Calcio

Nations League 2026-27: i nuovi ct in classifica per l’idea di gioco, non per i punti — Jorge Jesus primo, Mancini quarto

Kenji Nakamura
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Cinque delle maggiori nazionali europee hanno affrontato la Nations League con un allenatore che non le aveva mai guidate prima. Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Italia e Germania hanno cambiato commissario tecnico dopo il Mondiale, e una lunga finestra di tre o quattro partite ha offerto a ciascuno il primo vero periodo di lavoro per mettere in campo un’idea. La classifica è uno strumento grossolano. La domanda utile è di natura strutturale: dopo aver guardato una di queste squadre per novanta minuti, quanto si riesce già a riconoscere del nuovo allenatore?

È questo il criterio adottato qui. Non i punti e nemmeno i risultati, ma la leggibilità: se il modulo, il modo di creare occasioni e le scelte di formazione raccontano già chi è la persona a bordo campo. Una squadra può vincere mostrando pochissimo e perdere rivelando molto. Con questa prospettiva, l’ordine va da Lisbona a Monaco, e la nazionale che tutte e cinque dovrebbero studiare non compare affatto in classifica.

1. Jorge Jesus (Portogallo) — l’idea si è vista fin dal primo giorno

Il Portogallo ha nove punti su nove, ma i punti sono l’aspetto meno interessante della squadra. A Copenaghen ha avuto il 46 per cento del possesso e completato meno passaggi della Danimarca, 449 contro 527, eppure ha tirato 19 volte contro 12, centrando lo specchio in dieci occasioni, con un dato di gol attesi di 2,74 contro 0,67. È un progetto, non un caso. Il Portogallo di Jesus non vuole il pallone fine a sé stesso: vuole farlo avanzare rapidamente, verso un reparto offensivo basato sui movimenti e non su un punto di riferimento fisso. João Félix ha segnato in tutte e tre le partite. Bruno Fernandes gioca alle spalle degli attaccanti e li serve; ha confezionato gli assist per Gonçalo Ramos e poi per il colpo di testa di Vitinha nel successo per 4-2. Il gol del vantaggio di João Cancelo è arrivato da un suo stesso intercetto: un’azione nata da un intervento difensivo.

Anche una scelta di formazione racconta la stessa idea, con un altro linguaggio. Cristiano Ronaldo non ha giocato contro la Norvegia, ha lasciato il ritiro alla vigilia della partita con la Danimarca e il Portogallo ha segnato quattro gol senza di lui. La lettura strutturale è chiara: Jesus ha scelto un attacco mobile e basato sulle rotazioni, anziché costruirlo attorno a un unico finalizzatore. È la dichiarazione d’intenti più compiuta vista in questa finestra.

2. Zinedine Zidane (Francia) — il controllo c’è, la capacità di affondare ancora no

Due partite, due vittorie per 1-0, zero gol subiti. A Bruxelles Zidane ha schierato dal primo minuto tre esordienti, Andy Diouf, Jérémy Jacquet e Lucas da Cunha, e la Francia, pur senza l’infortunato Kylian Mbappé, ha comunque controllato la partita, tirando 18 volte contro le 12 del Belgio. Le basi si vedono. L’ultimo passaggio, per ora, no. Quei 18 tiri sono valsi 1,15 gol attesi: tanto volume, ma pochi pericoli concreti. Anche i cinque tentativi di Désiré Doué, uno dei quali finito sul legno, hanno raccontato la stessa storia. Il gol decisivo è arrivato all’88° minuto da un subentrato: Michael Olise, in campo da appena 11 minuti, ha ricevuto il passaggio di Rayan Cherki sulla linea di metà campo, ha superato quattro difensori palla al piede e ha poi infilato il pallone a giro nell’angolino basso.

La descrizione che Zidane ha dato di Olise è anche una descrizione di ciò che la Francia sta ancora cercando di costruire come squadra: «Ha una grande sensibilità per il gioco, anticipa i movimenti dell’avversario e sa quando attaccare e quando arretrare». Per ora questa intelligenza appartiene ai singoli più che alla struttura. La prossima avversaria, l’Italia, metterà alla prova la tenuta di una squadra che controlla ma fatica a incidere, contro una nazionale che ha appena segnato quattro gol.

3. Xavi Hernández (Paesi Bassi) — l’attacco è costruito, la copertura no

L’idea di gioco posizionale sta già producendo occasioni in quantità. A Belgrado i Paesi Bassi hanno tirato 25 volte, con un dato di 2,75 gol attesi, e Mexx Meerdink, alla sua prima presenza da titolare, ha segnato una doppietta. Il problema è ciò che si trova alle spalle di quella struttura. Due dei tre risultati di Xavi sono arrivati grazie a reti segnate dopo l’88° minuto: il pareggio di Cody Gakpo nei minuti di recupero contro la Germania, nella prima partita con lui in panchina, e la rete dell’89° minuto di Tijjani Reijnders a Salonicco, dopo che la Grecia si era portata sul 2-0 nel giro di un tempo. Anche la rimonta in Grecia è partita da un calcio piazzato, con Virgil van Dijk a segno di testa su corner di Joey Veerman.

