Cinema

Daniele Luchetti, il regista che dopo Il portaborse ha scelto di raccontare le famiglie

Penelope H. Fritz
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Daniele Luchetti
Daniele Luchetti
Photo: Bart ryker / CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Nascita1960
Roma, Italia
ProfessioneRegista
Noto perMy Brother Is an Only Child, The Ties, Ordinary Happiness
PremiDavid di Donatello per il miglior regista esordiente · 2 David di Donatello per la migliore sceneggiatura · David di Donatello per il miglior film · David di Donatello per il miglior regista · Nastro d'Argento per la migliore sceneggiatura · Premio Flaiano per la regia televisiva

Chiedete a un italiano di una certa età che cosa gli venga in mente pensando a Daniele Luchetti e la risposta arriverà in fretta: Il portaborse, la commedia con Silvio Orlando nei panni di un insegnante incaricato di scrivere i discorsi e Nanni Moretti in quelli del ministro che se lo divora, il film che sembrava aver previsto lo scandalo delle tangenti prima ancora dei magistrati. Da oltre trent’anni questa etichetta accompagna il regista romano. Ormai, però, è perlopiù fuorviante. Il vero tema di Luchetti non è mai stato il Parlamento. È la famiglia: due fratelli che scelgono bandiere opposte, un marito che se ne va e poi torna; e, sempre più spesso, la famiglia così come qualcun altro l’ha messa per iscritto prima di lui.

È cresciuto a Roma, figlio di uno scrittore, e ha raccontato che il liceo classico gli ha insegnato quanto una storia possa cambiare a seconda di chi la racconta: una lezione da sceneggiatore imparata prima ancora di sapere che gli sarebbe servita. Dopo gli studi in lettere e storia dell’arte, si iscrisse alla scuola di cinema Gaumont fondata da Renzo Rossellini, dove il suo primo cortometraggio finì in un film collettivo realizzato dagli studenti, Juke box. La scuola gli permise anche di conoscere Moretti. Luchetti divenne suo aiuto regista per Bianca e La messa è finita, osservando da vicino come un cineasta potesse trasformare un’irritazione privata nel ritratto di un Paese.

La società di Moretti, Sacher Film, produsse il suo primo lungometraggio, Domani accadrà, nel 1988. Luchetti, nato a Roma nel 1960, aveva ancora vent’anni; il film gli valse il David di Donatello come miglior regista esordiente e una menzione speciale alla Caméra d’Or di Cannes. Il film che gli diede notorietà arrivò tre anni dopo.

Il portaborse fu presentato in concorso a Cannes nel 1991. Orlando interpreta un professore di liceo assunto per scrivere i discorsi di un giovane e ambizioso ministro, interpretato da Moretti con distacco e divertito appetito di potere. La storia era inventata, ma prima ancora di arrivare nelle sale diversi politici dissero alla stampa di essersi sentiti presi di mira: una pubblicità che giovò al botteghino più di qualsiasi campagna. Un anno dopo, le inchieste di Mani pulite cominciarono a smantellare i partiti al governo in Italia e il film venne riletto come una profezia. Si aggiudicò quattro David, tra cui quello per la migliore sceneggiatura a Luchetti.

La collaborazione destinata a segnare il resto della sua carriera nacque a teatro. Nel 1992 Luchetti mise in scena Sottobanco, costruito a partire dai racconti scolastici di Domenico Starnone, romanziere che aveva trascorso anni a insegnare nelle scuole superiori italiane. Lo spettacolo girò l’Italia con Orlando e nel 1995 diventò il film La scuola, che vinse il David come miglior film. I libri di Starnone avrebbero riportato Luchetti a lavorare con lui altre due volte.

Il successivo apice arrivò grazie a un altro scrittore. Tratto dal romanzo di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista e adattato insieme agli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, Mio fratello è figlio unico racconta la storia di due fratelli di Latina dagli anni Sessanta ai Settanta: Elio Germano è quello che scivola verso la destra fascista, Riccardo Scamarcio il comunista. Presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes nel 2007, il film vinse il David e il Nastro d’Argento per la sceneggiatura, mentre Germano conquistò il David come miglior attore. Tre anni dopo, La nostra vita, con Germano nei panni di un operaio edile che si ritrova all’improvviso solo con i figli, fu l’unico film italiano in concorso a Cannes; Germano condivise il premio per il miglior attore con Javier Bardem e nel 2011 Luchetti vinse il David come miglior regista.

