Arte

Antoine Schmitt, l’artista che dalla NeXT di Steve Jobs è passato all’arte generativa

Penelope H. Fritz
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Antoine Schmitt
Antoine Schmitt
Photo: Rijksmuseum / CC0, via Wikimedia Commons
Nascita1961
Strasbourg, France
ProfessioneArtista visivo e programmatore
PremiPremio transmediale, secondo premio · Premio Ars Electronica, Award of Distinction, Digital Musics · Festival International UNESCO de Vidéo-Danse, primo premio · Festival Interférences, primo premio · medi@terra, primo premio

Su una parete della Galerie Charlot, a Parigi, questa primavera un singolo pixel bianco si aggirava all’interno di un rettangolo, rallentando fino quasi a fermarsi, per poi scattare in avanti e lasciare dietro di sé tracce che svanivano. Non disegnava nulla, e i visitatori si sorprendevano a chiedersi perché si muovesse proprio in quel modo. È la domanda — che cosa fa sì che qualcosa si comporti come se desiderasse qualcosa — che Antoine Schmitt pone al pubblico da trent’anni. L’arrivo dei chatbot e dei generatori di immagini ha trasformato il suo lavoro silenzioso e minimale, un tempo confinato a una nicchia del circuito della media art, in una sorta di commento continuo sulla nostra epoca.

Schmitt è arrivato all’arte dall’altro lato dello schermo. Prima di esporre le sue opere, era un ingegnere informatico alla NeXT, la società fondata da Steve Jobs dopo aver lasciato Apple, dove sviluppava strumenti per interfacce destinati agli sviluppatori. In seguito ha raccontato al CNC, l’ente cinematografico nazionale francese, che quel lavoro rappresentava il massimo a cui potesse aspirare come programmatore, ma che se ne era comunque andato perché non gli piaceva creare software pensato per essere utile.

Schmitt è nato a Strasburgo nel 1961 e a sedici anni ha imparato da solo a programmare sul computer di famiglia, attratto dal modo in cui il testo scritto si trasforma in azione. Nel 1984 si è laureato in ingegneria alla Télécom Paris e negli anni successivi si è occupato di intelligenza artificiale e interazione uomo-macchina presso la società francese Act Informatique, lavorando su sistemi esperti e reti neurali, prima di approdare alla NeXT nei primi anni Novanta. La svolta è arrivata attraverso la pittura, non il codice. Ha raccontato che vedere il Black Square di Kazimir Malevich ad Amsterdam fu un vero shock estetico. Disegnare e dipingere non facevano per lui, così scelse il materiale con cui aveva lavorato ogni giorno per quindici anni.

La prima opera davvero importante fu Le Pixel Blanc, realizzata nel 1996 e presentata per la prima volta nel luglio 1998 al Château de Bionnay. Il suo comportamento deriva da un algoritmo che Schmitt ha modellato sulla propria interpretazione della distinzione freudiana tra conscio e inconscio: ecco perché le sue esitazioni e le improvvise accelerazioni sembrano meno animazione che temperamento. Schmitt la considera ancora probabilmente la sua opera più riuscita. Vexation 1, del 2000, mette una pallina a rimbalzare dentro un rettangolo in cui ogni parete produce una nota. La pallina è programmata per muoversi liberamente e, nello stesso tempo, eseguire la stessa melodia: l’opera nasce dalla tensione fra queste due regole. Il titolo rimanda a Vexations di Erik Satie, un brano per pianoforte concepito per essere eseguito 840 volte di seguito. L’opera ha ricevuto una menzione d’onore per la software art a transmediale, a Berlino.

Il riconoscimento più ampio è arrivato nei festival. Still Living, una serie di installazioni avviata nel 2006, trasforma la grafica aziendale in organismi: diagrammi a torta e grafici a barre animati proprio dalle forze che pretendono di misurare. Nel 2007 ha condiviso il secondo premio del transmediale award. Nello stesso periodo Schmitt progettava il comportamento di Nabaztag, il coniglio wi-fi venduto dalla società francese Violet, e insieme al compositore Jean-Jacques Birgé ha trasformato cento di questi dispositivi di consumo in Nabaz’mob, un’opera lirica trasmessa via wi-fi alle orecchie, alle luci e ai minuscoli altoparlanti dei conigli. Nel 2009, al Prix Ars Electronica, ha ottenuto uno dei due Awards of Distinction nella categoria Digital Musics, alle spalle del Golden Nica assegnato a Bill Fontana.

