Arte

Packy Lai ricopre d’oro un pesce salato da un milione di HK$: che cosa adoriamo ancora?

Lisbeth Thalberg
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C’è una battuta che quasi chiunque a Hong Kong sa citare: se una persona non ha sogni, che differenza c’è tra lei e un pesce salato? Stephen Chow l’ha regalata alla città in Shaolin Soccer, e funziona ancora come rimprovero pubblico per chi smette di darsi da fare. È difficile stare davanti al nuovo pezzo centrale di Packy Lai senza sentirla: un pesce salato che l’artista ha passato un mese a ricoprire di foglia d’oro, centimetro dopo centimetro, e che ora riposa su un cuscino di velluto rosso con un prezzo di un milione di HK$. È il perno di OMG, la sua mostra personale alla JPS Gallery.

Il titolo cinese, 《退神殿》, riprende il rito taoista della sconsacrazione, in cui lo spirito di una divinità viene ritirato con una cerimonia da una statua perché l’oggetto possa essere dismesso. Lai rivolge il rito contro gli dèi laici della sua generazione: il posto fisso, la casa, il matrimonio nei tempi giusti, la «versione migliore» di sé. Nel comunicato della galleria lo dice senza giri di parole: gli dèi che adoriamo forse non abitano più nella religione, ma in ciò che la società ha installato dentro di noi. Il pesce è accompagnato da un Manuale di allevamento del pesce salato, scritto a mano, che istruisce il collezionista, con serietà impassibile, su come farlo continuare a rivalutarsi. Una volta dorato e prezzato, è ancora un pesce o è già un dio?

Blurred white Chinese calligraphy scraped across a black and red canvas
Packy Lai, Record of the Altar of the Immortal Magu (detail), 2026, acrylic on canvas. Courtesy of the artist and JPS Gallery

Il gesto più personale è sulle pareti. Lai ha lavorato per dieci anni come calligrafa professionista dopo aver lasciato una carriera nel marketing, e qui sostituisce inchiostro e carta con l’acrilico per copiare opere canoniche di Wang Xizhi e Yan Zhenqing, tra cui la Prefazione al Padiglione delle Orchidee e la Cronaca dell’altare dell’immortale Magu. Poi raschia e sfuma i propri tratti finché i caratteri si dissolvono. La copia è omaggio; la cancellazione, un congedo dal perfezionismo che, racconta, ha lasciato che fossero altri a stabilire la misura del suo valore. In una disciplina fondata sulla copia fedele, è un gesto mirato.

La metafora del tempio attraversa sei installazioni. Una piccola cappella si raccoglie attorno a un crocifisso sospeso dedicato alla perfezione, alla ricchezza e alla bellezza. Una serie su seta riscrive le relazioni sentimentali di oggi come sutra buddisti ordinati secondo avidità, collera e illusione: la situationship, l’eterna vittima, lo swipe e il match senza fine delle app di incontri. Una macchina salmodiante basata sull’intelligenza artificiale recita queste false scritture con una voce fredda e sintetica. E i Bastoncini divinatori della sconsacrazione capovolgono il rito della fortuna nei templi: invece di chiedere di più agli dèi, il visitatore estrae un bastoncino per scoprire a che cosa potrebbe rinunciare.

A gold divination cylinder with a bamboo stick poking out, lying on red and white cloth
Packy Lai, Deconsecration Divination Sticks, 2026, mixed media. Courtesy of the artist and JPS Gallery

OMG segna il passaggio di Lai dalla calligrafia commerciale a una pratica concettuale e multimediale, e i lavori interattivi sono un terreno nuovo per un’artista nota per le opere su carta. La JPS Gallery, fondata a Hong Kong nel 2014 e poi estesa a Tokyo e Incheon, ha costruito la propria programmazione su un lavoro giocoso e dal sapore pop, una casa naturale per la comicità nera della mostra.

OMG è aperta dal 9 ottobre al 7 novembre 2026 alla JPS Gallery, G/F, 88–90 Staunton Street, Central, Hong Kong. L’inaugurazione si tiene giovedì 8 ottobre, dalle 17 alle 20, alla presenza dell’artista.

La proposta con cui la mostra si congeda è modesta e difficile insieme. Un risveglio di mezza età, suggerisce Lai, non consiste nello scoprire chi eri destinato a diventare. Consiste nell’ammettere che non devi essere chi gli altri si aspettavano.

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