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Mirra Andreeva, l’adolescente siberiana che dopo Roland Garros ha ringraziato sé stessa

Penelope H. Fritz
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Mirra Andreeva
Mirra Andreeva
Photo: si.robi / CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Nascita29 aprile 2007
Krasnoyarsk
ProfessioneTennista
PremiMaestro degli Sport della Russia

Quando l’ultimo punto della sua prima finale al Roland Garros è finito a terra, Mirra Andreeva ha fatto qualcosa che la maggior parte delle campionesse non include nel discorso di rito. Dopo aver ringraziato il suo team e la famiglia, ha ringraziato se stessa per aver creduto in sé. A qualcuno è sembrato strano, ma è stata la frase più azzeccata pronunciata a Parigi quel pomeriggio. A diciannove anni, Andreeva ha battuto in due set la qualificata Maja Chwalińska sul Court Philippe-Chatrier, diventando la più giovane campionessa del Roland Garros dai tempi di Monica Seles, trentaquattro anni prima. Quel dialogo interiore che un tempo sembrava quello di un’adolescente in lotta con i propri nervi si è trasformato in un metodo.

La Coupe Suzanne-Lenglen è un trofeo più piccolo di quanto ci si aspetti. Andreeva l’ha tenuto tra le mani con quella calma immobile che tende a mettere a disagio chi la guarda, poi ha ammesso ciò che quella compostezza nascondeva: guardava il Roland Garros in televisione fin da quando era molto, molto piccola e non riusciva a credere di avere in mano proprio quel trofeo. Entrambe le cose erano vere. Questa tensione, tra una giocatrice che in campo sembra più grande dei suoi anni e una ragazza che fuori dal campo mostra chiaramente di averne diciannove, attraversa tutta la sua carriera.

La storia comincia a Krasnoyarsk, nel cuore della Siberia, dove Andreeva è nata il 29 aprile 2007. Da bambina seguiva la sorella maggiore Erika sui campi del palazzetto del tennis locale, sotto la guida dell’allenatrice Marina Pavlova. Krasnoyarsk non è una città che ti prepara alla terra rossa di Parigi o all’erba di Londra. In inverno le temperature scendono ben sotto lo zero, e il tempo a disposizione sui campi indoor è scarso e prezioso. Le due sorelle si sono allenate fianco a fianco finché non è diventato chiaro che, per giocare a tennis ad alto livello tutto l’anno, serviva trasferirsi a una latitudine diversa.

La famiglia si è spostata a sud, a Soči, dove Kirill Kryukov ha assunto il ruolo di allenatore di Mirra, e in seguito in Europa. Oggi vive a Cannes, sul Mediterraneo, e continua a gareggiare con i colori della Russia, portandosi dietro l’energia concentrata e un po’ impaziente di chi è cresciuto sapendo che il tempo in campo non era mai scontato. Anche Erika gioca nel circuito WTA: dalla famiglia Andreeva sono così uscite due professioniste, in una città nota soprattutto per l’hockey su ghiaccio e il bandy.

La sua carriera juniores è stata un prologo breve e fragoroso. Ha raggiunto la finale del torneo femminile agli Australian Open del 2023, perdendo contro la connazionale Alina Korneeva, e alla fine di maggio dello stesso anno è salita al primo posto del ranking mondiale juniores. A quel punto aveva già iniziato a battere le adulte. Al Madrid Open 2023, a quindici anni, ha superato diversi turni contro professioniste esperte e, poche settimane dopo, è arrivata al terzo turno del Roland Garros, dove è stata fermata da Coco Gauff. A Wimbledon ha superato le qualificazioni e raggiunto il quarto turno, prima di perdere contro Madison Keys. Ha chiuso la stagione a sedici anni tra le prime cinquanta del ranking e con il premio WTA di esordiente dell’anno.

Nel 2024 quella promessa è diventata un problema per tutte le avversarie. In aprile ha iniziato a lavorare con Conchita Martínez, campionessa di Wimbledon nel 1994, la cui calma sul campo d’allenamento bilanciava un’allieva capace di discutere, nella stessa partita, con una chiamata di linea, una racchetta e se stessa. Al Roland Garros, quella primavera, Andreeva ha battuto la numero 2 del mondo Aryna Sabalenka nei quarti di finale e ha raggiunto la semifinale, dove Jasmine Paolini ha interrotto la sua corsa. Ha conquistato il suo primo titolo WTA in singolare all’Iași Open e, alle Olimpiadi di Parigi, ha vinto l’argento in doppio con Diana Shnaider, perdendo la finale per l’oro contro Sara Errani e Paolini dopo un super tie-break decisivo.

La progressione è proseguita nel 2025. A Dubai ha battuto Clara Tauson in finale, diventando la più giovane campionessa nella storia dei tornei WTA 1000. Poche settimane dopo, a Indian Wells, è riuscita a rimontare un set di svantaggio e a battere Sabalenka, numero 1 del mondo, per 2-6, 6-4, 6-3. A luglio ha raggiunto il miglior piazzamento in carriera, il numero 5. Gli Slam, però, continuavano a fermarla a un passo dal traguardo: sconfitta nei quarti dalla wildcard francese Loïs Boisson al Roland Garros, di nuovo ai quarti a Wimbledon contro Belinda Bencic, eliminata al terzo turno degli US Open da Taylor Townsend. Un autunno di sconfitte premature in Cina le è costato per sei punti in classifica un posto in singolare alle WTA Finals di Riad. Ci è andata comunque come prima riserva e ha giocato il doppio con Shnaider. Ha chiuso l’anno al numero 9.

