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Tom Wolfe, il reporter che trasformò una lettera notturna al suo editor nel New Journalism

Penelope H. Fritz
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Tom Wolfe
Tom Wolfe
Photo: Series: Photographs Related to the George W. Bush Administration, 1/20/2001 – 1/20/2009 Collection: Records of the White House Photo Office (George W. Bush Administration), 1/20/2001 – 1/20/2009 / Public domain, via Wikimedia Commons
Nascita2 marzo 1930
Richmond, Virginia, United States
Morte14 maggio 2018 (88)
ProfessioneGiornalista e romanziere
Noto perBill Cunningham New York, Manufacturing Consent: Noam Chomsky and the Media, Salinger: il mistero del giovane Holden
PremiMedaglia Nazionale delle Scienze Umane · Premio Nazionale del Libro di Non-Fisicità · Premio Dos Passos · Premio Letterario di St. Louis · Conferenza Jefferson · Medaglia Wilbur Cross · Premio Letterario Carl Sandburg

La sera prima della scadenza, un giovane reporter non riusciva a finire un articolo per una rivista sulle auto modificate. Si sedette allora alla macchina da scrivere e preparò una lettera al direttore. Doveva essere una serie di appunti, un modo per spiegare ciò che aveva visto nei garage della California meridionale, così che qualcun altro potesse ricavarne un vero articolo. Andò avanti per decine di pagine. Era piena di punti esclamativi, effetti sonori, frasi che si interrompevano e ricominciavano, e di un narratore che chiaramente non riusciva a credere ai propri occhi. Il direttore la lesse, cancellò il saluto in cima alla pagina e mandò tutto il resto in tipografia. Tom Wolfe aveva appena inventato sé stesso.

Ne seguì una delle carriere più singolari della storia letteraria americana: un dottore di ricerca in studi americani che scriveva come un imbonitore da fiera, un gentiluomo della Virginia in abito bianco che trascorse la vita tra surfisti, piloti di stock car, collaudatori, agenti di Borsa e atleti universitari, e un giornalista che per decenni disse ai romanzieri che sbagliavano mestiere, finché non si mise a fare il loro. Regalò alla lingua espressioni che si usano ancora oggi senza sapere da dove vengano. E a otto anni dalla sua morte, un premio letterario che porta il suo nome è ancora alla ricerca di scrittori capaci di fare ciò che fece lui.

Un ragazzo di Richmond con un problema di fastball

Thomas Kennerly Wolfe Jr. crebbe in Gloucester Road, nel quartiere di Sherwood Park, nella zona settentrionale di Richmond, in Virginia, dove nacque il 2 marzo 1930. Suo padre, Thomas Kennerly Wolfe Sr., era un agronomo e dirigeva la rivista agricola The Southern Planter; sua madre, Helen Perkins Hughes Wolfe, era una paesaggista. In casa si respiravano cultura e tradizioni del vecchio Sud, e il ragazzo assimilò tanto l’abitudine alla lettura quanto le buone maniere. Decenni dopo, a New York quelle maniere sarebbero state interpretate come una messinscena. A Richmond erano semplicemente il modo in cui ci si comportava.

Alla St. Christopher’s School, un istituto episcopale maschile, era il classico studente che colleziona incarichi: presidente del consiglio studentesco, direttore del giornale scolastico e stella della squadra di baseball. Diplomatosi nel 1947, rifiutò Princeton e scelse la Washington and Lee University, a Lexington, in Virginia. Si laureò in inglese, diventò responsabile della sezione sportiva del giornale universitario e contribuì a fondare una rivista letteraria, Shenandoah. L’insegnante più importante per lui fu Marshall Fishwick, docente di studi americani, che insegnava ai suoi studenti a osservare una cultura come farebbe un antropologo, prendendo sul serio il volgare e il profano tanto quanto ciò che era rispettabile. La tesi di laurea di Wolfe aveva un titolo che già sembrava suo: «A Zoo Full of Zebras: Anti-Intellectualism in America». Si laureò cum laude nel 1951.

Per un certo periodo, però, la penna non rientrò nei suoi piani. Wolfe lanciava la palla fin dai tempi della scuola e continuò a giocare a baseball a livello semiprofessionistico anche all’università. Nel 1952 ottenne un provino con i New York Giants, ma fu tagliato dopo tre giorni. In seguito attribuì l’esclusione alla sua incapacità di lanciare una fastball decente. Senza il baseball, seguì l’esempio di Fishwick e si iscrisse al dottorato in studi americani a Yale.

