Cinema

La donna senza passato su Netflix: una sconosciuta sostiene che la sua vita tranquilla appartiene a un’altra

Liv Altman

Su un’isola sferzata dal vento al largo della costa meridionale della Norvegia, una donna di nome Louise Andersen versa il caffè, chiama i clienti abituali per nome e divide una piccola casa con l’uomo che ama. È il tipo di vita che la maggior parte dei thriller impiega un intero atto a spezzare. Poi uno sconosciuto entra nel suo bar e lo fa in una frase: la vita in cui ti trovi, le dice, appartiene a un’altra. Ti chiami Helene Söderberg, e Helene ha lasciato la Danimarca ed è scomparsa.

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Il motore del film non è scoprire dove sia finita una donna svanita. È la paura annidata sotto una vita serena: che la calma sia un travestimento e che qualcuno possa presentarsi una mattina qualunque a strappartelo di dosso. Una scomparsa è un buco nel mondo. Questo è peggio: l’affermazione che a riempire quel buco sei tu.

Barbara Topsøe-Rothenborg conosce questo terreno. In Loving Adults aveva trasformato un matrimonio in una trappola lenta, e qui porta lo stesso istinto: la stanza più spaventosa di ogni racconto è la più familiare. Da vent’anni la Danimarca insegna al mondo a rendere domestico il crimine. Il noir nordico di The Bridge e The Killing collocava il suo orrore non nel cadavere ma nelle istituzioni, nei matrimoni e nelle cucine intorno. Il film eredita quella tradizione e la restringe quasi a un solo sistema nervoso.

Natalie Madueño, nota al pubblico delle serie danesi per Darkness: Those Who Kill e Follow the Money, regge il film sulla tensione esatta che fa funzionare il genere. Deve risultare credibile in due direzioni insieme: come donna che difende la verità della propria memoria e come donna che forse recita una vita rubata a un’altra. Ogni gesto rassicurante verso il compagno, il Joachim del norvegese Pål Sverre Hagen, arriva con un secondo volto, come possibile prova contro di lei.

Il tema del doppio lavora la regia quanto la trama: due nomi per una sola donna, un bar che è casa o nascondiglio, una comunità così piccola che l’accusa di un estraneo la attraversa in un pomeriggio. Accanto a Madueño, Claes Bang — noto fuori dalla Scandinavia per The Square e il Dracula della BBC — offre un secondo centro di gravità, e Stina Ekblad e Ingrid Bolsø Berdal completano una cerchia di persone che forse conoscono il passato di Louise meglio di lei.

Il thriller dell’identità è una delle macchine più antiche del cinema, e quelle che durano sanno che amnesia e impostura non sono mai state pura meccanica di trama. Hitchcock costruì La donna che visse due volte e Io ti salverò sullo stesso nervo. Ciò che questo film aggiunge è una temperatura scandinava: luce piatta, acqua nera del fiordo, un ordine sociale in cui l’irruzione di un solo dato instabile si legge come violenza.

La fonte è un bestseller danese, il romanzo Den hemmelige kvinde, firmato Anna Ekberg — e in quella firma c’è uno scherzo perfetto: Anna Ekberg non esiste. È lo pseudonimo congiunto di due romanzieri, Anders Rønnow Klarlund e Jacob Weinreich, così che il libro su una donna dall’identità fabbricata è stato scritto a sua volta da un’identità fabbricata. È la stessa autrice inventata che diede Loving Adults, e Netflix costruisce con questo materiale uno stile di casa: thriller in lingua europea, con star locali, pensati per viaggiare come eventi.

Ciò che il film non scioglie — e, se è riuscito, non vuole sciogliere — è la domanda che apre il suo stesso spunto. Se la vita tranquilla dell’isola era una costruzione posata su un io sepolto, dissotterrare la verità non è ovviamente un salvataggio. Potrebbe liberare Louise, oppure smontare l’unica versione di lei che aveva finalmente smesso di fuggire.

La donna senza passato è un lungometraggio in danese di SF Studios, diretto da Barbara Topsøe-Rothenborg da una sceneggiatura scritta con Anders August, tratto dal romanzo di Anna Ekberg. Arriva in tutto il mondo su Netflix il 28 agosto 2026.

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Foto: The Movie Database (TMDB)

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