Nel 2026 a cambiare non è stato il talento, ma la pazienza. Ha aperto la stagione vincendo l’Adelaide International: in finale, contro Victoria Mboko, è passata da uno svantaggio di 0-3 a una vittoria per 6-3, 6-1, infilando nove game consecutivi. Agli Australian Open ha perso al quarto turno contro Elina Svitolina, la terza eliminazione consecutiva a Melbourne in quella fase. In aprile ha vinto a Linz, nel primo anno in cui il torneo si è disputato sulla terra battuta indoor, rimontando dopo aver perso il primo set contro Anastasia Potapova. A Madrid ha raggiunto la finale, dove ha perso contro Marta Kostyuk per 6-3, 7-5.

Parigi è stata la svolta. Nella seconda settimana Andreeva ha concesso appena diciassette game, un risultato raggiunto in precedenza soltanto da Iga Świątek e Steffi Graf. Ha liquidato Jil Teichmann al quarto turno, Sorana Cîrstea nei quarti e Kostyuk, la stessa avversaria che l’aveva battuta a Madrid, in semifinale. La finale contro Chwalińska, qualificata polacca di 24 anni, numero 114 del ranking e mai arrivata prima oltre il secondo turno di uno Slam, non è stata neppure in discussione: 6-3, 6-2 in un’ora e ventidue minuti, il 6 giugno 2026. È stato il suo sesto titolo nel circuito e il primo Slam. La vittoria l’ha portata al numero 6 del ranking e in testa alla Race to the WTA Finals, facendone la prima russa a vincere a Parigi dai tempi di Maria Sharapova, nel 2014.

Vincere il Roland Garros a diciannove anni colloca una giocatrice nella categoria di chi, di solito, viene indicato come futura dominatrice del circuito. La espone anche a una storia meno rassicurante. Seles vinse a Parigi a diciotto anni e vide la propria carriera interrotta da eventi che andavano ben oltre il tennis. Per le russe che hanno segnato il tennis femminile nei decenni prima di Andreeva, da Anastasia Myskina a Svetlana Kuznetsova e alla stessa Sharapova, la vera prova si rivelò essere il passaggio dal primo Slam a una presenza duratura ai vertici. Andreeva ha superato un esame. L’altro deve ancora cominciare.

L’estate ha mostrato entrambe le facce della risposta. A Wimbledon ha perso al secondo turno contro Barbora Krejčíková, campionessa nel 2024. A Toronto Leylah Fernandez l’ha battuta sul cemento. Agli US Open, invece, ha raggiunto per la prima volta i quarti di finale a New York, e il modo in cui ci è arrivata ha raccontato quanto qualsiasi trofeo. Al quarto turno ha battuto Potapova per 5-7, 6-4, 6-3 in due ore e ventisette minuti; quando, nel game conclusivo, l’avversaria è caduta facendosi male al ginocchio sinistro, Andreeva è passata attorno alla rete per aiutarla a raggiungere la sedia e ha chiesto del ghiaccio. Nei quarti ha avuto due match point contro Gauff, ma ha perso per 6-2, 6-7, 2-6. È il genere di sconfitta che può dire più sulla stagione successiva di una campionessa di quanto possa fare una vittoria.

L’autunno è cominciato in modo simile. Da testa di serie numero uno al Singapore Tennis Open di settembre, ha battuto Aliaksandra Sasnovich per 6-2, 6-2, prima che Fernandez la fermasse ancora una volta nei quarti, per 6-2, 7-5. La sconfitta ha mantenuto vivo uno schema piccolo ma concreto: la mancina canadese l’ha battuta due volte sul cemento nel 2026, e il gioco di Andreeva, costruito sull’anticipo e sul reindirizzare presto la velocità della palla, ha ancora qualche avversaria che non è riuscita a decifrare.

Ciò che la rende insolita non è la rapidità della sua ascesa, ma il modo aperto in cui la racconta. Tra un punto e l’altro Andreeva parla con se stessa, a volte in modo duro, e negli ultimi due anni ha imparato a usare quella voce a proprio favore invece che contro di sé. A Parigi la voce era calma. A New York, a due punti dalla semifinale, è tornata a farsi sentire. Entrambe fanno parte della stessa giocatrice, e la domanda per il 2027 è quale delle due saprà accompagnarla meglio.

A gennaio, quando inizieranno gli Australian Open, avrà diciannove anni. Negli ultimi tre anni è arrivata al quarto turno del torneo, senza mai andare oltre. Uno Slam alza l’asticella. Se cambierà anche lo schema, a Melbourne e alle WTA Finals che un anno prima le erano sfuggite per un soffio, lo dirà la prossima stagione.

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