Cinema

Ring è ancora l’horror più preciso e inquietante del cinema moderno

Il capolavoro di Hideo Nakata del 1998 ha ridefinito il genere e non ha mai smesso di fare paura.
Martha O'Hara
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Il pozzo abbandonato inquadrato in primo piano sul televisore di Reiko Asakawa è l’immagine che si incide nella retina dello spettatore. Non è solo un simbolo, ma la materializzazione della maledizione che scorre attraverso ogni fotogramma di Ring. Hideo Nakata non si limita a raccontare una storia: pianta il terrore nel quotidiano — un televisore acceso, un nastro magnetico, sette giorni — e lo lascia crescere senza fretta.

Basato sul romanzo del 1991 di Koji Suzuki, il film segue Reiko (Nanako Matsushima), una giornalista che indaga su una videocassetta maledetta legata a una serie di morti inspiegabili. La struttura narrativa avanza con geometria precisa: la scoperta del nastro, la visione, i sette giorni di conto alla rovescia, l’apparizione finale dell’entità soprannaturale. Nakata non si affida a jump scares o cliché; costruisce invece un’atmosfera claustrofobica attraverso l’uso sapiente della luce e delle ombre. La scena in cui Sadako emerge dallo schermo del televisore è diventata iconica non per la sua spettacolarità, ma per la semplicità con cui viene eseguita: un’immagine che si muove lentamente verso lo spettatore, sfondando la membrana tra finzione e realtà.

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La regia di Nakata e la fotografia del film procedono in perfetta sinergia per creare un senso di oppressione crescente. Le inquadrature sono spesso strette, i movimenti di camera minimi, l’uso del piano sequenza quasi assente. Questo approccio minimalista accentua la sensazione di inevitabilità che permea ogni scena. La colonna sonora, composta da Kenji Kawai, non commenta l’azione ma la abita: melodie che rimangono attaccate addosso ben oltre i titoli di coda.

Le performance del cast sono misurate e convincenti. Nanako Matsushima incarna Reiko con una combinazione di curiosità intellettuale e paura genuina, mentre Hiroyuki Sanada interpreta Ryuji Takayama, il suo ex marito, con un equilibrio tra logica scientifica e superstizione. Rikiya Ôtaka, nel ruolo del figlio Yoichi, aggiunge una dimensione emotiva al film, mostrando come la maledizione si propaghi attraverso le generazioni.

Tuttavia, non tutto funziona alla perfezione. Alcuni dialoghi potrebbero sembrare forzati agli spettatori occidentali, e il finale lascia aperta più di qualche domanda senza fornire risposte soddisfacenti. Inoltre, la velocità con cui Reiko accetta l’esistenza del soprannaturale potrebbe risultare poco credibile per alcuni.

Ciò che Ring fa con insolita intelligenza è usare la struttura del thriller investigativo come involucro per qualcosa di più destabilizzante. Reiko non è solo una giornalista che insegue uno scoop: è una madre che, seguendo l’istinto professionale, ha trascinato il figlio nell’orbita del pericolo, e che non può semplicemente scegliere di smettere di indagare senza condannarsi. Questa tensione — tra il dovere di sapere e il dovere di proteggere — percorre il film come una corrente sotterranea e conferisce al finale una risonanza che va ben oltre il semplice shock. Non è un caso che la presenza di Yoichi non sia puramente emotiva: è la messa in gioco concreta del racconto.

Il ritmo della seconda metà, dove le indagini si concentrano sulle origini della maledizione e sulla storia della famiglia Yamamura, allenta la presa guadagnata nella prima. I flashback esplicativi portano con sé il rischio insito in ogni horror che ambisce alla mitologia: più si spiega, meno si teme, perché il terrore vive nell’opacità e nella mancanza di un ordine comprensibile. Nakata contiene il danno con frugalità narrativa — le rivelazioni sono misurate, mai esaustive — ma quella tensione viscerale del primo atto non si recupera completamente prima della deflagrazione finale.

L’ultima sequenza rimane il momento più perturbante del film: Nakata mostra esattamente quello che fa Reiko, senza filtri né attenuanti narrative, e quella chiarezza è più fredda di qualsiasi urlo o scatto improvviso. La risoluzione trasforma Reiko da vittima a vettore, e questa metamorfosi silenziosa — accettata senza troppa deliberazione morale — è più inquietante di qualsiasi apparizione soprannaturale. Il film non chiede allo spettatore di temere il mostro: chiede di chiedersi fin dove si è disposti ad arrivare per sopravvivere, e di quanto quella risposta sia meno eroica di quanto ci si aspetti.

Ring uscì nel 1998 in un momento in cui il cinema horror convenzionale si era arenato sulla formula slasher, sempre più meccanica e autoreferenziale. Il successo internazionale del film, culminato nell’adattamento americano di Gore Verbinski del 2002, non fu soltanto un trionfo commerciale: dimostrò che il terrore può funzionare senza effetti speciali costosi, che la paura del quotidiano — un nastro magnetico, uno schermo acceso in una stanza buia, una settimana che conta alla rovescia — dura più di qualsiasi mostro da CGI. Rotten Tomatoes registra un 96% di gradimento, e il numero non sorprende: Ring è il tipo di film che rimane addosso perché non ti chiede di credere all’impossibile, ma solo di chiederti cosa faresti al posto di Reiko — e di non essere troppo sicuro della risposta.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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