Arte

Bada Shanren, il pittore principe che dipinse pesci con gli occhi al cielo

Penelope H. Fritz
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Bada Shanren
Nascita1626
Nanchang, China
Morte1705
ProfessionePittore e calligrafo

Guardate da vicino un pesce dipinto da Bada Shanren: vi restituirà lo sguardo. L’occhio è un cerchio con la pupilla schiacciata contro il bordo, rivolta verso l’alto o di lato; l’espressione è a metà tra il disprezzo e la noia. In Cina, oggi queste creature circolano come meme sulla stanchezza da ufficio, mentre le loro versioni di peluche vanno a ruba nei negozi dei musei. L’uomo che le dipinse era un principe di una dinastia ormai scomparsa e trascorse metà della vita facendo in modo che nessuno potesse inquadrarlo.

Persino il suo nome sfugge a ogni certezza. Nella genealogia di famiglia era registrato come Zhu Tongquan; Zhu Da, il nome con cui ancora oggi molti lo conoscono, non compare mai tra le sue firme o sui suoi sigilli. Ne adottò decine, alcune delle quali giocavano sul termine che significa «asino», prima di stabilirsi su Bada Shanren. Il nome viene tradotto come «uomo di montagna degli otto grandi» o «otto eminenti uomini di montagna», ma lui non ne diede mai una spiegazione su cui ci sia accordo.

Nacque a Nanchang, nella provincia dello Jiangxi, nel 1626, nel ramo Yiyang della famiglia imperiale Ming. Era una famiglia colta, ma non ricca. Il nonno scriveva poesie, dipingeva e intagliava sigilli; il padre, anch’egli pittore, aveva un difetto di pronuncia, un dettaglio che avrebbe avuto un’eco più avanti. Da bambino il giovane scriveva versi e si preparava agli esami per la burocrazia imperiale quando, nel 1644, la dinastia Ming crollò e i Qing, di etnia mancese, conquistarono Pechino. Aveva diciotto anni.

I membri del clan imperiale avevano tutte le ragioni per scomparire. Dopo che le truppe Qing raggiunsero Nanchang, si nascose e nel 1648 si rasò il capo per entrare in un tempio buddhista Chan nella contea di Fengxin, a ovest della città, assumendo il nome di Chuanqi. Rimase nell’ordine per circa trent’anni e, secondo una delle versioni, guidò quasi un centinaio di discepoli. I pochi fogli d’album sopravvissuti a quegli anni, con steli di loto che fendono la carta vuota e fiori spinti negli angoli, lasciano già spoglio il centro del foglio.

L’unico suo ritratto riconosciuto dagli studiosi risale a quel periodo. Nel 1674 l’amico Huang Anping lo dipinse in piedi, con un ampio cappello di paglia e una veste larga, più simile a un letterato che a un monaco; intorno alla figura, il soggetto aggiunse sei iscrizioni di suo pugno, una delle quali annotava che aveva quarantanove anni. Il Portrait of Geshan, chiamato così da uno dei suoi soprannomi monastici, è conservato al Bada Shanren Memorial Hall di Nanchang.

La svolta arrivò alla fine di quel decennio. Invitato a soggiornare da Hu Yitang, magistrato di Linchuan, ebbe un crollo. Secondo Shao Changheng, un contemporaneo che scrisse un resoconto della sua vita, rideva e piangeva a turno; una sera strappò e bruciò la veste monastica, poi corse a Nanchang, dove si mise a saltellare per il mercato finché un nipote non lo riconobbe e lo riportò a casa. In seguito scrisse in grandi caratteri la parola «muto» e la affisse alla porta; da quel momento, racconta Shao, non parlò più con nessuno. Un altro scrittore dell’epoca, Zhang Chao, seppe che alcuni militari lo avevano trattenuto per giorni perché dipingesse per loro e che lui aveva defecato nella sala di ricevimento finché non lo avevano lasciato andare.

