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Morto Mike Ditka a 86 anni: per la famiglia era «il cuore della nostra famiglia»

Jack T. Taylor
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La famiglia di Mike Ditka ha annunciato la sua morte con una dichiarazione in due tempi. Nel primo, ha ricordato in una frase l’uomo pubblico: il giocatore della Hall of Fame e l’allenatore leggendario. Poi ha spostato lo sguardo su di lui, per parlare di ciò che rappresentava in casa. «Per noi era il cuore della nostra famiglia», hanno scritto. «Ci mancherà immensamente e lo ricorderemo per sempre».

È proprio questo il passaggio che i necrologi stanno correndo a superare. Il racconto di Iron Mike è stato finora un montaggio di momenti di durezza: il primo tight end a entrare nella Hall of Fame di Canton, l’allenatore che una città ha fatto proprio, trasformandolo nel suo volto. Le persone che gli sono state più vicine raccontano una storia più discreta: quella di un uomo duro che negli ultimi decenni della sua vita si è dedicato a prendersi cura degli altri.

Le parole di chi gli è stato più vicino

La notizia è arrivata da Jarrett Payton, figlio di Walter Payton, che l’ha riferita per primo su The Score, a Chicago, e poi ha pubblicato le parole della famiglia. Le sue sono state brevi. Ha definito Ditka il «battito del cuore dei ’85 Bears», ha scritto che «Chicago non sarà più la stessa» e ha concluso con «Preghiere per Diana e la famiglia».

La dichiarazione di Roger Goodell è partita da dove sono partiti tutti, affermando che Ditka «ha incarnato il football per tanti anni» e ha portato «intensità, autenticità e una personalità inconfondibile in tutto ciò che faceva». Poi il commissario si è spinto oltre i momenti da rivedere nei filmati. Grazie al suo impegno con il Gridiron Greats Assistance Fund, ha detto Goodell, Ditka è stato «un paladino di chi si prende cura delle persone che hanno contribuito a costruire il nostro sport». Seth Markman, che ha lavorato con lui a ESPN, ha lasciato da parte del tutto il suo lato burbero: «un collega gentile, generoso e sinceramente premuroso». I Bears hanno inviato «affetto, preghiere e le più sentite condoglianze alla famiglia Ditka».

La battaglia che ha scelto di combattere dopo il fischio finale

La Hall of Fame di Canton ha scelto la parola «durezza». Il suo presidente, Jim Porter, ha detto che «Iron Mike» ha portato «un livello di durezza senza pari in un’epoca già definita dalla fisicità». Ma la stessa Hall gli riconosce anche un merito che ha richiesto un altro tipo di coraggio: aver usato la propria voce e la propria influenza per chiedere pensioni e coperture sanitarie migliori per i giocatori ritirati, soprattutto per gli uomini della sua generazione. Yahoo Sports ha descritto con chiarezza la missione del Gridiron Greats: aiutare gli ex giocatori che non erano stati pagati quanto lui.

Sapeva bene quanto quel lavoro costi al corpo. Secondo ESPN, Ditka ebbe due infarti, il primo quando era ancora alla guida dei Bears, e anni dopo un lieve ictus. Il messaggio di benvenuto che ha lasciato sul sito del fondo non cerca di abbellire il lavoro. La causa, ha scritto, «mi sta a cuore per molti motivi». I Bears citano inoltre Misericordia Heart of Mercy, Maryville Academy e Little City tra le associazioni benefiche di Chicago che ha sostenuto; e una serata di gala per gli ex giocatori in difficoltà porta ancora il suo nome.

Il curriculum che la famiglia ha lasciato da parte

Per la cronaca, è impressionante. Nato Michael Keller Dyczko a Carnegie, in Pennsylvania, il 18 ottobre 1939, crebbe ad Aliquippa e per un periodo pensò di diventare dentista. I Bears lo scelsero con la quinta chiamata assoluta nel 1961; fu nominato Rookie of the Year, vinse il titolo NFL del 1963 a Chicago e il Super Bowl VI con Dallas, poi conquistò il Super Bowl XII da assistente di Tom Landry. Da allenatore capo dei Bears, dal 1982 al 1992, chiuse la stagione 1985 con un bilancio di 15 vittorie e una sconfitta e batté New England 46-10 nel Super Bowl XX; fu nominato AP Coach of the Year nel 1985 e nel 1988. Dopo tre stagioni a New Orleans, terminò la carriera da allenatore capo con 121 vittorie e 95 sconfitte. Nel 1988 diventò il primo tight end a entrare nella Hall of Fame di Canton e il primo membro della Hall of Fame a vincere il Super Bowl da giocatore, assistente e allenatore capo. Nel 2013 i Bears ritirarono il suo numero 89. Lavorò per anni in televisione con NBC, CBS ed ESPN, e «Saturday Night Live» costruì gli sketch di «Bill Swerski’s Superfans» attorno alla devozione per lui e per «Da Bears».

La famiglia ha annunciato la sua morte venerdì 9 ottobre 2026. Aveva 86 anni. Non è stata resa nota la causa della morte. Lascia la moglie, Diana, e i figli e nipoti a cui fa riferimento la dichiarazione della famiglia.

Pete Prisco di CBS Sports ha trovato la frase che Chicago ripeterà: «Quello che non si sarebbe fatto mettere i piedi in testa da nessuno». È solo metà dell’uomo. L’altra metà ha passato decenni a dare una mano ai giocatori che il football aveva pagato meno di lui; e la serata di gala che porta il suo nome dovrà continuare quel lavoro senza di lui.

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