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Ali Sadpara, il portatore che con Simone Moro firmò la prima invernale del Nanga Parbat

Penelope H. Fritz
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Ali Sadpara
Ali Sadpara
Photo: Rao Ahmad / CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Nascita2 febbraio 1976
Sadpara, Skardu, Gilgit-Baltistan, Pakistan
Morte5 febbraio 2021 (45)
ProfessioneAlpinista

Ali Sadpara cominciò la sua vita lavorativa trasportando verso l’alto, sul ghiacciaio del Baltoro, le ambizioni degli altri: ai piedi aveva infradito e addosso attrezzatura di seconda mano. La concluse da scalatore seguito da un intero Paese sul K2. Tra questi due momenti si colloca una delle ascese più vertiginose della storia dell’alpinismo himalayano: un portatore proveniente da un villaggio il cui nome era diventato sinonimo di carichi sulle spalle, arrivato in cima al Nanga Parbat in inverno dopo il fallimento di tutte le spedizioni invernali precedenti. La sua vita lascia aperta una domanda: quale prezzo si paga per diventare un simbolo nazionale proprio nel momento in cui l’alta montagna si trasforma in un palcoscenico?

Il villaggio si chiama Sadpara, a poca distanza da Skardu, nel Gilgit-Baltistan. Da generazioni i suoi uomini trasportano carichi per le spedizioni straniere dirette al K2 e ai Gasherbrum. Ali era il più giovane di undici figli, quasi tutti morti durante l’infanzia. Prima venne il calcio: giocava a centrocampo per il Government College di Skardu e, raccontò in seguito un amico d’infanzia, l’alpinismo era sempre stata soltanto la sua seconda scelta. Sposò Fatima a diciannove anni e poco dopo nacque il figlio Sajid, il primo dei loro tre figli.

Nacque in quel villaggio il 2 febbraio 1976 e la montagna entrò nella sua vita attraverso l’unica porta aperta, lì, a un giovane come lui. All’inizio degli anni Novanta cominciò a lavorare come portatore a bassa quota; a metà del decennio trasportava rifornimenti ai posti dell’esercito pakistano lungo la strada per il ghiacciaio Siachen, la linea del fronte gelata con l’India, scalando di notte pareti di ghiaccio sotto il fuoco dei bombardamenti. «Dopo Siachen non avevo più paura», disse alla rivista Alpinist. Nel 2005 lavorava già come portatore d’alta quota e, l’anno successivo, raggiunse la sua prima vetta oltre gli 8.000 metri, il Gasherbrum II, con attrezzatura di seconda mano comprata e riparata a Skardu. «Non avevo gli scarponi giusti, né un piumino», ricordò.

Il Nanga Parbat diventò la sua montagna. Lo scalò nel 2008 e di nuovo nel 2009, aggiunse il Gasherbrum I nel 2010 e poi affiancò l’alpinista basco Alex Txikon nel progetto più difficile che la vetta avesse ancora da offrire: un’ascensione invernale. Il loro primo tentativo, nel 2015, si fermò dopo aver perso la via intorno ai 7.200 metri. Il 26 febbraio 2016 Sadpara, Txikon e l’italiano Simone Moro raggiunsero la cima lungo la via Kinshofer, sul versante Diamir, chiudendo una stagione di tentativi invernali cominciata decenni prima. Sadpara diventò il primo pakistano a salire una vetta di 8.000 metri in inverno, e i suoi due compagni europei dissero pubblicamente che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Txikon raccontò poi la loro storia nel suo film, La montaña desnuda.

Gli anni successivi furono i più prolifici della sua carriera. Nel 2017 arrivarono il Broad Peak e una nuova ascensione del Nanga Parbat. Nell’inverno del 2018 si unì a Txikon nel tentativo di scalare l’Everest senza ossigeno supplementare; dovettero rinunciare, ma nel frattempo salirono il Pumori in inverno. Quell’estate raggiunse la cima del K2 e nel 2019 aggiunse Lhotse, Makalu e Manaslu, in Nepal. Otto delle quattordici vette oltre gli 8.000 metri, cinque delle quali in patria: nessun alpinista pakistano aveva fatto meglio. Aderì al programma quinquennale dello scalatore francese di velocità Marc Batard, Beyond Mount Everest, e all’inizio del 2019 si trovava di nuovo sul Nanga Parbat, alla ricerca degli alpinisti dispersi Daniele Nardi e Tom Ballard.