Vale la pena soffermarsi su questo schema, perché complica la versione ufficiale della sua storia. Gli attori di Luchetti tendono a portarsi a casa i premi, mentre i suoi lavori migliori si basano spesso sui libri di qualcun altro: Pennacchi, Starnone per tre volte, Elena Ferrante, Giorgio Fontana e ora Maria Grazia Calandrone. In una cultura cinematografica che misura ancora i registi in base a quanto siano personali le loro sceneggiature, questo ha reso facile collocarlo uno scaffale sotto Moretti o Paolo Sorrentino. Le eccezioni vanno in entrambe le direzioni. Anni felici, film in gran parte autobiografico su una famiglia di artisti nell’estate del 1974, è tra i suoi lavori più personali; Chiamatemi Francesco, biografia di Jorge Mario Bergoglio del 2015, trasmessa anche come miniserie televisiva, si colloca invece al di fuori del suo territorio abituale e raramente viene citato quando i critici tracciano un bilancio della sua carriera. Ciò che accomuna entrambe le opere è un orecchio finissimo per il modo in cui le coppie e i fratelli si feriscono a vicenda con frasi quotidiane.

È stato proprio questo orecchio a procurargli l’incarico più importante della fase matura della sua carriera. Lacci, il suo secondo adattamento di Starnone, con Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio nei panni di una coppia il cui matrimonio, spezzato da un tradimento, viene ricucito, inaugurò fuori concorso la Mostra del Cinema di Venezia nel settembre 2020: il primo film italiano ad aprire la Mostra dopo Baarìa di Giuseppe Tornatore nel 2009. Nel 2022 Luchetti prese in mano la terza stagione de L’amica geniale, l’adattamento HBO e Rai dei romanzi di Ferrante, e vinse il Premio Flaiano per la regia televisiva. Realizzò anche due documentari su artiste italiane, Raffa, dedicato a Raffaella Carrà, e Codice Carla, sulla ballerina Carla Fracci, prima di tornare a Starnone con Confidenza, ritratto di un insegnante tenuto in ostaggio da un segreto, con Germano protagonista e le musiche di Thom Yorke, presentato in anteprima mondiale all’International Film Festival Rotterdam all’inizio del 2024.

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Prima di noi, co-diretto con Valia Santella e tratto dal romanzo di Fontana, segue la famiglia Sartori dalla ritirata di Caporetto del 1917 al 1978; è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nell’ottobre 2025 ed è andato in onda su Rai 1 dal 4 gennaio 2026. Poi, il 18 ottobre 2026, nella sezione Grand Public della Festa di Roma è stata presentata in anteprima Noi, un po’ meglio, commedia romantica prodotta da Lucky Red per Netflix e disponibile in esclusiva sulla piattaforma dal 29 ottobre. Germano, alla sua quarta parte da protagonista per Luchetti, e Maria Chiara Giannetta interpretano un uomo con una famiglia stabile e una donna che non ha mai voluto figli: il loro tentativo di adottarne uno fa riaffiorare ogni vecchio dissenso. Per il regista il cui film del 1991 era diventato un evento nazionale nelle sale, rinunciare del tutto al cinema dice molto su dove viva oggi la commedia italiana a medio budget.

Il suo prossimo film è in produzione e guarda di nuovo a Roma. Dove non mi hai portata adatta il memoir-romanzo di Calandrone, finalista al Premio Strega nel 2023, sulla neonata trovata sola nei giardini di Villa Borghese nel 1965 e sulla figlia che, decenni dopo, ricostruisce la storia della madre che l’ha lasciata lì. Nel cast ci sono Tecla Insolia e Margherita Buy; la stampa cinematografica italiana indica per il 2027 l’uscita nelle sale con 01 Distribution. Un’altra famiglia, un altro libro, un’altra occasione per l’uomo che un tempo veniva archiviato come autore di satira politica di mostrare ciò che ha sempre raccontato nei suoi film.

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