Cinema

Vita di Pi è il raro film in cui lo spettacolo digitale serve davvero la fede

Ang Lee, 2012: dal romanzo di Yann Martel una fiaba sul naufragio e sul potere delle storie.
Martha O'Hara
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Vita di Pi di Ang Lee non comincia in mare ma in uno zoo inondato di sole, dove animali e uccelli si pavoneggiano e si lisciano le piume. The Guardian descrive proprio questa apertura e ne ricava un senso del misterioso e del magico che attraversa tutto il film. L’adattamento del romanzo di Yann Martel vuole essere avventura, allegoria spirituale e racconto di sopravvivenza insieme, e per la maggior parte ci riesce senza affondare. Quel senso di meraviglia, a mio avviso, è la cosa migliore che il film ha da offrire.

La carriera di Lee aiuta a collocarlo: The Guardian ricorda che il regista nato a Taiwan è passato dalla trilogia sulle famiglie cinesi a Jane Austen (Ragione e sentimento) e poi a un western su una relazione gay (I segreti di Brokeback Mountain), cambiando stile a ogni film. Eppure qualcosa ritorna: famiglie che si spezzano, giovani messi di fronte a prove morali e fisiche, e anche qui il ragazzo al centro deve lasciarsi alle spalle ciò che il padre gli ha insegnato. La sceneggiatura è di David Magee, che sempre secondo The Guardian aveva firmato film ambientati nell’Inghilterra della prima metà del Novecento, Finding Neverland e Miss Pettigrew Lives for a Day.

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La struttura è una storia dentro una storia dentro un’altra. Un autore canadese senza nome (Rafe Spall), che secondo The Guardian si presume essere Martel in persona, sente parlare, da un indiano che incontra, di un uomo di Montréal che ha un racconto capace di far credere in Dio. È Pi Patel da adulto (Irrfan Khan), insegnante di filosofia, che racconta la propria vita. Comincia da bambino, figlio di un guardiano dello zoo a Pondicherry, ex enclave francese che l’India ottenne solo nel 1954. Pi è interpretato da Gautam Belur a cinque anni e da Ayush Tandon a dodici; Suraj Sharma lo interpreta a sedici. Fin dall’inizio la domanda su a chi credere è la cornice di tutto: ogni scena in mare è il racconto di un uomo sopravvissuto, che decide che cosa mostrare. È la mossa più intelligente dell’impianto, perché trasforma ogni svolta in mare in una domanda sul narratore.

Anche i nomi nascono da incidenti comici. Il protagonista si chiama Piscine Molitor, come la piscina parigina amata da uno zio, e diventa Pi, la lettera greca, dopo che i compagni di scuola hanno fatto battute sul suo nome, come racconta The Guardian. La tigre si chiama Richard Parker, nel romanzo per uno scambio di nomi dovuto a un errore burocratico, che ha scambiato il suo nome con quello del suo catturatore umano. Il film gioca prima con queste coincidenze e solo dopo si fa serio, ed è un modo intelligente di abituare lo spettatore a un racconto in cui nulla è del tutto affidabile.

Poi il naufragio, e la parte che tutti ricordano: Pi su una scialuppa nel Pacifico con una iena, una zebra, un orango e una tigre del Bengala. Il romanzo conta 227 giorni di deriva. The Movie Elite definisce incredibile l’affondamento della nave e straordinarie le scene tra Pi e Richard Parker, sperduti in mezzo al Pacifico senza altro intorno che acqua. Il recensore, partito scettico, cercava ogni segno di finzione e non l’ha trovato: la tigre digitale non gli è parsa diversa da una vera. Che a cedere sia proprio chi diffida degli effetti al computer dice più di qualsiasi scheda tecnica. The Guardian parla di un 3D allucinatorio e di un tono che ricorda un Robinson Crusoe riscritto da Laurence Sterne. Film Comment, pur con molte riserve, lo considera di gran lunga il film visivamente più splendido della carriera di Lee. Già lo zoo iniziale, con giraffe, scimmie, fenicotteri rosa e un bradipo appeso a un ramo, è per Film Comment un libro pop-up di delizie zoologiche. E nei titoli di coda, scrive The Guardian, pesci e oggetti nautici brillano sott’acqua: il film resta fedele alla sua idea di immagine fino all’ultimo fotogramma.

