Cinema

Malkovich interpreta il direttore d’orchestra che rifiutava di essere registrato in ‘The Yellow Tie’

Martha O'Hara
Aggiungici su Google

Sergiu Celibidache ha trascorso la carriera sostenendo che la musica non potesse essere imprigionata in una registrazione, che un’esecuzione vivesse una sola volta, in una stanza, per le persone che vi respiravano dentro. Ora la sua vita arriva sugli schermi cinematografici, fissata a ventiquattro fotogrammi al secondo, in un biopic portato a compimento dalla persona che aveva più da dimostrare e più da perdere: suo figlio.

«The Yellow Tie» — «Cravata galbenă» in rumeno — è diretto e co-sceneggiato da Serge Ioan Celibidachi, che ha dedicato gran parte della propria vita a comporre il ritratto del padre la cui ombra l’ha definita. John Malkovich interpreta il direttore d’orchestra negli imperiosi anni della maturità; Ben Schnetzer veste i panni del giovane Celibidache, l’ambizioso émigré che si fa strada con le unghie verso il podio. Attorno a loro, il film riunisce un ricco cast britannico: Sean Bean, Miranda Richardson, Kate Phillips, Anton Lesser, Charlie Rowe e Tamzin Merchant.

YouTube video

La storia che racconta è autenticamente operistica. Nato a Roman, nella regione moldava della Romania, Celibidache partì per Berlino a studiare, sopravvisse alla guerra in una Germania al collasso e arrivò a dirigere i Berliner Philharmoniker nelle devastate stagioni del dopoguerra. Poi giunse la ferita che avrebbe plasmato il resto della sua vita: quando l’orchestra scelse il proprio direttore stabile, lo preferì a Herbert von Karajan. Celibidache trascorse decenni in una sorta di esilio dal podio che riteneva suo, prima che un tardivo regno a Monaco lo restituisse al vertice.

Il casting insiste su quell’idea di una vita vissuta in due registri. Malkovich, tutto minaccia trattenuta e autorevolezza tarda, eredita il direttore come monumento; Schnetzer lo interpreta come appetito allo stato puro, prima che il mito si consolidasse. Kate Phillips e Miranda Richardson si dividono il ruolo della moglie Ioana lungo la medesima linea di demarcazione, mentre Sean Bean compare nei panni del padre di Celibidache, Demostene, la prima autorità a cui il giovane dovette rispondere.

Quel rifiuto è l’eredità più intrigante del film. Celibidache arrivò a credere che il suono registrato fosse una menzogna — la fotografia di un pranzo che non può nutrirti, come gli piaceva dire — e per gran parte della carriera rifiutò di incidere album in studio. Un biopic è, per sua stessa struttura, la proposta opposta: cattura, confeziona e vende un uomo che non voleva essere catturato. Se «The Yellow Tie» si misuri con questa contraddizione oppure si limiti a scavalcarla è la domanda con cui lo spettatore si accosta al film.

Girato in inglese dal direttore della fotografia Peter Menzies Jr., con una colonna sonora di Kathryn Kluge e Kim Allen Kluge, il film dura ben 145 minuti e si muove tra epoche e Paesi diversi, prodotto tra Romania e Italia da Oblique Media Film e Celi Films. I dialoghi in lingua inglese sono una scelta commerciale quanto artistica: ampliano il pubblico, attenuando al contempo le sfumature rumene e tedesche che hanno formato l’uomo.

C’è un’ironia nel musicare un film su quest’uomo. Celibidache considerava il tempo una questione morale e diffidava di tutto ciò che fissava il suono, così la musica dei Kluge deve farsi portavoce di un universo sonoro che egli custodiva ferocemente e che raramente lasciava uscire alle condizioni altrui. Il film si appoggia a quell’universo — l’orchestra che si gonfia, la bacchetta alzata — come abbreviazione della trascendenza, cioè proprio la scorciatoia che Celibidache ha rifiutato per tutta la vita.

È anche, inevitabilmente, il film di un figlio su suo padre, e questa è insieme la sua forza motrice e il suo rischio. La riverenza è la gravità naturale del biopic familiare, e il vero Celibidache era una figura più spinosa di quanto l’inquadratura da fiaba tenda a consentire: imperioso con le orchestre, sprezzante verso i rivali, capace di crudeltà in nome di un ideale. Un ritratto così personale può illuminare una vita o imbalsamarla; il materiale annunciato non chiarisce quale delle due cose faccia, e la calorosa accoglienza ricevuta in patria non equivale a una resa dei conti con il suo soggetto.

Ciò che non lascia dubbi è che il pubblico si è presentato. In Romania il film è diventato l’uscita nazionale più vista dell’anno, portando nelle sale ben oltre 400.000 spettatori prima che Netflix lo distribuisse nelle case rumene e moldave. È un risultato notevole per un lungo film d’arte su un direttore d’orchestra classico e consegna al lancio internazionale un raro slancio per un’opera destinata ai mercati dei sottotitoli.

John Malkovich nei panni di Sergiu Celibidache in The Yellow Tie (2026)
John Malkovich in The Yellow Tie (2026)

Il percorso del film nei festival ha costruito silenziosamente la sua credibilità all’estero, da un passaggio a Santa Barbara a date nella regione baltica, posizionando una produzione rumeno-italiana come concorrente anglofona per la stagione dei premi anziché come curiosità sottotitolata. Quest’ambizione taglia in entrambe le direzioni: può portare il nome di Celibidache a un pubblico che non ha mai ascoltato uno dei suoi concerti, oppure può appiattire un musicista fieramente particolare nella levigata forma da festival che viaggia senza attrito.

Ora il film valica i confini. «The Yellow Tie» esce nelle sale di Regno Unito e Irlanda il 9 ottobre 2026, con date festival già fissate altrove in Europa; un più ampio percorso cinematografico e in streaming oltre questi mercati non è ancora stato confermato. Per un direttore d’orchestra che voleva che ogni esecuzione svanisse nell’istante in cui finiva, una traccia permanente si è rivelata insolitamente difficile da fermare.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

Tag: , , , , ,

Aggiungici su Google

Discussione

Ci sono 0 commenti.