Televisione

American Hostage debutta su MGM+: Jon Hamm nell’antologia true crime di Shawn Ryan

Liv Altman
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MGM+ ha aperto il suo palinsesto autunnale con American Hostage, un’antologia in otto episodi creata da Shawn Ryan che ricostruisce uno dei casi di sequestro più strani della storia americana. La prima stagione mette insieme Jon Hamm e Giovanni Ribisi per drammatizzare lo scontro di Indianapolis in cui un uomo disperato legò un fucile a canne mozze al collo del suo broker ipotecario e lo costrinse a camminare nella neve, con un capo del filo avvolto attorno al proprio dito sul grilletto.

L’idea è costruita per durare oltre questa singola crisi: American Hostage è concepita come un’antologia true crime, in cui ogni stagione affronta un diverso caso reale di sequestro e un nuovo cast. Hamm interpreta Fred Heckman, il giornalista radiofonico di Indianapolis di cui il sequestratore si fidava più che della polizia; Ribisi è Tony Kiritsis, l’uomo offeso al centro del calvario. Ciò che inizia come un’emergenza di polizia diventa, nel racconto di Ryan, una storia su chi il pubblico crede e perché.

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Antologie come questa non sembrano più una scommessa. Ryan lavora in una forma che Fargo, di FX, e American Crime Story, di Ryan Murphy, hanno trasformato nel motore più affidabile della televisione di prestigio: una stagione autoconclusiva, un fatto reale fisso, un cast di richiamo che ruota una volta raccontata la storia. American Hostage eredita quell’architettura e la restringe a un’unica unità di suspense, quasi teatrale: due uomini, un filo e una città in ascolto alla radio. Dove American Crime Story puntava all’aula di tribunale e allo spettacolo nazionale, questa stagione resta claustrofobicamente aderente allo scontro stesso.

Porta anche l’impronta del suo creatore. Shawn Ryan si è costruito la reputazione con The Shield, una delle serie che hanno insegnato al dramma di prestigio a convivere senza imbarazzo con uomini moralmente compromessi, e più di recente ha ingegnerizzato la macchina streaming di The Night Agent, di Netflix. Qui baratta la spinta con la pressione. Insieme alla co-creatrice Eileen Myers, tratta il caso meno come un thriller da risolvere che come un problema morale trasmesso in tempo reale: il tipo di storia che premia uno showrunner capace di fidarsi del silenzio e delle scene lunghe più che dell’incidente.

I fatti alla base del dramma restano davvero sbalorditivi. Nel febbraio del 1977, Tony Kiritsis entrò negli uffici di una società di mutui nel centro di Indianapolis e ne uscì con il broker Richard «Dick» Hall sotto la minaccia delle armi, un fucile collegato con un filo al collo di Hall così che uccidere Kiritsis avrebbe ucciso anche l’ostaggio — un meccanismo che il caso avrebbe immortalato come la «linea dell’uomo morto». Per circa sessantatré ore, Kiritsis tenne Hall in un appartamento pieno di trappole mentre la televisione locale trasmetteva lo scontro in diretta e lui telefonava alla WIBC per sfogare le sue lamentele contro gli uomini che accusava di averlo rovinato.

Fred Heckman è il motivo per cui la vicenda è diventata una parabola del giornalismo anziché una nota a piè di pagina. In quanto giornalista più affidabile della città, divenne il canale scelto dal sequestratore, e la copertura costrinse una generazione di giornalisti a fare i conti con ciò che la cronaca in diretta di una crisi fa alla crisi che racconta. Quella tensione — il cronista come testimone e insieme partecipe — è il vero tema della stagione, ed è per questo che Hamm, così bravo con gli uomini la cui compostezza è una recita, è una scelta di casting così azzeccata. Il suo Heckman è calmo in onda e si sgretola fuori dall’antenna.

Attorno ai due protagonisti, Ryan schiera una panchina profonda. Kristoffer Polaha interpreta Dick Hall, il broker la cui sopravvivenza dipende dal restare immobile; Mireille Enos è Barbara Heckman, che guarda il marito scomparire nell’emergenza di qualcun altro; William Jackson Harper compare come Ben Hairston e Jonathan Tucker come un agente dell’FBI che lavora sul perimetro. È un cast pieno di interpreti capaci di reggere un primo piano, cosa che conta in una storia dove gran parte dell’azione consiste in persone che aspettano, trattano e ascoltano.

La stagione attinge a un podcast di finzione del 2022 dallo stesso titolo, e la traduzione dall’audio all’immagine è eloquente. Una storia che un tempo viveva interamente nelle voci — chiamate radiofoniche, messaggi registrati, l’autorità disincarnata di un giornalista — ora ha volti a cui associarle, e l’adattamento fa leva sullo scarto tra ciò che il pubblico udì e ciò che accadeva davvero in quell’appartamento. È un thriller psicologico nel senso più autentico: la suspense riguarda meno il fatto che il filo scivoli quanto ciò che ciascun uomo deciderà di essere disposto a fare.

Per MGM+, ancora impegnata a costruirsi un’identità distinta da quella dei rivali dello streaming, American Hostage è una dichiarazione d’intenti: una mossa riconoscibile, sagomata per i premi, ancorata a uno dei volti più redditizi della televisione. Se l’antologia regge, il formato promette una galleria a rotazione di crisi americane a venire, ogni stagione un nuovo assedio con un nuovo cast. A giudicare dal suo capitolo d’esordio, la serie ha capito che la cosa più spaventosa in una storia di ostaggi non è la pistola. È la rapidità con cui un’intera città può essere convinta a schierarsi.

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