La Galerie Charlot lo rappresenta a Parigi dal 2010 e DAM Projects a Berlino dal 2023, anno in cui la galleria gli ha dedicato la personale Clinamen. L’altra sua collaborazione di lunga data si svolge sul palcoscenico. Dai primi anni Dieci realizza concerti audiovisivi con il compositore Franck Vigroux: da Tempest, del 2012, in cui milioni di particelle evocano il caos che precede la forma, fino a ATOTAL, del 2021, che spinge il vecchio sogno dell’opera d’arte totale fino a farle adottare i metodi della propaganda. Vigroux suona dal vivo, mentre Schmitt genera le immagini in tempo reale. Le sue opere fanno parte, tra le altre, delle collezioni della città di Parigi, di Société Générale e di Borusan.

Nonostante i tanti discorsi sul suo ruolo pionieristico, il racconto che Schmitt fa della propria carriera è sorprendentemente poco eroico. «Le mie opere non sono cambiate radicalmente da quando ho iniziato», ha detto al critico Pau Waelder, aggiungendo che nel suo campo non è nato nessun concetto davvero nuovo da quando Alan Turing ha inventato il computer. Questa coerenza è insieme la forza e il limite del suo lavoro. Gli ha permesso di restare fedele a quadrati, pixel e punti rimbalzanti mentre le mode passavano, ma le sue mostre personali si sono tenute in gallerie e centri d’arte regionali, non in una grande retrospettiva museale; inoltre, le primogeniture che gli vengono attribuite, come quella del primo CD-ROM artistico, sono difficili da verificare al di là dei suoi stessi archivi. Anche il suo giudizio sul boom degli NFT rivela la stessa mancanza di sentimentalismo. Nel 2021 ha pubblicato una serie di NFT generativi e semi-autonomi, insieme a Buy Me!, una satira del marketing, dichiarando senza giri di parole che «il principale nuovo concetto alla base del boom del mercato NFT era la prospettiva del profitto finanziario, per i collezionisti e per gli artisti».

Quest’anno la domanda al centro del suo lavoro è diventata la domanda del momento. Être Machine (Being Machine), la sua personale alla Galerie Charlot, da aprile a luglio 2026, ha accostato Le Pixel Blanc alle Machinimales, sculture realizzate nel 2025 con l’artista intermediale Hortense Gauthier, ai plotter delle 10000 Pistes e a Generative Quantum Ballet. La mostra sosteneva che esseri artificiali così semplici sollevano le stesse domande dell’IA generativa, forse in modo ancora più diretto. Poi Schmitt ha messo quella tecnologia al lavoro all’interno del proprio sistema. Per lo spettacolo DELETE di Anne Théron, andato in scena per la prima volta il 9 ottobre 2026 a Le Cube, a Garges, ha utilizzato Tongyi-MAI, un modello open source di Alibaba, per generare immagini figurative che i suoi algoritmi rielaborano dal vivo, facendo sì che le immagini cambino a ogni replica. A settembre è stato in tournée a Taiwan e a Hong Kong con Vigroux e il 13 ottobre la rivista TINA ha pubblicato il suo saggio Manières d’être artificiel.

Il 7 novembre Schmitt e Vigroux porteranno Cascades a Kinshasa; il 28 novembre Transdisciplina presenterà il duo al Teatro Echegaray di Málaga; Videopolis sarà a Linz il 4 dicembre e Nacht II arriverà l’8 dicembre a La Muse en Circuit, ad Alfortville. In programma ci sono poi antiMatter, uno spettacolo per cupole con Vigroux, un’opera audiovisiva reattiva al suono per il concerto annuale dell’Orchestre du Rhin a Strasburgo, nel giugno 2027, e un lavoro coreografico con Jean-Marc Matos e Hortense Gauthier incentrato su un robot autonomo. Schmitt, che vive tra Parigi e Angoulême, ha affermato che «l’arte è intenzione e responsabilità», due nozioni che considera «ancora esclusive degli esseri umani». Le sue prossime macchine metteranno di nuovo alla prova questa convinzione.

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