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The Witness su Netflix: il caso Rachel Nickell raccontato all’altezza del bambino che vide

Martha Lucas

Wimbledon Common sembra una cartolina. L’erba dorata della piena estate, un sentiero chiaro aperto nel verde, quella luce inglese ampia e morbida che fa apparire sicuro qualsiasi prato. Una giovane donna lo attraversa un mattino con il figlio di due anni e il cane di famiglia. The Witness chiede allo spettatore di trattenere quell’immagine, perché tutto ciò che segue è un tentativo, mai del tutto riuscito, di tornarci.

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Rachel Nickell fu uccisa davanti ad Alex, troppo piccolo per capire e troppo grande per dimenticare tutto. Fu l’unica persona a vedere e, insieme, l’unica che non avrebbe mai potuto testimoniare ciò che aveva visto. La serie tratta il proprio titolo come un problema prima che come una descrizione. Un testimone dovrebbe essere la risposta; qui il testimone è un bambino aggrappato al corpo della madre, e il racconto di cui l’indagine ha bisogno è esattamente ciò che lo shock di un bimbo di due anni ha sigillato.

Alex Winckler dirige tutti e tre gli episodi all’altezza di un bambino che arriva appena al piano della cucina, e resta dentro le ore della famiglia, non quelle dell’inchiesta. Il caso accade ai margini dell’inquadratura: lo si sente dietro una porta socchiusa, lo si intuisce da un televisore acceso in un’altra stanza, lo si legge nella mascella contratta di un adulto. Per André Hanscombe e suo figlio il processo è sempre stato rumore periferico; il centro del loro mondo era l’ora di andare a letto, una valigia pronta, un bambino che non parlava.

Jordan Bolger costruisce quel padre come un uomo che si tiene fermissimo, come si sta accanto a qualcosa che potrebbe rompersi. Il lutto è in ciò che non lascia fare al proprio volto davanti al bambino. Winckler e i suoi scenografi filmano il 1992 come superficie, marroni spenti, tendine, formica, il grigio acqua di scarico di una sala interrogatori, e trattano ogni oggetto come un pittore compone una natura morta. Una scarpa da bambino accanto a una porta si legge a un tempo come reperto e come dolore. L’omicidio non viene mai ricostruito: bastano le stanze.

Intorno a questo silenzio domestico si erge uno dei grandi errori giudiziari britannici. La polizia si intestardì sull’uomo sbagliato e mise in piedi un’operazione sotto copertura, una seduzione costruita per estorcergli una confessione che un tribunale finì per respingere. Il vero assassino restò libero e uccise di nuovo prima che la scienza forense gli desse un nome, oltre quindici anni dopo. La serie tratta quel lungo percorso ufficiale non come un colpo di scena ma come una seconda ferita, quella lenta, inferta da chi era convinto di fare la cosa giusta.

C’è un gioco di prestigio in ciò che la serie promette. Il pubblico arriva per il caso, per la trappola della polizia, l’innocente accusato, i titoli dei giornali, e trova altro: due decenni del lavoro di riparazione di un padre. È in questo scarto tra promessa e consegna che si deposita il senso. The Witness si iscrive così nella recente tradizione britannica, quella di A Confession o di Mr Bates vs The Post Office, che mette l’istituzione sul banco degli imputati e la famiglia al centro dell’inquadratura.

Ciò che la serie non risolve, perché non può, è l’aritmetica che resta a un padre. A un figlio si può dare un Paese nuovo, una lingua nuova, una vita ricostruita lontano dall’erba dove quella di prima si è interrotta. Non gli si può restituire il mattino. The Witness è una miniserie in tre parti creata da Rob Williams, con Eleanor Williams nel ruolo di Rachel Nickell, e arriva in tutto il mondo su Netflix il 4 giugno 2026, lo stesso giorno del documentario complementare The Murder of Rachel Nickell, il fascicolo che la finzione tiene, di proposito, fuori campo.

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