Non cercò mai di abbellire il proprio lavoro. Disse ad Alpinist che desiderava una macchina da cucire per sua moglie e un’ascensione invernale del K2 per sé; nel 2016 dichiarò senza giri di parole che non avrebbe voluto vedere i figli seguire le sue orme. A spingere i giovani di Sadpara sui ghiacciai, sosteneva, era la povertà: se avessero avuto alternative migliori, la maggior parte avrebbe smesso. Il riconoscimento dello Stato arrivò tardi. Il 25 gennaio 2021 il governo annunciò che avrebbe finanziato il suo tentativo di scalare le restanti vette oltre gli 8.000 metri. Lui era già al campo base del K2.

Quell’inverno si era unito all’alpinista islandese John Snorri Sigurjónsson, con Sajid al suo fianco. Durante la pandemia il Pakistan aveva riaperto le frontiere e la montagna si era riempita: una numerosa squadra nepalese, di cui facevano parte Nirmal Purja e Mingma G, una spedizione commerciale organizzata da Seven Summit Treks e alpinisti indipendenti accompagnati dai propri operatori di ripresa. Il 16 gennaio 2021 dieci alpinisti nepalesi compirono la prima ascensione invernale del K2, l’ultima grande prima assoluta ancora da conquistare in questo sport. Quel giorno morì in una caduta lo scalatore spagnolo Sergi Mingote. Sadpara e Snorri rimasero.

La sera del 4 febbraio partirono dal campo alto insieme a Sajid e al cileno Juan Pablo Mohr. A circa 8.200 metri, ai piedi del Collo di bottiglia, si guastò il regolatore dell’ossigeno di Sajid. Suo padre gli aveva detto di usare l’ossigeno per risalire il canalone: furono le ultime parole che Sajid gli sentì dire. Il figlio tornò indietro. Il 5 febbraio si persero i contatti con gli altri tre e non è mai stato possibile stabilire se abbiano raggiunto la vetta. Il 18 febbraio le autorità pakistane e la famiglia li dichiararono morti.

In Pakistan la versione eroica si impose quasi subito: il figlio della nazione perduto sulla montagna nazionale. Il documentario di Amir Bar-Lev The Last First: Winter K2, presentato in anteprima al Sundance nel gennaio 2026 e arrivato su Apple TV il 2 ottobre, racconta una storia meno rassicurante. Nel film, una mattina la piccola squadra di Snorri e Sadpara si sveglia e scopre che i nepalesi sono partiti per la vetta senza di loro, nonostante l’accordo di scalare insieme. Dopo la morte di Mingote, mentre molti si aspettavano che le squadre rimaste abbandonassero la montagna, alcuni funzionari pakistani visitarono il campo base e chiarirono che il Paese contava sui suoi due alpinisti; intanto il regista Elia Saikaly, sostenuto dal governo, arrivò per documentare la vittoriosa ascensione di Sadpara. Nei titoli di coda Sadpara è indicato come guida alpina nella spedizione dell’islandese, mentre A.V. Club ha messo in evidenza «il complesso rapporto di Ali con il governo pakistano» come uno dei fili conduttori del film. Il documentario non sostiene che qualcuno gli abbia ordinato di salire. Mostra quante persone avessero interesse a vederlo partire.

Il 26 luglio 2021 una squadra sherpa addetta a fissare le corde, al lavoro per Madison Mountaineering, trovò tre corpi sulla via sopra il Campo 4. Quello di Sadpara si trovava circa 300 metri sotto il Collo di bottiglia; poco più in là c’era quello di Snorri, mentre il corpo di Mohr era più in basso. Quell’estate Sajid era tornato al K2 con Saikaly e Pasang Kaji Sherpa per cercarli e aspettava al Campo 4 che lo conducessero da suo padre. Nello stesso mese raggiunse per la seconda volta la cima del K2. Nel 2023 diventò il primo pakistano a scalare l’Everest senza ossigeno supplementare: era il figlio dell’uomo che aveva sperato che i suoi bambini non salissero mai in montagna.

Da allora il Pakistan ha dato il suo nome a diversi luoghi. Una rotatoria a Gilgit è diventata Sadpara Chowk, un parco nel quartiere Korangi di Karachi porta il suo nome, una parete d’arrampicata allo stadio Qayyum di Peshawar gli è stata dedicata e il governo del Gilgit-Baltistan ha approvato la creazione di una scuola di alpinismo in suo onore. I monumenti consacrano l’eroe. Il suo percorso racconta qualcosa di più difficile: che gli alpinisti del Baltistan non sono mai stati soltanto i portatori nelle fotografie di qualcun altro e che, quando lo Stato e le telecamere si sono accorti di loro, la montagna era ormai diventata una gara che lui non aveva scelto di correre.

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