Cinema

Il cigno trasforma la simmetria di Wes Anderson in un gelido ritratto della crudeltà

Il corto di 17 minuti di Wes Anderson da Roald Dahl, 2023, è più cupo e compatto di Henry Sugar.
Martha O'Hara
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Il cigno comincia come una caccia. Due bulli grandi e grossi, e altrettanto ottusi, perseguitano senza pietà Peter, un ragazzino piccolo e brillante. La sinossi non dice di più, e al film non serve molto altro. Wes Anderson adatta un racconto breve di Roald Dahl pensato per i lettori giovani e lo mette in scena con il rigore che gli conosciamo: inquadrature composte con cura, simmetrie, uno spazio in cui nulla sembra lasciato al caso. Con un regista così riconoscibile viene sempre il sospetto che lo stile pesi più della storia. Qui, per la maggior parte del tempo, i due restano in equilibrio.

Il corto condivide con The Wonderful Story of Henry Sugar il modo di raccontare, ma regge benissimo anche da solo. Anderson conserva l’impianto del racconto narrato. Rupert Friend è accreditato come narratore e come Peter Watson da adulto, Ralph Fiennes interpreta Roald Dahl in persona, e il Peter bambino è Asa Jennings. La vicenda passa quindi per più voci, e quella dell’adulto non attenua la crudeltà di ciò che vediamo. Le dà la distanza di chi ricorda e sa di essere sopravvissuto.

Serve alla storia, questa distanza, perché la persecuzione del Cigno è pericolosa, non solo fastidiosa. Il BBFC, l’ente britannico di classificazione, segnala del resto riferimenti alla violenza, al bullismo e a comportamenti pericolosi. Il film non smussa nulla. Ma l’ordine impeccabile dell’immagine, la compostezza di ogni quadro, fa da contrappunto alla brutalità di quello che accade dentro il quadro, e il contrasto rende le scene più sgradevoli di quanto sarebbero con una regia nervosa. Lo spettatore resta sospeso tra l’allarme e la contemplazione, senza sapere se gli sia concesso di respirare.

Sul piano dei temi, il film guarda a come si resiste a una persecuzione e a che cosa tenga in piedi un ragazzino quando il mondo intorno a lui si accanisce. Non lo dichiara: lo lascia trasparire. La regia non indica mai quale emozione provare. Si affida alla voce che racconta e ai volti degli interpreti, convinta che la storia abbia già abbastanza forza, e la scelta si nota proprio perché Anderson ha tutti gli strumenti per fare il contrario.

Asa Jennings, nel ruolo del giovane Peter Watson, ha il compito più difficile: rendere credibile un bambino braccato senza farne una vittima da compatire. Ci riesce con una presenza sobria, lontana da ogni enfasi, e fa bene, perché intorno a lui tutto è già stilizzato. Friend lavora in sottrazione, con un tono controllato che lascia intuire più di quanto dica. Fiennes, che dà corpo a Dahl, porta con sé un’autorevolezza quasi da conferenziere e fa da garante del testo. Accanto a loro ci sono quattro attori accreditati come macchinisti di scena: Eliel Ford, Truman Hanks, Benoît Herlin e Octavio Tapia. Il credito dice già come guardarli. Fanno parte dell’apparato teatrale, e il racconto ci arriva come uno spettacolo allestito sotto i nostri occhi più che come un dramma abitato da personaggi.

I limiti ci sono e dipendono in buona parte dalla brevità. I due persecutori restano figure appena abbozzate, definite quasi solo dalla loro ottusità, come dice la stessa sinossi. Nel registro della fiaba nera funziona, perché il male è spesso una forza senza interiorità, ma chi cerca psicologia resterà a bocca asciutta. Si può anche dubitare che un racconto d’inseguimento non avrebbe tratto vantaggio da qualche pausa in più, per lasciar depositare il pericolo. La compressione, in un corto, è però inevitabile, e il film la gestisce con più disciplina di quanto ci si aspetterebbe.

Restano poi le riserve che Anderson si porta dietro da sempre. Chi non ama la sua grammatica visiva troverà anche qui un mondo troppo levigato, troppo consapevole di sé. Il materiale di Dahl, però, è abbastanza robusto da reggere lo stile senza spezzarsi, ed è la durezza della vicenda a dare senso alla precisione del regista. Con una storia più leggera, tanta cura sembrerebbe un vezzo.

Non è il lavoro più ambizioso di Anderson, e non pretende di esserlo. Funziona perché l’artificio e la violenza qui convivono, e la voce di Peter adulto tiene insieme i due piani. Chi non sopporta il suo stile troverà poco per ricredersi. Per tutti gli altri resta un sottile malessere, che il tono composto del film non riesce del tutto a cancellare.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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