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Bill Cowher, l’allenatore degli Steelers che ha detto no a ogni panchina

Penelope H. Fritz
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Bill Cowher
Bill Cowher
Photo: Carlynton High School / Public domain, via Wikimedia Commons
Nascita8 maggio 1957
Crafton, Pennsylvania
ProfessioneOpinionista televisivo ed ex capo allenatore NFL
Premi individualiPro Football Hall of Fame · Campione del Super Bowl XL · Allenatore dell'anno della NFL (AP)

Per anni, ogni volta che un proprietario di una squadra NFL licenziava il proprio allenatore, il nome di Bill Cowher tornava a circolare. E ogni volta la storia finiva nello stesso posto: uno studio televisivo di New York, dove la mascella che i tifosi di Pittsburgh chiamavano «il Mento» ora sporge verso una telecamera invece che verso un arbitro. È questa la forma insolita della sua carriera. L’allenatore che sembrava nato per la sideline, tra sputi e coraggio nelle situazioni di quarto down, ha ormai passato più tempo a commentare il football su The NFL Today di quanto ne abbia trascorso alla guida degli Steelers, e nessuno è riuscito a convincerlo a tornare.

Il suo rifiuto si capisce meglio guardando alle sue origini. È cresciuto a Crafton, un sobborgo a pochi chilometri dal Three Rivers Stadium, figlio di un uomo che per un breve periodo aveva frequentato le lezioni alla Duquesne insieme a Dan Rooney, futuro proprietario degli Steelers. I reclutatori lo giudicarono troppo piccolo per giocare come linebacker. La North Carolina State decise di scommettere su di lui, e Cowher la ripagò trasformando ogni partita in una questione personale: rileggeva le lettere di rifiuto delle università che si preparava ad affrontare. Una volta si paragonò a Freddy Krueger: voleva essere il peggior incubo della squadra avversaria.

Cowher, nato l’8 maggio 1957, lasciò la NC State nel 1979 con una laurea in scienze dell’educazione e un record stagionale di 195 placcaggi, tuttora il migliore secondo l’università. Nessuna squadra lo scelse al draft. Trascorse cinque stagioni tra Cleveland Browns e Philadelphia Eagles, soprattutto negli special team: era un «bubble player», come si definiva lui, a una brutta settimana dal taglio. A Philadelphia, uno dei suoi placcaggi spezzò la gamba a un giovane defensive back dei Chicago Bears, Jeff Fisher, che in seguito disse che quell’infortunio lo aveva spinto verso la carriera da allenatore. I due finirono per diventare allenatori rivali e amici.

Marty Schottenheimer, suo coordinatore difensivo a Cleveland, lo volle nello staff dei Browns nel 1985; a 28 anni Cowher accettò un taglio di stipendio per smettere di giocare. Allenò gli special team, poi i defensive back, scambiandosi idee con un giovane assistente dei New York Giants di nome Bill Belichick, e nel 1989 seguì Schottenheimer a Kansas City come coordinatore difensivo. Nel 1991 Belichick lo precedette alla guida dei Browns. Un anno dopo i Rooney affidarono a Cowher, che aveva 34 anni, il posto di Chuck Noll, l’uomo che aveva portato alla franchigia quattro Super Bowl.

Seguirono quindici stagioni di un football ben preciso: difesa aggressiva, gioco di corsa e special team trattati come una terza unità. Fu nominato allenatore dell’anno AP dopo la sua prima stagione e Pittsburgh raggiunse i playoff in ciascuna delle sue prime sei annate, un’impresa riuscita prima di lui soltanto a Paul Brown. A 38 anni diventò il più giovane allenatore, fino a quel momento, a portare una squadra al Super Bowl: perse 27-17 contro i Dallas Cowboys nel Super Bowl XXX. Al quarto down rischiava laddove Schottenheimer avrebbe scelto il punt e, durante una partita del 1995 in Minnesota, infilò una fotografia nella tasca di un ufficiale per dimostrare che la sua squadra aveva undici uomini in campo. La lega gli inflisse una multa di 7.500 dollari.