Una squadra di possesso che continua a dover rimontare spesso non ha ancora trovato un equilibrio nella cosiddetta rest-defence: le posizioni dei giocatori alle spalle del pallone, che impediscono a un passaggio sbagliato di trasformarsi in un’occasione per gli avversari. Cinque punti in tre partite sono un bottino adeguato. Ma la struttura che li ha prodotti è ancora incompleta.

4. Roberto Mancini (Italia) — un risultato, ma non ancora un’identità di gioco

La seconda avventura di Mancini sulla panchina dell’Italia ha mostrato due squadre diverse nell’arco di quattro giorni. La prima ha perso 2-0 in casa contro il Belgio, a Roma. La seconda, con otto cambi (sono rimasti al loro posto solo Gianluigi Donnarumma, Sandro Tonali e Francesco Pio Esposito), era già avanti 3-0 a Bursa dopo mezz’ora, contro una difesa turca disordinata e su un campo fradicio di pioggia, e ha vinto 4-1. Una reazione notevole, ma non ancora un modello di gioco. Una rotazione quasi totale tra due partite consecutive è una ricerca, non una risposta: questa finestra ha mostrato di chi si fida Mancini, non come intenda far giocare l’Italia quando è l’avversario a prendere in mano la partita.

5. Jürgen Klopp (Germania) — difficile da decifrare, per scelta

La Germania è ultima non perché sia la squadra più debole, ma perché è la più difficile da leggere, e il suo allenatore sembra non avere fretta di renderla più comprensibile. Contro la Grecia ad Augusta, con un 4-2-3-1 ampiamente rimaneggiato, ha tenuto a lungo il pallone e tirato 16 volte, ma ha perso 1-0 per un tiro deviato di Dimitris Kourbelis contro una squadra schierata con un 4-4-2 molto basso. Quattro giorni dopo Klopp ha mandato in campo a Monaco una formazione praticamente nuova contro la Serbia e ha vinto 2-0: Florian Wirtz ha colpito il palo e Tom Bischof ha segnato sulla ribattuta, poi Wirtz ha superato Srdjan Babić e firmato personalmente il secondo gol.

Klopp ha inquadrato la prima partita meglio di chiunque altro: «Il calcio ha bisogno di allenamento, il calcio ha bisogno di automatismi. Per ora non ne abbiamo ancora abbastanza». Sulla rotazione ha aggiunto: «Il bello è che l’altra squadra non sa necessariamente come giocheremo». Vero. Dopo tre partite con formazioni in gran parte diverse, però, non lo sa nessun altro. Le squadre di Klopp si sono sempre contraddistinte per gli automatismi collettivi, quei segnali che spingono un intero reparto ad avanzare insieme, e non possono svilupparsi se i giocatori continuano a cambiare. Usare questa prima finestra per fare delle prove è una scelta ragionevole. Ed è anche il motivo per cui c’è così poco da valutare.

Il modello di riferimento: la Grecia

L’idea di gioco più chiara della Lega A appartiene a un allenatore che non ha cambiato nulla. Ivan Jovanović guida la Grecia dal 2024; la nazionale non si è qualificata al Mondiale, chiudendo il girone di qualificazione al terzo posto dietro a Scozia e Danimarca, e si è presentata senza nulla da smantellare. Alla sua prima partecipazione alla Lega A è in testa davanti a Germania e Paesi Bassi, con sette punti in tre partite: il colpo di testa di Anastasios Douvikas nei minuti di recupero per vincere a Belgrado, la prima vittoria della storia greca contro la Germania e il vantaggio per 2-0 all’intervallo contro i Paesi Bassi a Salonicco. Lo schema non è complicato: un 4-4-2 compatto senza palla e ripartenze rapide verso Christos Tzolis e gli altri attaccanti. Ma tutti i giocatori lo conoscono già. Anche la Spagna, che ha mantenuto il proprio allenatore, dimostra lo stesso partendo dalla vetta: sei punti su sei e una serie di imbattibilità che è arrivata a 40 partite.

La critica di Klopp dopo la partita di Augusta, secondo cui «i greci hanno praticamente giocato solo palloni lunghi», è stata la voce di un sistema ancora in costruzione che si scontra con uno più semplice ma già collaudato. Gli automatismi, come ha detto lui, richiedono tempo. La Grecia ha potuto lavorarci per due anni. I cinque nuovi allenatori hanno avuto una sola finestra, e solo Jorge Jesus l’ha sfruttata per mostrare la sua idea nella sua interezza.

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