Il dottore che voleva fare il reporter

La sua tesi era uno studio sulla League of American Writers e sulle attività di organizzazione comunista tra gli scrittori americani dal 1929 al 1942. Per la ricerca intervistò Malcolm Cowley, Archibald MacLeish e James T. Farrell. La commissione respinse la prima versione perché troppo soggettiva e Wolfe dovette riscriverla nello stile neutro e oggettivo prediletto dall’accademia. Un biografo successivo, leggendo il risultato, concluse che la scuola di specializzazione aveva fatto ciò che di solito fa a uno scrittore: gli aveva ucciso lo stile. Wolfe terminò la tesi nel 1957, scrisse a un amico una lettera che era quasi tutta una sequela di parolacce e rifiutò i posti da insegnante che gli vennero offerti.

Voleva fare il reporter. Nel 1956, prima ancora di concludere il dottorato, entrò alla Springfield Union in Massachusetts. Nel 1959 lo assunse il The Washington Post, in parte, disse, perché non mostrava alcun interesse per la politica: il caporedattore rimase stupito nello scoprire un giovane reporter che preferiva la cronaca locale a Capitol Hill. Al Post vinse un premio della Newspaper Guild per i suoi reportage da Cuba nel 1961 e un altro riconoscimento della Guild per l’umorismo; cominciò inoltre a inserire tecniche narrative di finzione nei suoi articoli di approfondimento, per vedere che cosa sarebbe successo.

Nel 1962 si trasferì a New York ed entrò al New York Herald Tribune come cronista generalista e autore di articoli di approfondimento. I suoi redattori, tra cui Clay Felker, che dirigeva il supplemento domenicale intitolato New York, erano disposti a lasciare che i giornalisti infrangessero le regole della prosa giornalistica. Quello stesso anno Wolfe comprò il suo primo abito bianco. Aveva pensato di indossarlo d’estate, secondo la tradizione del completo di seersucker del gentiluomo del Sud, ma il tessuto si rivelò troppo pesante per il caldo, così lo portò d’inverno. In una città in cui il bianco era un colore estivo, suscitò un certo scalpore. Lo tenne per il resto della vita, a volte abbinandolo a cravatta bianca, homburg bianco e scarpe spectator bicolori. Diceva che quell’abbigliamento lo faceva sembrare «un uomo venuto da Marte, uno che non sapeva nulla ed era ansioso di imparare»: esattamente il modo in cui voleva che lo vedessero i suoi soggetti.

«Dear Byron»: la lettera che diventò un metodo

Durante lo sciopero dei giornali newyorkesi del 1962 e 1963, mentre l’Herald Tribune non era in edicola, Wolfe propose a Esquire un articolo sulla cultura delle hot rod e delle auto modificate della California meridionale. Andò sul posto, guardò, prese appunti, ma non riuscì a scrivere. Il suo direttore, Byron Dobell, gli disse di mandargli gli appunti, così che la rivista potesse assemblare l’articolo in redazione. Wolfe rimandò fino all’ultima sera, poi scrisse a Dobell una lettera per spiegargli che cosa voleva raccontare, ignorando strada facendo ogni convenzione del mestiere. Dobell cancellò le parole «Dear Byron» e pubblicò il resto così com’era. L’articolo uscì nel 1963 con un titolo che era già un manifesto: «There Goes (Varoom! Varoom!) That Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby». I lettori lo amarono o lo detestarono, ma in entrambi i casi ne parlarono.

Quella notorietà gli procurò il primo libro. The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby, una raccolta dei suoi articoli apparsi sull’Herald Tribune, su Esquire e altrove, uscì nel 1965. Nello stesso anno scrisse per Esquire «The Last American Hero Is Junior Johnson. Yes!», un ritratto di un pilota di stock car della Carolina del Nord, affinatosi nelle corse contrabbandando alcolici, e un attacco in due puntate a The New Yorker e al suo direttore, William Shawn, per il supplemento domenicale dell’Herald Tribune. La prima puntata aveva il titolo «Tiny Mummies! The True Story of the Ruler of 43rd Street’s Land of the Walking Dead!». Gli amici del New Yorker andarono su tutte le furie. Wolfe aveva scoperto che anche l’indignazione era una forma di attenzione.