Verso il 1680 aveva abbandonato definitivamente la vita monastica, si era risposato per un breve periodo e aveva cominciato a mantenersi con la pittura a Nanchang. Firmò per la prima volta come Bada Shanren nel 1684, su un album che riproduceva una scrittura sacra taoista, e mantenne quel nome fino alla morte. Scritti in corsivo, i quattro caratteri venivano spesso accostati fino a far somigliare i primi due al carattere che significa piangere o ridere e gli altri due a una particella grammaticale; generazioni di osservatori hanno letto la firma come «piangere guardandolo, ridere guardandolo». Secondo un conteggio, 167 delle sue 179 opere datate risalgono al 1684 o agli anni successivi.

I dipinti della maturità sono realizzati a inchiostro su carta, quasi senza colori. Negli anni Ottanta del Seicento dominano i mainà, i loti e le rocce; nei primi anni Novanta si dedicò ai pesci, spesso uno solo in uno spazio vuoto; seguirono paesaggi e alti rotoli verticali. La sua pennellata segue l’andamento della calligrafia, che si allontanò dai modelli Tang per avvicinarsi allo stile di Wang Xizhi. Le proporzioni sono volutamente sfasate: un uccello è più grande del masso sotto di lui, un pesce è sospeso nel nulla. Il lungo rotolo orizzontale Flowers on the River, dipinto nel 1697 e oggi conservato al Tianjin Museum, segue le piante di loto dal bocciolo alla piena fioritura, per poi proseguire nel paesaggio.

Il problema è che gran parte della storia di Bada Shanren si basa su racconti indiretti. La sua follia emerge da pochi aneddoti contemporanei e nessuno può dire se si trattasse di una malattia, di un lutto, di una messinscena o semplicemente della scelta più sicura per un principe Ming sotto il dominio Qing; secondo una teoria, a Linchuan era di fatto agli arresti. Gli occhi bianchi vengono regolarmente interpretati come un gesto di sfida lealista, un richiamo all’antico poeta Ruan Ji, che mostrava il bianco degli occhi alle persone che disprezzava; Bada, però, non lasciò alcuna dichiarazione d’intenti e nelle sue poesie si celano allusioni comprensibili solo a chi avesse una preparazione come la sua. Stephen Allee, curatore di pittura cinese alla Freer Gallery, ha ammesso che con Bada «non si trova mai davvero una risposta». Anche il catalogo è incerto: le copie che Zhang Daqian realizzò nel Novecento ispirandosi a lui sono così convincenti che gli specialisti ancora le distinguono in base alla forma delle pennellate.

Morì a Nanchang nel 1705, a circa settantanove anni, vivendo ancora di entrate modeste. Wu Changshuo incise una poesia su uno dei suoi rotoli e Qi Baishi dichiarò che sarebbe rinato volentieri come cane ai cancelli di Xu Wei, di Bada e di Wu Changshuo. La Freer Gallery di Washington possiede settantadue sue opere, la più grande raccolta fuori dalla Cina; la maggior parte fu donata nel 1998 dagli eredi dello studioso Wang Fangyu. Dal 1976 un cratere di Mercurio porta il suo nome, nella forma Chu Ta.

Il quattrocentesimo anniversario della sua nascita ha fatto del 2026 il suo anno. A Nanchang, il Jiangxi Provincial Museum e il Bada Shanren Memorial Hall hanno presentato insieme 129 dipinti e opere calligrafiche provenienti da 22 istituzioni, in una mostra aperta fino al 10 ottobre e che fino ad allora è stata la più grande retrospettiva delle sue opere. A metà settembre aveva attirato circa 400.000 visitatori e, nei primi venti giorni, i peluche raffiguranti i suoi uccelli avevano fruttato circa 400.000 yuan. Fino a metà agosto il National Art Museum of China di Pechino ha ripercorso la sua influenza sui pittori a inchiostro delle generazioni successive; in inverno, due musei di Tokyo hanno celebrato l’anniversario.

La prossima tappa sarà ancora più importante. A dicembre, nella sua sede orientale, lo Shanghai Museum inaugurerà quella che definisce la più grande mostra mai dedicata a Bada Shanren: circa 180 opere e serie provenienti da oltre venti collezioni, tra cui il Palace Museum di Pechino, il Metropolitan Museum of Art e il Tokyo National Museum. La mostra resterà aperta fino a marzo 2027. I suoi pesci si troveranno così davanti a un pubblico che già ne conosce lo sguardo attraverso i telefoni, mentre resterà aperta la domanda a cui lui si sottrasse per tutta la vita.

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