Cinema

Willem Dafoe è un poeta riportato alla luce in Late Fame di Kent Jones

Camille Lefèvre

Ed Saxberger ha passato quasi tutta la vita lavorativa dietro lo sportello di un ufficio postale, e l’esile raccolta di versi che aveva pubblicato da giovane è da tempo fuori catalogo, uscita dai ricordi non meno che dagli scaffali. Poi uno sconosciuto si presenta alla sua porta, definisce quel libro una scoperta e lo invita a incontrare chi, in una stanza affittata dall’altra parte della città, se lo legge a voce alta l’un l’altro. La premessa di Late Fame è tutta qui, in questa semplicità, e la sua carica nasce da un’unica domanda che manda in crisi: che cosa deve un uomo al giovane che è stato, quello che degli estranei hanno d’un tratto deciso di ammirare, e che cosa deve alla vita tranquilla che quell’ammirazione minaccia di disfare.

Kent Jones, critico e storico del cinema molto prima di diventare regista, guarda al riconoscimento tardivo come a un dono e a una crudeltà sommessa insieme. La qualità dei versi di Saxberger gli interessa meno di ciò che l’attenzione produce in un uomo che aveva fatto pace con l’idea di non essere nessuno in particolare. Il film osserva, con pazienza, come un po’ di lusinga riorganizzi una routine ormai assestata, e si rifiuta di dirci in anticipo se quella riorganizzazione sia una salvezza o una trappola che si chiude lentamente.

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Affidare a Willem Dafoe il ruolo di un uomo definito dalla propria reticenza è l’idea più acuta del film. Dafoe è un attore di una forza espressiva rara, capace di riempire un’inquadratura con pochissimo, e qui recita quasi interamente all’interno, lasciando che la speranza salga e poi si ritragga su un volto che ha passato una carriera intera a mostrare tutto. È un’interpretazione fatta di esitazioni, di gesti trattenuti. Greta Lee è Gloria, l’attrice attorno alla quale i giovani ammiratori si dispongono, l’eroina tragica di quel salotto che si sono inventati; è lei a dare al gruppo il suo clima emotivo, la sensazione che qualcosa sia sempre in gioco anche quando non accade nulla. Le due recitazioni tirano in direzioni opposte, la sua verso il ritrarsi, la sua verso l’esibizione, e il film vive nella distanza carica di tensione che le separa.

L’opera compatta di Jones ripaga la lettura autoriale che essa stessa invita a fare. Il suo lungometraggio precedente seguiva una donna anziana attraverso i rituali quotidiani della cura, del senso di colpa e della delusione; il suo apprezzato documentario su Hitchcock e Truffaut era in fondo uno studio su come gli artisti si convincano e poi si dissuadano dalle proprie scelte. C’è un’ironia sommessa in questa materia: Jones ha diretto per anni il Festival del cinema di New York, un’istituzione il cui intero mestiere è decidere chi venga notato, e ora rivolge quel meccanismo verso un uomo che un tempo avrebbe ignorato. Late Fame appartiene a una linea di film americani attenti e privi di ostentazione, dedicati a chi la cultura ha smesso in sordina di guardare. La macchina da presa mantiene una distanza rispettosa, il montaggio non ha fretta e lascia respirare le scene oltre i loro momenti ovvi, e la New York che inquadra è fatta di gradinate, appartamenti stretti e lunghe cene, più vicina alla città di John Cassavetes che a qualsiasi cartolina turistica. La forma, qui, sostiene l’argomento: durata e misura fanno le veci della pazienza di cui la storia parla.

La fonte è una novella che Arthur Schnitzler scrisse e poi lasciò in un cassetto, il ritratto mordace di un circolo letterario viennese rimasto inedito fino a molto dopo la morte dell’autore. Samy Burch, sceneggiatrice di May December, ne trasferisce l’ambiente in una New York del centro ormai quasi scomparsa, conservando lo sguardo freddo di Schnitzler sulla vanità che tiene insieme una combriccola di artisti autonominatisi tali. I giovani che innalzano Saxberger agli altari hanno bisogno di lui quanto lui di loro: lui conferma che la loro scena discende da qualcosa di reale, e loro confermano che la sua breve storia non fu una cosa immaginata. Il riconoscimento, suggerisce il film, è sempre in parte una transazione.

Ciò che Late Fame nega è qualsiasi verdetto sui versi stessi. Ne cogliamo frammenti, osserviamo le reazioni di chi ascolta, ma il film si guarda tanto dal consacrare Saxberger maestro trascurato quanto dallo smascherarlo come mediocre ben sistemato, e questo rifiuto è deliberato. Il rischio del film di un critico sull’arte è di scivolare nel saggio recitato da attori, e in alcuni passaggi le idee affiorano un po’ troppo vicino alla superficie. Sopravvive al pericolo perché torna di continuo ai comportamenti, a quelle piccole vanità, gentilezze e umiliazioni che nessuna tesi può mettere in ordine.

Willem Dafoe as Ed Saxberger in Kent Jones Late Fame 2026
Willem Dafoe in Late Fame (2026)

Edmund Donovan è Meyers, il fervente giovane ammiratore che innesca la riscoperta, mentre Jake Lacy, Graham Campbell, Clark Johnson, Welker White e William Hill popolano il cerchio e la città intorno. Jones dirige dalla sceneggiatura di Burch, con Killer Films tra le società di produzione e Magnolia Pictures alla distribuzione.

Late Fame è stato presentato nella sezione Orizzonti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 30 agosto 2025, per poi passare al Festival del cinema di New York quell’autunno e vincere il premio della giuria dei lettori del Der Standard alla Viennale. Magnolia Pictures lo ha distribuito a New York il 7 agosto 2026 e a Los Angeles il 14 agosto 2026, prima di un’uscita americana più ampia. Al momento in cui scriviamo non è confermata alcuna data di uscita nelle sale italiane: si tratta di una distribuzione d’essai statunitense. Il film dura 97 minuti.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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