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Death of the Pastor’s Wife: il caso Mica Miller arriva su Netflix mentre un tribunale federale non l’ha ancora chiuso

Jun Satō

Mica Miller aveva lasciato le istruzioni su come leggere la propria morte. Le aveva date alla sorella, più di una volta, con parole chiare: se un giorno l’avessero trovata con un proiettile in testa, non sarebbe stata la sua mano. Sierra Francis ha poi messo quella frase in una dichiarazione giurata. È la prima cosa da capire di Death of the Pastor’s Wife: il caso Mica Miller, perché ribalta l’ordine consueto del true crime. Qui il senso non l’ha costruito un regista a posteriori: l’ha enunciato in anticipo la donna al centro della vicenda.

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Il racconto in tre parti di Netflix riguarda la distanza tra quella frase e un documento ufficiale che sembra contraddirla. Mica Miller è morta per una ferita da arma da fuoco al Lumber River State Park, nella contea di Robeson, in North Carolina. Il medico legale ha stabilito il suicidio, con colpo autoinflitto. La serie non si presenta come prova che quel verdetto sia falso, ma come il registro di tutti coloro che non sono riusciti a farlo combaciare con ciò che era già stato raccontato loro.

La cornice è un matrimonio e una chiesa, e in questa storia sono la stessa istituzione. Mica dirigeva il ministero femminile e il gruppo di lode della Solid Rock Church, a Myrtle Beach, in South Carolina. Il marito separato, John-Paul Miller, era il pastore che la governava. Secondo la sua stessa testimonianza alla polizia, lo conosceva da bambina in quella congregazione, aveva lavorato per lui e lo aveva sposato nel 2017. Quando un pastore è insieme datore di lavoro e coniuge, dentro l’edificio non resta alcuna autorità esterna. È questa assenza il vero tema.

Ciò che il caso ha messo agli atti prima di qualunque telecamera è concreto. Nelle settimane precedenti la morte, Mica disse agli agenti di temere per la propria vita e presentò denunce che descrivevano molestie. La sorella sostiene che i documenti che Mica stava raccogliendo per la separazione siano spariti dopo il suo ricovero in una struttura psichiatrica all’inizio dell’anno. E nelle ore successive alla notizia della morte, Miller annunciò il decesso ai fedeli dal suo pulpito e chiese loro di andarsene in silenzio, senza parlarne.

Chi firma la serie ha già raccontato storie così. Mike Gasparro, showrunner e produttore esecutivo, e Julia Willoughby Nason hanno diretto per Netflix Murdaugh Murders: uno scandalo del Sud e il film della piattaforma sul caso Gabby Petito. Le istituzioni del Sud americano e i meccanismi del controllo domestico sono il loro terreno. L’obiettivo dichiarato stavolta è più stretto di un verdetto: dare a chi amava Mica lo spazio per descrivere la donna che conoscevano, invece di affidare il caso a una sfilza di esperti. La differenza che promuovono è l’accesso: immagini mai viste e familiari e amici che parlano per la prima volta.

L’accesso non è un giudizio, e la serie gioca la propria credibilità sul mantenere visibile quella linea. La vicinanza a chi si fidava di Mica è forte, ma non prova nulla su una causa di morte. Un documentario che si regge solo sul lutto diventa un’arringa travestita da ritratto. La disciplina che il tema richiede è restare sul documentato — le denunce, la dichiarazione, l’annuncio dal pulpito — e lasciar parlare i protagonisti, senza un narratore che affermi ciò che un tribunale non ha ancora deciso.

Il motivo per cui qui questa disciplina conta più che in quasi ogni true crime è il momento. Quasi tutto il genere arriva quando la questione giudiziaria è già chiusa. Questo arriva nel mezzo. La procura federale ha incriminato John-Paul Miller per cyberstalking e per false dichiarazioni agli inquirenti. Si è dichiarato non colpevole e attende un processo con giuria. Il verdetto medico e l’incriminazione federale ora convivono, e nessuno dei due scioglie l’altro.

È lì che la serie esce davvero: nello spazio irrisolto, non dopo. L’effetto è che Death of the Pastor’s Wife non è una retrospettiva, è un attore in campo. Possono vederla potenziali giurati. Anche i manifestanti riuniti davanti alla Solid Rock sotto lo slogan Justice for Mica, e i fedeli di una congregazione il cui pastore ha finito per vendere la proprietà della chiesa. Un documentario diffuso durante un’accusa aperta viene letto da tutti insieme, e lo sa.

Quella velocità ha un costo, che è della piattaforma quanto degli autori. Netflix può muoversi su un caso mentre il caso è vivo, il che trasforma il documentario in un attore in tempo reale anziché nel suo archivio successivo. Prodotto e pressione stanno nello stesso gesto: il guadagno è l’immediatezza; l’esposizione è che il film non può aspettare il processo per sapere che cosa gli è concesso concludere.

Ciò che un documentario non può fare è colmare la crepa da cui dipende. Una giuria magari arriverà al capo di cyberstalking e risponderà alla stretta domanda giuridica che ha davanti. Non riesaminerà come una bambina di un banco di chiesa sia arrivata a guidare la lode per l’uomo che, a suo dire, l’ha cresciuta lì. Il verdetto, quando arriverà, chiuderà un fascicolo. Non scioglierà l’aritmetica che questa serie è fatta per tenere aperta: un verdetto può essere ufficiale e, per chi amava Mica Miller, insufficiente allo stesso tempo.

Death of the Pastor’s Wife: il caso Mica Miller debutta il 26 agosto su Netflix. Si compone di tre parti, circa tre ore in totale, ed è vietato ai minori. È un true crime che non pretende di essere l’ultima parola su un caso che ancora non ce l’ha.

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