Cinema

Cinque film italiani in concorso, nessuno nel palmarès: la Mostra premia lo sguardo e lascia l’Italia sulla soglia

Martha O'Hara
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La 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è chiusa da una settimana, e per il cinema italiano il bilancio è un vuoto che parla. Cinque titoli in concorso — Moretti, De Angelis, Bechis, l’italo-americano Pallaoro, con Martone fuori concorso a completare il fronte di casa — e nel palmarès dei premi maggiori, niente. Il Leone parla danese, il premio per la regia parla russo, la Coppa Volpi maschile parla americano. Non è una disfatta: i film italiani hanno raccolto applausi veri. È qualcosa di più scomodo, una domanda sull’identità stessa della Mostra e su cosa questa giuria abbia deciso di premiare al posto loro.

La risposta è una scelta di campo. La giuria di Maggie Gyllenhaal ha premiato lo sguardo etico prima ancora dei film: Woman Unknown, un ritratto che si rifiuta di spiegare la sua protagonista; NAZA, unico documentario in concorso, costruito su testimonianze anonimizzate; DAU, la regia più discussa dell’edizione. Il cinema italiano di quest’anno raccontava soprattutto la Storia e il trauma — Bechis che torna alla dittatura argentina venticinque anni dopo Garage Olimpo, De Angelis che adatta Franchini — ed è un cinema forte, ma che si muove su un altro asse rispetto a quello che la giuria ha scelto di illuminare. Non ha perso per debolezza. Ha perso perché la domanda della giuria era un’altra.

Il caso più veneziano di tutti resta DAU. La Mostra lo ha programmato malgrado le obiezioni, lo ha difeso dal palco per voce di Alberto Barbera contro la protesta ucraina e le riserve sulla presenza del direttore d’orchestra Teodor Currentzis, e poi la giuria lo ha premiato per la miglior regia. È l’istituzione veneziana che si riconosce nel proprio rischio: il festival che rivendica la provocazione come parte del mestiere e che, invece di tenere la polemica fuori dalla porta, la mette sul palco e le appende una targa. Piaccia o no, è una dichiarazione d’identità più netta di qualsiasi Leone.

Il resto del verdetto conferma una giuria che guarda lo schermo e non la stagione. La Coppa Volpi femminile è andata a Mathilde Arcel, un nome che nessun pronostico portava alla cerimonia; Possible Love di Lee Chang-dong, dato da molti — noi compresi — per il Leone, è scivolato di un gradino al Gran premio della giuria; e l’applauso più lungo del festival, quello per Wild Horse Nine di McDonagh, si è convertito in una sola Coppa Volpi per John Malkovich, non nel Leone che la sala sembrava chiedere. In mezzo a tutto questo, l’Italia è rimasta sulla soglia.

Si può obiettare, ed è giusto farlo, che un palmarès non misura un cinema nazionale. I cinque film italiani erano solidi, la concorrenza era altissima, e l’assenza dal tabellone può essere il rumore statistico di una giuria di sette persone in una stanza chiusa, non un verdetto sull’Italia. È vero. Ma quando l’assenza si ripete su tutti i premi maggiori, e quando i film premiati condividono così nettamente una preoccupazione — l’etica di chi guarda e di chi è guardato — vale la pena chiedersi se il cinema italiano stesse rispondendo a una domanda che a Venezia, quest’anno, non era quella in programma.

Cosa resta, allora. Resta una selezione italiana che l’anno prossimo dovrà decidere se inseguire quello sguardo o continuare a scavare nella propria Storia. Resta la questione del documentario in concorso, che dopo NAZA tornerà con più forza. E resta l’eredità della difesa di Barbera: un festival che ha scelto il rischio come linea, e che ora dovrà conviverci. Il cinema italiano è uscito dal Lido a mani vuote ma non sconfitto. La domanda è se, la prossima volta, vorrà essere sulla soglia o dentro la stanza.

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