Documentari

Life on Our Planet: immagini spettacolari, ma una realizzazione impacciata

Alice Lange
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La scena iniziale di Life on Our Planet si sofferma su un vasto paesaggio incontaminato, mentre la macchina da presa attraversa eoni in un’unica, ininterrotta ripresa. È un gesto ambizioso, che prepara il terreno alla grande traversata della storia evolutiva della Terra proposta da questa docuserie Netflix. Per quanto impressionanti siano le immagini d’apertura, però, lasciano già intravedere il nodo centrale della serie: il contrasto tra la sua portata mozzafiato e una realizzazione spesso impacciata.

Creata da un gruppo di autori che comprende Patrick Makin, Barny Revill, Adam Chapman, Sophie Lanfear, Gisle Sverdrup e Nick Shoolingin-Jordan, Life on Our Planet è una collaborazione tra Amblin Television e Silverback Films, con Steven Spielberg nel ruolo di produttore esecutivo. La serie si propone di raccontare il viaggio della vita complessa sulla Terra nell’arco di miliardi di anni, combinando ricostruzioni in CGI di creature preistoriche e riprese dal vivo di animali contemporanei. A guidare gli spettatori in questa narrazione epica è la voce inconfondibile di Morgan Freeman, ma è proprio qui che affiorano le prime crepe nelle fondamenta.

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Il punto di forza indiscutibile della serie sono le immagini. La CGI fotorealistica, che richiama alla mente Walking with… e Prehistoric Planet, è spesso indistinguibile dalle riprese dal vivo, come ha osservato Jack Seale su The Guardian. Le sequenze delle foreste preistoriche del Carbonifero o delle distese ghiacciate del Pleistocene sono ricostruite con una cura minuziosa e aprono agli spettatori una finestra su mondi antichi. Anche la colonna sonora accompagna magnificamente le immagini, crescendo e attenuandosi al ritmo del flusso e riflusso della storia evolutiva.

Nonostante tutte le sue ambizioni, però, Life on Our Planet inciampa nel racconto. La struttura della serie — otto episodi, ciascuno dedicato a uno specifico periodo geologico — è logicamente ben concepita, ma la realizzazione è discontinua. Alcuni episodi prendono il volo, soprattutto quelli che intrecciano taxa preistorici e moderni per costruire una narrazione avvincente sull’adattamento e la sopravvivenza. Altri, invece, cedono sotto il peso della propria grandiosità e si affidano troppo alla voce narrante di Freeman per portare avanti la storia.

Nel tentativo di umanizzare il mondo naturale, la sceneggiatura diventa un limite. È acuta la critica di Seale, secondo cui la narrazione tratta «miliardi di animali… come se fossero un esercito o una squadra sportiva che festeggia insieme i propri successi». Il tono iperbolico finisce spesso per indebolire il rigore scientifico dei contenuti, riducendo processi evolutivi complessi a metafore semplicistiche. Persino Freeman, la cui voce è tra le più riconoscibili di Hollywood, sembra poco a suo agio con il materiale: a tratti, la sua interpretazione scivola nel melodramma.

Anche l’originalità della serie è motivo di discussione. Gli effetti visivi e la fotografia sono indubbiamente impressionanti, ma l’impianto narrativo suona familiare e richiama precedenti documentari naturalistici come Our Planet e Planet Earth. L’idea di mescolare ricostruzioni preistoriche e taxa moderni è innovativa, ma la sua realizzazione appare spesso slegata, come se la serie non riuscisse a decidere se essere una lezione di storia o un programma sulla natura.

Detto questo, Life on Our Planet ha anche i suoi momenti riusciti. Gli episodi dedicati a specifici adattamenti — come l’evoluzione del volo o la colonizzazione delle terre emerse — sono particolarmente avvincenti e offrono agli spettatori uno scorcio dell’incredibile varietà della vita sulla Terra. Queste parti beneficiano anche dell’approccio ibrido della serie, che fonde senza soluzione di continuità CGI e riprese dal vivo per dare vita a una narrazione organica.

Anche la regia è discontinua. Gli autori hanno chiaramente in mente la grandiosità che vogliono trasmettere, ma il ritmo è spesso irregolare. Alcuni episodi attraversano milioni di anni nel giro di pochi minuti; altri indugiano su una singola specie o su un particolare adattamento, dando vita a un’esperienza di visione frammentata. Anche il passaggio dalle ricostruzioni preistoriche ai taxa moderni è gestito in modo incostante: a volte risulta fluido, altre volte brusco.

Le interpretazioni, se così si possono definire, si limitano alla narrazione di Freeman. La sua voce è uno strumento potente, capace di comunicare tanto la meraviglia quanto la tragedia della storia evolutiva. Eppure la sceneggiatura spesso gli rema contro, costringendolo a ricorrere a metafore maldestre e a un linguaggio iperbolico, più adatto a un film di successo che a un documentario naturalistico.

I temi della serie sono indubbiamente importanti. L’obiettivo è mettere in luce l’interconnessione di tutte le forme di vita sulla Terra, la resilienza delle specie di fronte alle avversità e il delicato equilibrio degli ecosistemi. A volte, però, questi temi si perdono nello spettacolo e diventano rumore di fondo, soffocati dalle immagini straordinarie e dalla colonna sonora ampia e solenne.

Life on Our Planet è una serie che può conquistare sia gli appassionati di natura sia il pubblico occasionale. Chi nutre un forte interesse per la paleontologia o la biologia evolutiva apprezzerà le ricostruzioni dettagliate e l’alternanza tra taxa preistorici e moderni. Il ritmo disomogeneo e una sceneggiatura talvolta impacciata, tuttavia, potrebbero frustrare chi cerca una narrazione più coesa.

In definitiva, Life on Our Planet mette insieme elementi notevoli che, però, non riescono del tutto a comporre un insieme armonico. Le immagini sono spettacolari e l’ambizione merita un plauso, ma nei momenti cruciali il racconto e la sceneggiatura non sono all’altezza.

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