Cinema

Dune, il romanzo «infilmabile» girato come un rito e diviso a metà

Martha Lucas

Paul Atreides è giovane, dotato e schiacciato da visioni che non riesce a interpretare del tutto. La sua famiglia, Casa Atreides, accetta il governo di Arrakis, un pianeta desertico che produce la spezia mélange, la sostanza più preziosa di una civiltà interstellare proiettata in un futuro lontanissimo. È un incarico che nasconde una trappola. Ciò che ne segue è un dramma politico ed ecologico travestito da viaggio dell’eroe, tratto dal romanzo di Frank Herbert sul potere, sulla profezia e sulla logica corrosiva del mito del prescelto.

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Denis Villeneuve ha costruito la propria filmografia attorno a materiali che resistono a una comprensione immediata: Arrival, Blade Runner 2049, Prisoners. Dune si inserisce in quella traiettoria. Ha girato in Giordania, negli Emirati Arabi Uniti e in Norvegia, e quel terreno fisico àncora una storia che avrebbe potuto dissolversi in uno spettacolo digitale senza peso. La fotografia di Greig Fraser — ocra e grigio acciaio contro un vuoto immenso — dà al film una grammatica visiva che sembra nascere dalla geografia, non inventata in uno studio.

Dove la versione di David Lynch attraversava di corsa il fittissimo mondo immaginato da Herbert senza accontentare quasi nessuno, Villeneuve fa della lentezza un principio di costruzione. Il film si prende il suo tempo, fatto di rito e di silenzio. La colonna sonora di Hans Zimmer tratta la materia come una cerimonia. Timothée Chalamet porta il dubbio di Paul senza forzare il pathos. Rebecca Ferguson, che attraversa il registro emotivo più complesso di Lady Jessica, trova autorità più che compassione. Oscar Isaac fa del Duca Leto un uomo che sa di camminare dentro un incendio.

Ciò che Dune non può risolvere è il problema con cui è nato: è metà di una storia. Il film si chiude prima che arrivi una resa dei conti autentica, prima che Paul abbia fatto qualcosa che giustifichi il peso mitico che il racconto continua a caricargli addosso. Zendaya compare per forse quindici minuti, nonostante il marketing l’avesse presentata come co-protagonista. La promessa della Parte due è inscritta nella struttura di ogni scena, ed è il modo in cui Villeneuve riconosce che la materia di Herbert non si può comprimere senza deformarla. Ma significa anche che il film chiede una pazienza che alcuni spettatori non vedranno ripagata nell’arco della sua durata.

Le sequenze dei vermi delle sabbie sono tra gli impieghi di creature più inquietanti della fantascienza recente, non perché siano veloci o fragorose, ma perché il film li tratta come fatti geologici e non come mostri. Il disegno del suono fa di Arrakis un luogo abitato da qualcosa che precede la civiltà. Quella qualità di terrore lento e guadagnato percorre l’intera produzione.

La Parte due è arrivata più tardi e ha completato la storia. Dune (2021) regge per conto proprio come opera di ambizione precisa e meditata: il tipo di adattamento che ammette ciò che non riesce a contenere fino in fondo.

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Denis Villeneuve

Denis Villeneuve

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