I limiti stanno all’inizio. Il film si prende il suo tempo prima di mettere la scialuppa in acqua. Per The Movie Elite i primi quaranta minuti hanno quasi confermato i suoi dubbi: divertenti, ben recitati, ma senza una direzione. Chi scrive dichiara anche di non amare il cinema «slice-of-life», e osserva che non serviva dedicare così tanto tempo a presentare il protagonista, pur giudicandolo un ottimo personaggio. L’appunto coglie nel segno: quella presentazione occupa più spazio di quanto renda in racconto. Film Comment riconosce a Lee un tocco leggero che gli permette di aggirare la pesantezza tematica; la stessa rivista gli rimprovera però una smaccata fame di Oscar e una prudenza verso le fonti «di qualità» che lascia poco spazio alla sorpresa. Pesa più della lentezza iniziale, perché mette in discussione il rischio che il film è disposto a correre. Eppure, sempre secondo Film Comment, è il film più divertente che Lee firma da oltre dieci anni.

Sul piano degli interpreti, nessuno regge il film da solo. Simbasible concede che la prova di Suraj Sharma è buona ma non davvero travolgente, e desidera più profondità nel personaggio di quanta la storia ne chieda. Resta il fatto che il ragazzo occupa la scena per gran parte della durata, a contatto con un animale che non può recitare con lui. Irrfan Khan firma il Pi adulto della cornice, mentre Adil Hussain e Tabu danno volto ai genitori, Santosh e Gita. Simbasible apprezza che la tigre resti animale e mai troppo umanizzata, ed è la scelta che merita più rispetto: Richard Parker è una minaccia, non un peluche.

Il finale offre due versioni della stessa storia. Simbasible definisce questo doppio finale profondo, stimolante ed emotivamente appagante, ma ammette che il film rischia a tratti di diventare troppo sdolcinato, finché Lee non trova l’equilibrio tra cuore e realismo. Per me è il momento più delicato, e insieme quello in cui il film mette a nudo il proprio tema: secondo Simbasible le storie funzionano meglio con una dimensione spirituale. Chi ci sta ottiene una riflessione sul racconto e sulla verità. Chi non ci sta si trova davanti a un film che mette in dubbio la propria storia.

Nel romanzo Pi cresce come induista e a quattordici anni si avvicina anche al cristianesimo e all’islam, decidendo di seguirli tutti e tre con disappunto dei genitori. Per The Guardian il film tratta questa ricerca con rispettosa ironia, mentre il ragazzo si lascia alle spalle il razionalismo del padre. Per questo i giorni sulla scialuppa sono più che una lotta per sopravvivere: in mezzo al Pacifico conta anche in che cosa crede il ragazzo, quando nessuno gli risponde.

Il romanzo di Martel, uscito nel 2001, ha venduto più di dieci milioni di copie nel mondo e ha vinto il Man Booker Prize l’anno dopo. Secondo Simbasible, il film ha incassato oltre 600 milioni di dollari e ha ricevuto undici nomination agli Oscar; Lee ha vinto così il suo secondo Oscar per la regia. The Guardian lo chiama magnifico, Simbasible lo mette tra i migliori film d’avventura del secolo. Film Comment è più freddo: nonostante l’innocuità, il film lascia un retrogusto amaro.

Vita di Pi merita di essere visto soprattutto per ciò che accade sull’acqua: un ragazzo, una tigre e un oceano, senza vie d’uscita facili. Il dubbio che il film nutre verso la propria storia lo rende più interessante di quanto lasci pensare la sua superficie levigata. L’avvio lento e l’ammiccamento ai premi gli tolgono qualcosa, ma le immagini e una tigre che non diventa mai un animale domestico rimangono in testa quando il resto è svanito.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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