Arte

Yayoi Kusama, l’artista che scelse l’ospedale psichiatrico e da lì costruì l’infinito

Penelope H. Fritz
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Yayoi Kusama
Nascita22 marzo 1929
Matsumoto
Morte14 agosto 2026 (97)
ProfessioneArtista visiva
PremiPremio per l'intera carriera del Women's Caucus for Art · Ordine della Cultura · Premio Asahi

La stanza in cui Yayoi Kusama dormì per gran parte della vita adulta si trovava in un ospedale psichiatrico di Tokyo, ma nessuno ce l’aveva mandata. Fu lei a chiedere di essere ricoverata. Teneva il suo studio a pochi passi di distanza e quasi ogni giorno lavorativo faceva la spola fra i due edifici, fino alla fine. Questo dice di lei più di qualsiasi scultura a forma di zucca. La malattia e il lavoro erano un’unica storia, raccontata a pois, e lei dipingeva per attraversare ciò che vedeva molto prima che qualcuno pensasse di comprarlo.

Tutto cominciò con fiori che le rispondevano. Da bambina, a Matsumoto, cittadina di montagna nella prefettura di Nagano dove la sua famiglia commerciava in sementi e piante da vivaio, vide i motivi dilagare da una tovaglia alle pareti e poi sulla sua pelle; li disegnava per costringerli a restare fermi. A quanto raccontò Kusama stessa, sua madre faceva a pezzi i disegni. Lei continuò comunque e scrisse a Georgia O’Keeffe, una sconosciuta dall’altra parte del Pacifico, allegando acquerelli e chiedendole come facesse una pittrice ad arrivare in America. O’Keeffe le rispose. Quella lettera funzionò come un lasciapassare.

L’unica formazione accademica che ricevette fu a Kyoto, dove dal 1948 studiò nihonga, la tradizione della pittura giapponese sottoposta a regole rigorose. Aveva diciannove anni, era nata il 22 marzo 1929 e imparò soprattutto che cosa non voleva fare. Nel 1957 volò a Seattle; un anno dopo viveva a New York, con pochi soldi e intenta a dipingere per tutta la notte su enormi tele ricoperte da un bordo all’altro di piccoli tratti ad anello. Erano le Infinity Nets, quadri senza un centro e senza un margine degno di questo nome; Donald Judd fu tra i primi critici a prenderli sul serio.

La pittura non bastava a contenere la ripetizione. Cominciò a cucire falli imbottiti di stoffa e a sommergerne i mobili: prima una poltrona, poi un’intera barca a remi. Nel 1965 realizzò Infinity Mirror Room – Phalli’s Field: uno spazio rivestito di specchi, il cui pavimento era invaso da centinaia di forme morbide punteggiate di rosso, riflesse fino a creare un campo senza orizzonte. Il visitatore si ritrovava dentro il motivo e vi scompariva. Kusama aveva una parola per quell’esperienza: autoannullamento. E trascorse i sei decenni successivi cercando di condividerla.

Alla Biennale di Venezia del 1966 arrivò senza invito, stese 1.500 sfere a specchio sul prato davanti al padiglione italiano e le vendette ai passanti a 1.200 lire l’una, circa due dollari, finché gli organizzatori non la fermarono. Narcissus Garden era una presa in giro del mercato dell’arte che il mercato impiegò mezzo secolo a capire. Tornata a New York, mise in scena happening con persone nude contro la guerra del Vietnam, dipingendo pois sui corpi davanti alla Borsa nel 1968; scrisse una lettera aperta a Richard Nixon e organizzò un’«orgia collettiva» non autorizzata nel giardino delle sculture del Museum of Modern Art. La copertura mediatica fu enorme. I guadagni, no. Malata e sfinita, nel 1973 tornò in Giappone.

Il Giappone non la accolse a braccia aperte. Le provocazioni newyorkesi l’avevano resa uno scandalo, non una celebrità, e nel 1977 si fece ricoverare al Seiwa Hospital di Tokyo, dove sarebbe rimasta. Gli anni successivi furono più appartati e letterari di quanto lasci intendere la leggenda: romanzi, tra cui The Hustler’s Grotto of Christopher Street, poesie, collage e un lento ritorno alla pittura. La svolta arrivò nel 1993, quando rappresentò il Giappone alla Biennale di Venezia con una sala degli specchi piena di zucche, nella stessa città che l’aveva cacciata dal prato. Seguirono retrospettive, da Los Angeles e New York nel 1998 alla Tate Modern e al Whitney nel 2012.

Il successo portò con sé due problemi che i suoi ammiratori tendevano a evitare. Il primo riguarda ciò che è accaduto alle sale. Nate come luoghi in cui il sé si dissolve, le Infinity Mirror Rooms sono diventate gli sfondi più fotografati dell’arte contemporanea: vi si entra in fasce orarie prestabilite, spesso per meno di un minuto, e se ne esce con un selfie. Nel 2012 Louis Vuitton mise i suoi pois sulle borse, e lo fece di nuovo nel 2023, su scala assai più ampia. L’annullamento si trasformò in un marchio, e lei diede il suo assenso. Il secondo problema è più difficile da affrontare. Nell’ottobre 2023 si scusò, con una dichiarazione diffusa dal San Francisco Museum of Modern Art, per le descrizioni razziste delle persone nere contenute nella sua autobiografia, Infinity Net; passaggi analoghi compaiono in un romanzo del 1984 e in un’opera teatrale del 1971. Le scuse arrivarono decenni dopo quelle parole, un aspetto che i critici tornarono a sottolineare nelle settimane successive alla sua morte e che non può mancare in un resoconto onesto della sua vita.

La produzione degli ultimi anni fu prodigiosa. Dal 2009 dipinse la serie My Eternal Soul: centinaia di grandi tele quadrate con occhi, volti, cellule e pois, dai colori piatti e saturi, a cui lavorò quasi ogni giorno anche dopo aver compiuto novant’anni. Nel 2017 aprì un museo tutto suo, un edificio bianco di cinque piani a Shinjuku, a poche strade dall’ospedale e dallo studio. Le folle continuavano a crescere: la National Gallery of Victoria di Melbourne registrò 570.537 visitatori per la sua rassegna, fra dicembre 2024 e aprile 2025, il dato più alto mai raggiunto da una mostra a pagamento nella storia della galleria, superando l’esposizione dedicata a Van Gogh del 2017. Una retrospettiva europea che ripercorreva oltre sette decenni di lavoro aprì alla Fondation Beyeler, vicino a Basilea, nell’ottobre 2025; passò poi al Museum Ludwig di Colonia, dove chiuse il 2 agosto 2026.

Dodici giorni dopo, il 14 agosto 2026, morì in un ospedale di Tokyo per insufficienza multiorgano, all’età di 97 anni. La sua società e il suo studio annunciarono la morte il 27 agosto, aggiungendo che aveva dipinto fino agli ultimi giorni e non aveva mai deposto il pennello. L’11 settembre lo Stedelijk Museum di Amsterdam inaugurò l’ultima tappa della retrospettiva, come omaggio postumo; resterà aperta fino al 17 gennaio 2027.

Ad Amsterdam i visitatori faranno la fila per le sale degli specchi e si vedranno moltiplicati oltre ogni possibilità di contarli. È sempre stata questa la proposta: una donna che temeva di essere inghiottita da ciò che vedeva trasformò quell’inghiottimento in un luogo in cui uno sconosciuto poteva entrare, restare per un momento e uscirne intatto.

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