La versione celebrativa della sua storia tende a sorvolare sui mesi di gennaio. Tra la stagione 1994 e quella 2004, gli Steelers di Cowher ospitarono cinque finali della AFC e ne persero quattro, due contro i New England Patriots all’Heinz Field; lui ha raccontato che quelle sconfitte gli fecero più male di quella al Super Bowl. La fine degli anni Novanta portò due stagioni consecutive perdenti e la rabbia dei tifosi per la sua abitudine di usare le scelte del primo giro per rinforzare le linee. Persino il quarterback che alla fine gli fece conquistare il titolo non fu proprio una sua scelta: secondo la ricostruzione più diffusa del draft 2004, Cowher puntava sul tackle Shawn Andrews, ma Dan Rooney indirizzò la scelta su Ben Roethlisberger. Un allenatore ricordato per la sua determinazione vinse l’anello anche perché il proprietario gli impose una decisione diversa.

L’anello arrivò comunque. Pittsburgh si qualificò a stento ai playoff del 2005 come sesta testa di serie, vinse in trasferta a Cincinnati, Indianapolis e Denver, poi batté i Seattle Seahawks 21-10 nel Super Bowl XL a Detroit: fu la prima sesta testa di serie a conquistare il titolo e il primo campionato degli Steelers che non portasse la firma di Noll. Undici mesi dopo, il 5 gennaio 2007, Cowher si dimise, dicendo di voler dedicare più tempo alla famiglia. Aveva 49 anni e un bilancio di 161 vittorie, 99 sconfitte e un pareggio, playoff compresi, oltre a otto titoli di division e dieci partecipazioni alla post-season. Al suo posto arrivò Mike Tomlin.

La famiglia non era una scusa. Sua moglie Kaye, anche lei laureata alla NC State e già cestista professionista con le New York Stars insieme alla sorella gemella, morì di cancro alla pelle nel luglio 2010, a 54 anni. La coppia aveva tre figlie, tutte giocatrici di basket. Nel 2014 Cowher sposò Veronica Stigeler e, quattro anni dopo, si trasferì stabilmente a New York. Nel frattempo interpretò un cameo nei panni dell’allenatore dei Gotham Rogues in Il cavaliere oscuro – Il ritorno, girato in parte nello stadio degli Steelers, e nel 2021 pubblicò un memoir, Heart and Steel, scritto insieme a Michael Holley.

Il riconoscimento arrivò sul suo stesso set. Nel gennaio 2020 David Baker, presidente della Pro Football Hall of Fame, entrò nello studio della trasmissione pre-partita della CBS e gli annunciò in diretta che era stato scelto per la Centennial Class; la pandemia fece slittare la cerimonia e, nell’agosto 2021, a Canton Cowher concluse la serata con l’ultimo intervento. Due anni dopo la NC State lo inserì nel suo Ring of Honor.

Ora è alla sua ventesima stagione con la CBS, al tavolo con James Brown, Nate Burleson e due nuovi arrivati, Russell Wilson e Kyle Long. La sua ex squadra è andata avanti senza di lui: Tomlin si è dimesso a gennaio dopo 19 stagioni e i Rooney hanno scelto Mike McCarthy, appena il quarto allenatore capo degli Steelers dal 1969. Il 25 ottobre Cowher ha usato il suo spazio in trasmissione per difendere Nick Sirianni, il cui Philadelphia Eagles aveva perso quattro partite di fila. «Date una possibilità a quest’uomo», ha detto. «Spero che non gli ci vogliano tre anni, come ci sono voluti a me per tornare».

Quella frase è la cosa più vicina a un autoritratto che Cowher offra. Invoca la pazienza perché Pittsburgh un tempo gliela concesse, e continua a sostenerla dallo studio invece di dimostrare ancora una volta il suo valore a bordo campo. Con la stagione che si spinge fino a gennaio, la domanda che la lega gli pone da vent’anni tornerà a farsi sentire, e lui risponderà di domenica, sulla CBS, in giacca e cravatta.

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