Documentari

Africa Earth’s Wild Home su Disney+: lupi dorati a caccia di pellicani e l’Africa oltre la savana

Martha O'Hara
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Il poster di «Africa Earth’s Wild Home» mostra un solo occhio: quello di una grande scimmia, seminascosto tra le foglie, con il profilo del continente africano riflesso nell’iride. È una dichiarazione d’intenti efficace per la nuova docuserie naturalistica di punta di National Geographic, realizzata dalla Natural History Unit di BBC Studios, in arrivo sul canale Nat Geo e in streaming su Disney+ e Hulu. A narrarla e a produrla come produttrice esecutiva è Wunmi Mosaku, l’attrice candidata all’Oscar per Sinners. I responsabili della serie spiegano che l’obiettivo era mostrare un’Africa che la televisione naturalistica ha perlopiù trascurato.

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Nel trailer, la voce narrante di Mosaku non lascia spazio a dubbi: «Questo è lo sguardo definitivo sul continente più selvaggio del nostro pianeta. Non esiste un luogo come l’Africa». “Definitivo” è un aggettivo impegnativo per un continente ripreso nei documentari naturalistici più di qualsiasi altro, e Gavin Boyland, showrunner e montatore della serie, sembra esserne consapevole. «L’Africa ha la fauna selvatica più straordinaria», ha dichiarato a Variety. «Offre gli spettacoli più grandiosi. Ha animali dal fascino irresistibile. Perciò, fin dall’inizio, il nostro intento è stato mostrare al pubblico un volto diverso dell’Africa».

Oltre i leoni: cosa racconta di aver filmato la serie

Leoni ed elefanti non mancano; Boyland precisa che le troupe hanno ripreso anche gli animali più familiari. Ma quasi tutte le sequenze di cui National Geographic ha scelto di parlare arrivano dai margini delle consuete mappe. Nell’annuncio si citano una rana nera della pioggia filmata per la prima volta in televisione, iene che nel Congo cacciano elefanti di notte, una rara pantera nera selvatica — la variante melanica del leopardo africano — e scimpanzé che usano utensili per pescare alghe.

L’anteprima di Variety aggiunge una lista più minuta e insolita: il coccodrillo più piccolo del mondo, a caccia di pipistrelli in grotte immerse nel buio più totale; un coleottero disco volante che scava solchi per raccogliere l’acqua dalla nebbia costiera; tartarughe terrestri giganti, di norma vegetariane, che danno la caccia agli uccelli; e un maschio di fossa, il principale predatore del Madagascar, che si batte per raggiungere l’albero dove una femmina si accoppia. Boyland ha descritto l’incontro con la rana come un’occasione per raccontare «una storia molto vicina a tutti noi, su una creatura di cui le persone non hanno mai davvero sentito parlare».

La sequenza che Boyland racconta meglio è nata da una segnalazione. In Senegal, una guida del posto ha parlato alla troupe di una coppia di lupi dorati, animali più o meno grandi come coyote, che raggiungeva un’isola per cacciare i pellicani. Quando la troupe è arrivata, ha raccontato Boyland a Laughing Place, ha trovato un’isola abitata da circa 4.000 pellicani e lupi che vi si lanciavano contro quasi ogni giorno, puntando uccelli grandi circa tre volte loro. Secondo Boyland, è stata la prima troupe a filmare in quel parco e la prima a documentare quel comportamento. «È la natura a scrivere il copione», ha detto. «Non sai mai davvero cosa succederà».

Una mappa tracciata dalle guide locali

Il modo in cui la serie ha trovato queste storie conta quanto le storie stesse. Invece di partire dalle consuete reti di ricerca occidentali, racconta Boyland, la troupe è andata in Africa e ha chiesto indicazioni alle guide naturalistiche, agli autisti, ai fotografi e agli abitanti che vedono gli animali ogni giorno. «Sono stati loro a indicarci nuovi comportamenti», ha raccontato a Variety.

Le segnalazioni hanno guidato la scelta dei luoghi: angoli dell’Africa occidentale meno ripresi, il Sahara e isole remote. Boyland cita in particolare una località in Ciad, ai margini del Sahara, dove avevano lavorato poche troupe, e racconta che arrivarci ha rivelato loro quanto fosse spettacolare e suggestivo il paesaggio. «Ci sono savane, ma anche montagne, laghi, fiumi e isole», ha detto parlando del continente nel suo insieme.