Da tutto questo nacque quello che lui chiamò New Journalism. Wolfe individuò quattro tecniche che non ci si aspettava fossero usate dagli autori di articoli di approfondimento: costruire il racconto scena dopo scena, lasciare ampio spazio ai dialoghi, passare da un punto di vista all’altro e annotare i dettagli che rivelano la posizione sociale delle persone, fino all’arredamento, alle auto e al modo in cui trattavano un cameriere. Quest’ultimo era l’elemento decisivo in tutto ciò che scriveva. «Credo che ogni momento della vita di un essere umano, a meno che non stia morendo di fame o non si trovi in un pericolo di morte immediato per qualche altra ragione, sia condizionato dalla preoccupazione per il proprio status», disse. Per raccogliere quei dettagli praticava quello che chiamava reportage immersivo: restava a lungo con i suoi soggetti, finché non si trovava davvero lì quando accadevano le scene rivelatrici. Secondo lo storico del giornalismo Ben Yagoda, Wolfe contribuì anche a portare il profilo giornalistico al tempo presente. Prima di lui, i profili erano scritti al passato.

Provocatori, Pantere e il Me Decade

Nel 1968 Wolfe pubblicò due libri nello stesso giorno. The Pump House Gang raccoglieva i suoi articoli per le riviste. The Electric Kool-Aid Acid Test seguiva il romanziere Ken Kesey e i Merry Pranksters nel mondo della controcultura psichedelica, con una prosa che cercava di riprodurre l’esperienza sulla pagina attraverso onomatopee, associazioni libere, raffiche di punti esclamativi e corsivi. Per molti lettori diventò il libro simbolo degli anni Sessanta. Chi lo aveva scritto era, a modo suo, un conservatore nell’abbigliamento alla festa: nel 2008 disse di non aver mai preso LSD e di aver provato la marijuana una volta sola.

Due anni dopo uscì Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers. Il primo saggio raccontava una serata di raccolta fondi organizzata dal direttore d’orchestra Leonard Bernstein nel suo appartamento di Manhattan per le Black Panthers, trasformandola in una commedia di costume sui ricchi newyorkesi e le loro cause. Nel giro di pochi mesi l’espressione «radical chic» entrò nel linguaggio comune e non ne uscì più. Il secondo saggio, dedicato a chi ricorreva all’intimidazione per estorcere denaro ai funzionari dell’assistenza sociale, era più duro e continua a suscitare maggiori controversie. Nel 1973 Wolfe curò con E. W. Johnson l’antologia The New Journalism, che riuniva testi di Truman Capote, Hunter S. Thompson, Norman Mailer, Gay Talese e Joan Didion, dando al movimento il suo canone.

Poi rivolse la sua attenzione al mondo dell’arte. Con The Painted Word, nel 1975, sostenne che la pittura moderna era diventata un’illustrazione della teoria critica, che ormai venivano prima le parole e poi le immagini. Nel 1976 pubblicò su New York magazine «The ‘Me’ Decade and the Third Great Awakening», un saggio su una generazione che aveva scoperto di essere un argomento affascinante. A cinquant’anni di distanza, l’espressione è ancora in circolazione; alla fine di agosto del 2026, una rubrica di opinione del Washington Post sosteneva ancora che gli americani non fossero mai usciti dal Me Decade. Con From Bauhaus to Our House, nel 1981, fece all’architettura moderna ciò che The Painted Word aveva fatto alla pittura. Nel 1977 PBS trasmise Tom Wolfe’s Los Angeles, un film satirico per la televisione in cui interpretava sé stesso.

The Right Stuff e i guerrieri del combattimento individuale

Il libro che rese Wolfe una figura di rilievo nazionale anche al di fuori del mondo delle riviste fu The Right Stuff, pubblicato nel 1979. Raccontava la storia dei collaudatori e dei Mercury Seven, i primi astronauti americani, e li raffigurava come guerrieri impegnati in duelli individuali, venuti da un’epoca passata e mandati a combattere la corsa allo spazio per conto del loro Paese. Wolfe era affascinato dal codice non scritto che regolava le loro vite: quella qualità che nessuno sapeva definire, ma che tutti nella cabina di pilotaggio capivano che o si aveva o non si aveva. Nel 1980 il libro vinse il National Book Award per la saggistica. Nel 1983 Philip Kaufman ne trasse un film che vinse quattro premi Oscar e, nel 2020, la storia diventò una serie televisiva su Disney+. L’espressione del titolo entrò stabilmente nella lingua inglese.

