impreziosite da foglia d’oro o avvolte in filo di rame, la accompagnarono per oltre quarant’anni. Nel 1980 realizzò E il naufragar m’è dolce in questo mare, il cui titolo riprende l’ultimo verso della poesia L’infinito di Giacomo Leopardi, prima per la galleria torinese Tucci Russo e poi per la Biennale di Venezia. Documenta a Kassel la invitò nel 1982 e di nuovo nel 1992; nel 1994 il Centre Pompidou le dedicò una personale.

Il racconto più consueto presenta il tardivo riconoscimento di Merz come una correzione: la moglie trascurata, finalmente vista. La realtà è più scomoda. Recensendo la sua retrospettiva al Met Breuer sul New Yorker, Peter Schjeldahl paragonò la coppia a Diego Rivera e Frida Kahlo; il curatore Ian Alteveer gli disse che lei veniva consultata regolarmente sull’allestimento delle mostre dello stesso Mario. L’influenza era reciproca, ma le testimonianze hanno registrato una sola direzione. Merz rifiutò anche di definirsi femminista, o di definire femminista la propria arte, al punto da far togliere la parola dal titolo di un saggio incluso nel catalogo. Eppure la sua cucina, il lavoro a maglia e le pantofole della figlia ne facevano il caso più evidente del movimento per le critiche femministe. Al Castello di Rivoli i curatori hanno costruito quella che definiscono una retrospettiva ampliata, affiancando alle sue opere quelle di dieci artiste di generazioni successive, tra cui Tacita Dean, Miriam Cahn e Lara Favaretto. È un’idea generosa, ma anche una cornice — una donna tra le donne — a cui lei si sottrasse per decenni.

Il riconoscimento arrivò da Venezia. La 49ª Biennale le assegnò un Premio speciale della giuria nel 2001 e, nel 2013, la 55ª, curata da Massimiliano Gioni, le conferì il Leone d’oro alla carriera, condiviso quell’anno con la pittrice austriaca Maria Lassnig. Rimasta vedova nel 2003, continuò a lavorare a Torino fino a novant’anni. Nel gennaio 2017 The Sky Is a Great Space, la sua prima grande retrospettiva americana, inaugurò al Met Breuer di New York, per poi spostarsi all’Hammer Museum di Los Angeles. Morì a Torino il 19 luglio 2019, a 93 anni. La sua ultima mostra personale, Geometrie sconnesse palpiti geometrici, aprì due mesi dopo al MASI di Lugano.

Da allora l’archivio, affidato a Beatrice Merz attraverso la Fondazione Merz di Torino, ha continuato a far viaggiare le opere; nel 2025 il Kunstmuseum Bern le ha dedicato la più ampia rassegna mai allestita in Svizzera. Il 29 ottobre 2026 La danza delle ore inaugura in tre capitoli e resterà aperta fino al 4 aprile 2027. Il Castello di Rivoli ricostruisce nella Manica Lunga l’installazione del 1980 ispirata a Leopardi. La Fondazione Merz ripercorre il suo processo creativo, il modo in cui sceglieva gli oggetti e li equilibrava, facendoli apparire sul punto di cadere. Alla GAM la Living Sculpture del 1966 torna in mostra dopo il restauro al centro di conservazione della Reggia di Venaria.

Così l’alluminio che un tempo affollava una cucina di famiglia, macchie di fumo comprese, torna in un museo pubblico della città in cui fu tagliato. Ciò che racconta non è cambiato: le ore trascorse in casa, accudendo una bambina e tagliando metallo allo stesso tavolo, non sono mai state un tempo di minor valore.

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