Cinema

Barbera riporta gli autori asiatici al Lido, e il Leone d’Oro può parlare coreano

Jun Satō

Il concorso di Venezia 83 conferma una linea che Alberto Barbera coltiva da anni: un Lido che tiene insieme il grande cinema d’autore internazionale e la produzione italiana, e che ha fatto del cinema asiatico d’autore una presenza stabile in Sala Grande. Non è un caso isolato: la Mostra ha assegnato il Leone d’Oro a Jia Zhangke, a Lav Diaz, a registi che a Cannes trovano una porta più stretta, e sotto Barbera quel corridoio orientale è diventato struttura, non eccezione. Nessun film del concorso è ancora stato proiettato mentre scriviamo, dunque questa è una previsione fondata sul metodo, sulla premessa e sul cast, non una recensione.

La previsione è Possible Love di Lee Chang-dong, il suo primo film dopo Burning del 2018. Il ragionamento parte dal contesto veneziano: la selezione di Barbera premia da tempo il realismo morale a lenta combustione, e Lee ne è forse l’esponente più rigoroso al mondo. Il suo cinema costruisce vite ordinarie fino a far affiorare una faglia etica, e affida allo spettatore il compito di sentire la scossa prima che venga nominata — esattamente il tipo di gravità che il pubblico del Lido riconosce e la giuria rispetta. È una grammatica che a Venezia ha una tradizione: piani lunghi, tempi dilatati, una devastazione che accade dentro e non sullo schermo, la stessa misura che la Mostra ha storicamente saputo distinguere dal semplice effetto. Riunisce Jeon Do-yeon, Coppa a Cannes per Secret Sunshine, con Sul Kyung-gu, accanto a Zo In-sung e Cho Yeo-jeong: un ensemble tarato sullo scavo emotivo, il tipo di recitazione trattenuta che una giuria attenta sa leggere. Va detto che il concorso italiano è forte — Moretti con Succederà Questa Notte, De Angelis, Strippoli — e una giuria a Venezia non ignora mai la posta di casa; ma proprio la forza autoriale del film di Lee, in una selezione così ampia, lo colloca in cima. A ciò si aggiunge la pressione narrativa di un silenzio di sette anni che si rompe: il ritorno di un autore di questa statura è di per sé una storia che una giuria percepisce. Nella giuria di Maggie Gyllenhaal siede Johnnie To, una sensibilità asiatica dentro la stanza delle decisioni, accanto a una presidente che ha costruito il proprio cinema di regista sull’interiorità. Nulla garantisce un capolavoro: descrive però il film dal tetto più alto del concorso, firmato da un regista che non ha mai lasciato uscire nulla di trascurabile.

Primo outsider: Bucking Fastard di Werner Herzog, con Rooney e Kate Mara sorelle. Herzog ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera nel 2024, ma il premio in concorso gli è sempre sfuggito — e questo vuoto è di per sé un appiglio narrativo per una giuria, la partita in sospeso che i festival talvolta scelgono di chiudere. Un Herzog costruito sul legame grezzo tra due sorelle, nel suo registro che tiene insieme il sublime e il delirante, è imprevedibile nel senso migliore: al Lido può esplodere oppure inaridirsi, e le giurie in passato hanno saputo premiare la sua follia controllata.

Secondo outsider, di temperamento opposto: The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, con Alicia Vikander e Susan Sarandon. Pallaoro conosce Venezia meglio di chiunque tra i debuttanti al concorso: ha guidato Charlotte Rampling alla Coppa Volpi nel 2017 con Hannah, un precedente che pesa in una Mostra che ricorda i propri verdetti. Dove Herzog offre leggenda, lui offre controllo formale assoluto, un cinema di precisione al servizio delle attrici, composto al millimetro. Se la giuria premia il rigore sulla retorica, è il suo nome.

Cosa manca alla previsione è ovvio: nessuno ha visto questi film. Una previsione costruita sul metodo e sul cast può essere smentita da un solo film mal calibrato, e la lentezza di Lee, che diventa profondità, in una serata storta può leggersi come inerzia. Il campo è pieno di vincitori collaudati, da Koreeda a McDonagh, da Moretti a Zeller. Ogni pronostico qui scommette sulla tenuta di una reputazione, non su una proiezione avvenuta.

Il verdetto arriva il 12 settembre 2026 al Lido di Venezia, quando la giuria di Maggie Gyllenhaal assegnerà il Leone d’Oro. MCM seguirà la cerimonia in diretta, mettendo alla prova ogni previsione con i film reali.

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