Il romanziere che aveva sempre minacciato di diventare

Per anni Wolfe aveva sostenuto che i romanzieri americani avessero abbandonato il grande romanzo sociale sulla scia di Thackeray e della sua Vanity Fair, di Dickens o di Zola, promettendo che ne avrebbe scritto uno lui stesso. Nel 1981 mise da parte ogni altra cosa per farlo. Si documentò assistendo alle udienze del tribunale penale di Manhattan e seguendo gli investigatori della omicidi nel Bronx. La ricerca gli riuscì facilmente. Scrivere, invece, no. Per superare il blocco riprese una soluzione vittoriana e propose a Jann Wenner, direttore di Rolling Stone, di pubblicare il romanzo a puntate. Wenner gli offrì circa 200.000 dollari e, dal luglio 1984 all’agosto 1985, Wolfe preparò una nuova puntata per ogni numero della rivista, che usciva ogni due settimane.

Non era soddisfatto di quella che definiva la sua «prima stesura molto pubblica» e passò altri due anni a riscriverla. Il cambiamento più importante riguardò il protagonista: Sherman McCoy, inizialmente uno scrittore, diventò un venditore di obbligazioni di Wall Street, uno degli autoproclamati «padroni dell’universo». The Bonfire of the Vanities uscì nel 1987 e fu un successo sia di pubblico sia di critica, apprezzato proprio dall’establishment letterario che Wolfe aveva deriso per vent’anni. Fissò un’immagine della New York degli anni Ottanta con cui gli scrittori successivi hanno dovuto fare i conti: il denaro, le tensioni razziali nei tribunali e le donne dell’alta società così magre da meritare il soprannome di «raggi X sociali». L’adattamento cinematografico del 1990, diretto da Brian De Palma e interpretato da Tom Hanks, Bruce Willis e Melanie Griffith, fu un insuccesso di critica e di botteghino, ma il romanzo gli sopravvisse senza difficoltà.

Per il secondo romanzo ci vollero più di undici anni. A Man in Full, ambientato ad Atlanta e costruito intorno allo sviluppatore immobiliare Charlie Croker, uscì nel 1998 con una prima tiratura di 1,2 milioni di copie e rimase per dieci settimane al primo posto nella classifica dei bestseller del New York Times. Nel 2024 Netflix ne distribuì una miniserie adattata da David E. Kelley, con Jeff Daniels nel ruolo di Croker. I Am Charlotte Simmons, del 2004, seguiva una studentessa povera e brillante, ammessa con una borsa di studio e proveniente dalla contea di Alleghany, in Carolina del Nord, alle prese con lo snobismo e la disinibizione sessuale di un’università d’élite. Vi confluirono anche il crescente interesse di Wolfe per le neuroscienze: paura, desiderio e umiliazione dei personaggi erano descritti con il linguaggio clinico della chimica cerebrale. Nel 2008 lasciò Farrar, Straus and Giroux, la casa editrice con cui aveva lavorato per quarant’anni; nel 2012 Little, Brown pubblicò Back to Blood, un romanzo su classi sociali, razza e ambizione a Miami per il quale, secondo quanto riferito, Wolfe ricevette quasi sette milioni di dollari. Il suo ultimo libro, The Kingdom of Speech, uscì nel 2016 e chiamava in causa Charles Darwin e Noam Chomsky, sostenendo che il linguaggio fosse un’invenzione e non il prodotto della selezione naturale.

Le polemiche che scatenò e quelle che perse

La reputazione di Wolfe si fondava sulle risse che andava a cercare, e non sempre ne uscì vincitore. Nel 1989 pubblicò su Harper’s «Stalking the Billion-Footed Beast», accusando i romanzieri americani di essersi ritirati dal mondo reale e invitandoli a uscire e fare reportage come i giornalisti. Quando uscì A Man in Full, tre degli scrittori che aveva preso implicitamente di mira risposero. John Updike scrisse sul New Yorker che il romanzo «è intrattenimento, non letteratura»; John Irving disse che leggere Wolfe era come leggere un brutto giornale; Norman Mailer propose un paragone troppo volgare per una rivista per famiglie. Wolfe definì la reazione «una magnifica scenata», insistette che il libro li aveva spaventati e replicò con un saggio intitolato «My Three Stooges», poi incluso in Hooking Up, la raccolta pubblicata nel 2000.