È su questo che la serie punta dal punto di vista visivo, almeno sulla carta. Accanto ai droni convenzionali, la produzione ha usato droni da corsa FPV, progettati per sfrecciare attraverso il paesaggio invece di restare sospesi sopra di esso, così da dare al pubblico la sensazione di attraversare quei luoghi. Le immagini generate al computer ricostruiscono ciò che nessuna telecamera può raggiungere: la storia profonda e le forze geologiche che hanno plasmato deserti, foreste, giungle, montagne e isole del continente. La premessa fa pensare a una docuserie più interessata al territorio che agli orizzonti da cartolina, a come una costa, una grotta o una coltre di nebbia determinino quali forme di vita possano prosperare.

Wunmi Mosaku e un progetto che attraversa i continenti

Mosaku qui non presta soltanto la voce. L’attrice candidata all’Oscar, nota per Sinners, Loki e Lovecraft Country, ha anche prodotto la serie come produttrice esecutiva: la voce che guida il pubblico appartiene dunque a una persona che ha contribuito a plasmare il progetto. Dietro di lei, i titoli di coda passano alla divisione di storia naturale della BBC: Simon Blakeney è produttore esecutivo per BBC Studios NHU, Pam Caragol per National Geographic.

«Africa Earth’s Wild Home» è anche il primo capitolo di un progetto più ampio. National Geographic la presenta come la stagione inaugurale di un franchise pluriennale che documenterà il pianeta un continente alla volta, un progetto congiunto con la rete di Explorers della National Geographic Society e con la Perpetual Planet Initiative di Rolex, che presenta la serie. Secondo Variety, la produzione ha coinvolto più di 50 persone per quasi quattro anni di riprese in quasi 30 paesi. La serie della BBC Seven Worlds, One Planet dedicava un singolo episodio a ciascun continente; questo formato riserva a un intero continente una stagione completa.

Ogni episodio si chiude con uno spazio Explorer Spotlight dedicato agli scienziati e ai fotografi dietro le scoperte, tra cui la veterinaria ugandese specializzata in fauna selvatica Gladys Kalema-Zikusoka e Steve Boyes, che dirige l’Okavango Wilderness Project di National Geographic, insieme agli altri Rolex National Geographic Perpetual Planet Explorers Matt Shirley e Ingi Agnarsson. Il finale sposta l’attenzione dagli animali alle persone: i nuovi leader africani della conservazione, i progetti guidati dalle comunità e i ricercatori locali. Boyland lo descrive come un episodio emozionante, che mette in luce una nuova generazione di conservazione indigena in Africa.

Quel finale porta in primo piano la domanda che un franchise dedicato a un continente alla volta non può evitare. National Geographic sostiene che il pianeta sta cambiando più rapidamente che mai, e la serie si fonda su immagini mai girate prima: lupi su un’isola di pellicani, una rana mai ripresa da una telecamera televisiva, coccodrilli nelle grotte. Una prima documentazione diventa anche un punto di riferimento. Che filmare quei luoghi possa contribuire a preservarne le condizioni è una questione a cui sette episodi televisivi non possono dare risposta.

Quando e dove vedere «Africa Earth’s Wild Home»

Negli Stati Uniti, la serie debutta venerdì 2 ottobre alle 20:00 ET sul canale National Geographic; tutti e sette gli episodi saranno disponibili in streaming da sabato 3 ottobre su Disney+ e Hulu. Nel Regno Unito, National Geographic la trasmetterà dal 3 ottobre e, lo stesso giorno, tutti e sette gli episodi arriveranno su Disney+. Negli altri mercati, la serie sarà disponibile nel catalogo Disney+ locale; le date possono variare da un paese all’altro.

«Africa Earth’s Wild Home»: risposte rapide

Chi narra «Africa Earth’s Wild Home»? Wunmi Mosaku, che è anche produttrice esecutiva. Non è una serie di David Attenborough.

Quanti episodi ci sono? Sette, tutti disponibili contemporaneamente in streaming su Disney+.

È una serie della BBC o di National Geographic? Di entrambe, in un certo senso: è stata prodotta dalla Natural History Unit di BBC Studios per National Geographic.

Dove posso vederla? Su Disney+ nei paesi in cui è disponibile, su Hulu negli Stati Uniti e sul canale National Geographic.

Ci saranno altri continenti? Sì. National Geographic presenta l’Africa come la prima stagione di un franchise pluriennale che esplorerà il pianeta un continente alla volta; l’annuncio non specifica quale sarà il prossimo.

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