Cinema

The Ring fa ancora paura perché si affida al silenzio e non allo spavento facile

Il remake di Gore Verbinski (2002) ha insegnato a Hollywood l'horror asiatico, tra suono e attesa.
Martha O'Hara
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L’immagine di Samara che affiora dall’acqua del pozzo è entrata nell’immaginario dell’horror moderno, ma The Ring di Gore Verbinski non vive solo di quello shock. È un film che costruisce la paura con il silenzio e con i dettagli, e che si prende il tempo di farlo. Il punto di partenza è noto: Rachel Keller, giornalista interpretata da Naomi Watts, indaga su un nastro VHS che secondo la leggenda uccide chi lo guarda dopo sette giorni. Il film è il remake dell’originale giapponese del 1998, a sua volta tratto dal romanzo di Koji Suzuki del 1991. Verbinski e lo sceneggiatore Ehren Kruger ne conservano l’impianto, ma lo trasformano in un’indagine più lenta e più cupa.

La forza del film sta nel suono. Gran parte della storia è silenziosa, e la tensione nasce da un ambiente vuoto, da un respiro, da un fruscio che non dovrebbe esserci. Anche la musica di Hans Zimmer arriva sempre dopo, mai prima. Non commenta la scena, le si deposita sotto e la rende più pesante. Un critico ha scritto che il lavoro più importante in The Ring lo fa il sound design, ed è difficile dargli torto.

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La scena in cui Rachel vede il nastro per la prima volta, nella stanza del Shelter Mountain Inn, funziona proprio per questo. Le immagini sono strane e frammentarie, e subito dopo squilla il telefono della camera. Una voce sussurra “Seven days”. Non servono altri effetti. Da quel momento Rachel è una donna con un termine fissato, e Watts la recita senza mai alzare i toni: stanca, concreta, sempre più ostinata. Non c’è nulla di eroico nel suo modo di cercare la verità, e questo rende credibile ciò che accade. L’interpretazione le è valsa il premio come miglior attrice ai Saturn Awards, dove il film ha vinto anche come miglior horror.

L’indagine è il vero motore del racconto. Rachel coinvolge l’ex marito Noah, analista video, e gli fa una copia del nastro. È una scelta discutibile, perché lei sa già che cosa comporta guardarlo, ed è uno dei punti in cui la sceneggiatura sembra spingere la trama più che seguire i personaggi. Anche il figlio Aidan, interpretato da David Dorfman, finisce per vedere il nastro. Dorfman recita il bambino con una serietà quieta, quella di chi capisce prima degli adulti che cosa sta succedendo. Da lì la posta in gioco cambia: non è più solo Rachel a rischiare.

La pista porta a Moesko Island. Sul traghetto un cavallo si getta in mare, un’immagine che il film lascia lì senza spiegarla, e funziona. Anna Morgan, l’allevatrice che compare nel nastro, si è uccisa dopo che i suoi cavalli si erano annegati. Il marito Richard, cui Brian Cox dà una stanchezza dignitosa e colpevole, racconta di Samara, la figlia adottiva capace di imprimere immagini sugli oggetti e nella mente delle persone. I genitori l’avevano isolata in un soppalco del fienile. Cox ha poco spazio, ma basta a far sentire il peso di quella storia.

La soluzione riporta al Shelter Mountain Inn. Sotto le assi del pavimento c’è un pozzo, dove Anna aveva gettato la bambina, che vi era sopravvissuta per una settimana. Rachel vive la scena in una visione, poi il corpo di Samara riaffiora. È la parte più suggestiva del film, ma anche quella in cui il fascino del mistero cala. Una maledizione di cui si ricostruisce con ordine l’origine perde un po’ di inquietudine, e l’originale giapponese lasciava più zone d’ombra. Noah, d’altra parte, resta una figura sottile: Martin Henderson lo interpreta con misura, ma il personaggio serve soprattutto a fornire competenze e a farsi da parte quando la situazione si complica.

La ricezione, al momento dell’uscita negli Stati Uniti il 18 ottobre 2002 con DreamWorks, fu mista ma tendenzialmente positiva. Al botteghino il risultato fu molto migliore: il film incassò 249,3 milioni di dollari nel mondo. Roger Ebert apprezzò che non offendesse l’intelligenza dello spettatore e che tenesse le scene più spaventose per il finale, e il giudizio coglie bene il ritmo del film. Il successo spinse Hollywood verso i remake di horror asiatici, fra cui The Grudge (2004) e Dark Water (2005). Non tutti ebbero la stessa pazienza.

Alcuni commentatori, come Salon.com, hanno letto nel film anche un catalogo di paure sociali: il tabù del sesso prematrimoniale, l’orrore dell’infanticidio. Non è necessario caricare la storia di troppi significati, ma la lettura ha un fondamento. Samara non è un mostro che arriva da fuori, è una bambina distrutta da chi doveva proteggerla, e il film lascia che questa amarezza si senta.

Resta un giudizio. The Ring ha una spiegazione finale che avrebbe meritato più enigmi e un secondo protagonista maschile poco sviluppato. Ma mantiene la tensione, si affida a suono e immagini invece che al rumore, e ha in Naomi Watts un’interprete capace di reggerlo da sola. Oggi la videocassetta può sembrare un oggetto da museo. Quel sussurro, “Seven days”, funziona ancora.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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