Affari e finanza

Residenza fiscale: perché conta più dove vivi che il tuo passaporto

Victor Maslow
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Per la maggior parte di chi lavora oltre confine, verrebbe da pensare che a stabilire in quale Paese si pagano le tasse sia la cittadinanza. Di solito, però, non è così. Quasi tutti i sistemi fiscali del mondo decidono in base alla residenza: dove si vive, dove si ha una casa, dove si trovano davvero la famiglia e la propria attività lavorativa. Il passaporto in tasca conta molto meno del letto in cui si dorme quasi tutte le notti.

È proprio in questa distanza tra identità e residenza che restano impigliati i lavoratori da remoto, i pensionati in cerca di sole e i fondatori che trasferiscono la propria attività. C’è chi finisce per pagare due volte, chi si ritrova con un conto fiscale inatteso e chi scopre di non aver mai davvero lasciato il Paese da cui credeva di essersi trasferito. Capire la residenza fiscale non significa tanto imparare a memoria le regole, quanto rendersi conto che due governi possono guardare alla stessa vita e rivendicarla entrambi.

La residenza fiscale è uno status giuridico, distinto da quello ai fini dell’immigrazione. In genere, un Paese che ti considera residente rivendica il diritto di tassare i tuoi redditi ovunque prodotti: dallo stipendio e dall’affitto di un appartamento ai dividendi pagati da un intermediario finanziario in un’altra giurisdizione. Un non residente, invece, di norma paga le imposte soltanto sui redditi prodotti all’interno di quel Paese. Spostare la residenza fiscale da uno Stato all’altro significa quindi spostare l’intera base imponibile su cui possono essere applicate le tasse.

I Paesi determinano la residenza applicando una combinazione di criteri. Il più noto è il conteggio dei giorni, spesso basato sulla soglia dei 183 giorni in un anno fiscale, cioè all’incirca metà dell’anno solare. Ma raramente il numero di giorni racconta tutta la storia. Molti sistemi valutano anche se si dispone di un’abitazione permanente, dove vivono il coniuge e i figli, dove si concentrano i propri interessi economici e se si è registrati sul posto. La Spagna ti considera residente se lì si trova il fulcro della tua attività o dei tuoi interessi economici, anche se non raggiungi la soglia di permanenza. Il Regno Unito ha sostituito decenni di giurisprudenza con uno Statutory Residence Test, che mette in relazione i giorni trascorsi nel Paese con legami quali famiglia, alloggio e lavoro.

Gli Stati Uniti sono l’eccezione che conferma la regola. Tassano i propri cittadini sui redditi mondiali, ovunque risiedano: un criterio basato sulla cittadinanza condiviso, in termini generali, soltanto dall’Eritrea. Per gli stranieri applicano una formula ponderata, nota come substantial presence test: ogni giorno dell’anno in corso conta per intero, quelli dell’anno precedente valgono un terzo e quelli dell’anno ancora prima un sesto. Se il conteggio complessivo raggiunge 183 giorni, si diventa residenti, a condizione di aver trascorso almeno 31 giorni nel Paese durante l’anno in corso.

Poiché ogni Paese applica criteri propri, una stessa persona può risultare residente in due luoghi contemporaneamente. Le convenzioni contro le doppie imposizioni servono a risolvere il problema. La maggior parte segue il Modello di convenzione fiscale dell’OCSE, il cui criterio di spareggio procede secondo una sequenza prestabilita: prima il luogo in cui si dispone di un’abitazione permanente, poi quello in cui si trova il centro degli interessi vitali, quindi il luogo in cui si soggiorna abitualmente, poi la cittadinanza e, infine, un accordo negoziato tra le due autorità fiscali. Le convenzioni e i crediti d’imposta per le imposte pagate all’estero evitano che lo stesso stipendio venga tassato per intero due volte, ma soltanto se li si richiede; inoltre, non eliminano gli adempimenti legati alla residenza in entrambi i Paesi.

L’errore più comune è credere che lasciare un Paese basti a far cessare automaticamente la residenza. Molti sistemi continuano a considerarti residente finché non dimostri di aver reciso i legami: vendendo o affittando la casa di famiglia, trasferendo il nucleo familiare e cancellando la registrazione locale. Alcuni si spingono oltre e applicano un’imposta di uscita sulle plusvalenze non realizzate quando i residenti facoltosi se ne vanno; gli Stati Uniti impongono invece un’imposta di espatrio ad alcuni cittadini che rinunciano alla cittadinanza. Un lavoratore che si sposta da un soggiorno breve all’altro, senza stabilirsi da nessuna parte, non diventa apolide dal punto di vista fiscale. Più spesso, continua a essere residente nel Paese da cui era partito.

I governi sanno che i capitali mobili reagiscono agli incentivi e, nell’ultimo decennio, la residenza è diventata un prodotto. Nel 2017 l’Italia ha introdotto per i nuovi residenti un’imposta sostitutiva forfettaria di 100.000 euro sui redditi prodotti all’estero; l’importo è salito a 200.000 euro nel 2024 e sarà fissato a 300.000 euro per chi arriverà dal 2026. Nel 2024 il Portogallo ha chiuso ai nuovi richiedenti il regime dei residenti non abituali, sostituendolo con un incentivo più circoscritto per i lavori nei settori della ricerca e dell’innovazione. Il Regno Unito ha abolito nell’aprile 2025 il suo storico regime non-dom, sostituendolo con un’esenzione di quattro anni sui redditi e sulle plusvalenze esteri per chi arriva dopo almeno dieci anni trascorsi all’estero. Un visto per nomadi digitali, invece, dà diritto a soggiornare, ma da solo non stabilisce quale Paese abbia il diritto di tassarti.

La posta in gioco va oltre la dichiarazione dei redditi individuale. La residenza determina quali norme pensionistiche si applicano, dove vanno dichiarati gli investimenti e in quale Paese si devono versare i contributi previdenziali. Per i datori di lavoro, un dipendente da remoto che supera una determinata soglia può creare obblighi fiscali sul libro paga all’estero e, in alcuni casi, una presenza imponibile per l’azienda stessa. È per questo che molte imprese oggi limitano il numero di giorni in cui il personale può lavorare da un altro Paese. Le regole cambiano spesso e i dettagli personali fanno la differenza: chi sta pianificando un trasferimento farebbe quindi meglio a chiedere consulenza in entrambi i Paesi prima di partire, non dopo.

Il calendario è diventato, senza troppo clamore, un documento fiscale. Per il numero crescente di persone che possono svolgere il proprio lavoro da un portatile, la voce più costosa della dichiarazione potrebbe essere una cronologia di viaggi a cui non avevano mai dato importanza.

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