Le critiche nei suoi confronti non arrivarono soltanto dai rivali. James Wood osservò che dal laboratorio di Wolfe non usciva mai un personaggio di statura media: tutti condividevano la stessa esuberanza smisurata. Un membro del Black Panther Party lo definì razzista per il modo in cui il gruppo era rappresentato in «Radical Chic». I Am Charlotte Simmons fu accolto tiepidamente e vinse il Bad Sex in Fiction Award della rivista britannica Literary Review; Wolfe rispose che il tono clinico era intenzionale. Back to Blood vendette meno del previsto e i critici dissero che la tesi di The Kingdom of Speech si basava più sulle opinioni che sulla ricerca. I romanzi successivi confermarono ciò che i suoi ammiratori non volevano sentirsi dire: l’occhio del reporter restava formidabile, ma il metodo che aveva fatto esplodere il giornalismo poteva ridurre la narrativa a una sfilata di personaggi. Spesso veniva definito conservatore per via dei bersagli che sceglieva. Lui spiegava che lo si giudicava di destra per le cose di cui si prendeva gioco.

Riconoscimenti, archivio e l’abito bianco a casa

L’establishment che aveva stuzzicato ci mise un po’, ma alla fine lo accolse. Nel 2001 ricevette la National Humanities Medal e nel 2006 tenne la Jefferson Lecture in the Humanities, il più alto riconoscimento conferito dal governo federale per il lavoro nel campo delle discipline umanistiche, con una lezione intitolata «The Human Beast». Nel 2010 la National Book Foundation gli assegnò la Medal for Distinguished Contribution to American Letters. Nel 2013 la New York Public Library acquistò il suo archivio per 2,15 milioni di dollari: 190 scatole di bozze, schemi, quaderni pieni di interviste e disegni, oltre a più di 10.000 lettere di corrispondenti come Hunter S. Thompson, William F. Buckley e Gay Talese. Anche la cultura popolare si mise al passo. Nel 2006 apparve nei panni di sé stesso in The Simpsons, accanto a Jonathan Franzen, Gore Vidal e Michael Chabon; la serie lo aveva già usato come gag visiva, con Homer che rovescia del cioccolato su un abito bianco che Wolfe si strappa di dosso, rivelandone uno identico sotto.

Lontano dalla pagina, la sua vita era più tranquilla della sua prosa. Viveva a Manhattan con la moglie Sheila, che disegnava copertine per Harper’s Magazine, e i due ebbero due figli, Alexandra e Thomas Kennerly III. Si definiva un presbiteriano non più praticante. Tom Wolfe morì per un’infezione in un ospedale di Manhattan il 14 maggio 2018, all’età di 88 anni.

Le parole rimaste e il premio che porta il suo nome

La storica Meredith Hindley attribuisce a Wolfe l’ingresso nel lessico quotidiano inglese di «the right stuff», «radical chic», «the Me Decade», «good ol’ boy» e «statusphere». A volte gli viene attribuita anche l’espressione «trophy wife», che però non coniò; la sua formula, tratta da The Bonfire of the Vanities, era «raggi X sociali». Nel 2015 Michael Lewis scrisse per Vanity Fair un lungo saggio su come Tom Wolfe fosse diventato Tom Wolfe e nel 2023 il regista Richard Dewey ne trasse il documentario Radical Wolfe, descritto dal Los Angeles Times come un ritratto di come un reporter fosse diventato «l’outsider tra gli insider».

Il segno più tangibile della sua eredità è un premio. Nel 2025 la rivista Air Mail ha istituito i Tom Wolfe Literary Prizes, uno per la narrativa e uno per il reportage. I primi vincitori sono stati lo scrittore italiano Vincenzo Latronico, con Perfection, e la saggista Meghan Daum, per la saggistica. A settembre di quest’anno la seconda edizione ha annunciato una rosa di dodici finalisti: reporter che hanno raccontato temi come l’economia delle truffe sentimentali in Nigeria e i luoghi di formazione della Silicon Valley, e romanzieri alle prese con il capitalismo del XXI secolo, le ansie degli immigrati e la cultura dei «tech bro». Status, denaro e costruzione di sé: i materiali che Wolfe ha esplorato per mezzo secolo.

È questa la vera misura dell’uomo in abito bianco. Le polemiche con Updike e Mailer si sono affievolite e i romanzi più tardi vengono letti meno dei primi reportage. Ma ogni profilo giornalistico scritto al presente, ogni articolo di approfondimento che si apre con una scena invece che con un riassunto, ogni reporter che resta abbastanza a lungo da trovarsi nella stanza quando succede qualcosa, lavora nella forma nata da una lettera dettata dall’urgenza a Byron Dobell. Per tutta la vita Wolfe sostenne che il modo migliore di scrivere dell’America fosse uscire e osservarla molto da vicino. I finalisti della rosa di quest’anno suggeriscono che la sua tesi continui a prevalere.

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