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“Party” di Troye Sivan: l’interpolazione di “Music” di Madonna diventa un inno di liberazione queer

Alice Lange
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Il secondo singolo del quarto album in studio di Troye Sivan si apre con la voce di Sir Ian McKellen in un corridoio di pietra e si chiude con Sivan che balla in un castello medievale inglese. “Party” è costruito attorno a un’interpolazione di “Music” di Madonna, e l’intera produzione ruota attorno a un’idea: le persone queer si sono sempre ritrovate nel buio, attraverso i secoli, e qualcosa in quella dinamica merita un inno.

Il prestito da Madonna non è decorativo. “Music” è uno degli inni dancefloor più riconoscibili del pop — un disco pensato apposta per l’evasione collettiva, per il cuore della notte, per lo spazio fuori dalla vita ordinaria. Sivan lo fa passare attraverso una riflessione sulla comunità queer. “La vita notturna è spesso la prima volta in cui ti trovi in uno spazio dove non sei la minoranza”, ha detto Sivan. L’interpolazione si guadagna il suo posto.

La produzione, firmata da Styalz Fuego e Rob LFO insieme a Sivan e a suo fratello Tyde Levi, si assesta su un registro house-pop. La scena doof di Melbourne — rave all’aperto in cui la geografia impone una comunità che i club cittadini raramente riescono a replicare — attraversa il brano. Il video di Gordon von Steiner rende l’idea letterale: Sivan interpreta un cavaliere che torna dalla battaglia ai festeggiamenti nel castello, i suoi fratelli compaiono tra i festaioli, e il monologo di apertura di McKellen inquadra l’intera sequenza come una meditazione sul lignaggio queer attraverso il tempo.

La trovata del castello medievale è cinematografica, ma comporta un rischio reale. Potrebbe essere letta come grandiosità da concept album di un artista che si spinge oltre il proprio nucleo di fan. L’interpolazione di Madonna rende più nette entrambe le possibilità: o è il prestito che dà a “Party” slancio crossover, o un confronto che rende insolitamente visibile il divario tra il peso culturale dei due artisti. Il brano ha accumulato più di 29.000 ascoltatori nella prima settimana — un autentico riscontro — ma le classifiche di streaming mostreranno se il discorso sulla liberazione queer viaggia oltre la comunità a cui parla direttamente.

Il precedente album di Sivan aveva costruito una tesi: la musica pop può essere organizzata interamente attorno all’identità queer senza edulcorarla in nome della vicinanza al mainstream. “Party” estende quella logica: la cornice del lignaggio queer e la scelta di un’ambientazione vecchia di secoli suggeriscono un artista che sostiene che il bisogno di spazio di questa comunità non è una condizione contemporanea, ma duratura. Se l’album intero sosterrà questa affermazione è la domanda che questo singolo lascia aperta.

“She’s the Best”, il quarto album in studio di Sivan, esce il 9 ottobre via Interscope Records.

La tesi che la vita notturna queer non sia una novità non aveva bisogno di un castello medievale per attecchire. Che Sivan ne abbia costruito uno comunque dice qualcosa su ciò che “She’s the Best” sta cercando di essere.

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