Calcio

Ancelotti ha tolto al Brasile il suo gioco e scommette che la disciplina valga il sesto titolo

Carlo Ancelotti ha detto a voce alta che il Brasile non ha più un Pelé né un Ronaldo, e ha costruito una squadra che gli dà ragione: difendere, aspettare, colpire in contropiede. Il paese che ha insegnato al mondo a vincere con bellezza prova a vincere trattenendosi.
Jack T. Taylor

C’è una frase che Carlo Ancelotti ha pronunciato con il tono piatto di chi legge il bollettino meteo e che avrebbe dovuto accendere una lite in ogni bar di Rio. Il Brasile, ha detto, non ha più un Pelé né un Ronaldo, nessun genio in panchina capace di risolvere una sfida con un solo tocco d’istinto. Non l’ha detto per ferire. L’ha detto come una consegna. E quella consegna è tutta la storia di questa squadra.

Perché il paese che ha insegnato al resto del mondo a credere che vincere e la bellezza fossero la stessa cosa gli dà ragione in silenzio da un anno. Vinícius Júnior, l’attaccante più pericoloso della sua generazione, descrive ormai il proprio compito con il lessico di chi difende per mestiere: tenere la forma, reggere la linea, aspettare e far male quando l’avversario si sbilancia in avanti. Non è così che il Brasile dovrebbe parlare. È così che questo Brasile ha imparato a farlo.

La rinuncia, e perché potrebbe essere quella giusta

Il tratto che definisce questa squadra non è il genio. È la disponibilità a farne a meno. Ancelotti è il primo allenatore straniero a cui il Brasile abbia affidato la maglia, e l’ingaggio era già una confessione: la vecchia idea, che il talento da solo li avrebbe prima o poi riportati a casa, aveva esaurito la strada dopo due decenni di eliminazioni ai quarti e di lacerazioni dal dischetto.

Ciò che ha dato loro in cambio è una struttura. Una difesa che non si sfalda quando la partita si fa rumorosa, un centrocampo che schermo invece di rischiare, un attacco senza un nove fisso, fatto di giocatori che ruotano e arrivano in ritardo per punire il mezzo secondo dopo l’errore. È inconfondibilmente una squadra di Ancelotti: equilibrata, paziente, allergica al caos. Il talento è ancora dentro l’edificio. Lui ha solo chiuso a chiave la porta e tenuto la chiave.

Niente lo racconta meglio di ciò che è accaduto all’uomo che per un decennio è stato l’idea stessa del Brasile. Neymar è nella lista, richiamato a trentaquattro anni con un ginocchio ricostruito e un corpo che lo ha già tradito più di una volta. Ma Ancelotti ne ha definito il ruolo senza traccia di sentimentalismo: c’è perché può aiutare, un minuto, cinque, novanta o un rigore. Il portatore del jogo bonito ridotto a una risorsa. Non un tradimento: un verdetto.

La convocazione difende lo stesso argomento. Raphinha e Matheus Cunha portano i gol, il giovane Endrick è la scommessa sul futuro, e Vinícius è l’unico autorizzato a rompere la struttura quando il momento arriva davvero. Casemiro e Marquinhos si dividono la fascia e reggono la colonna. Gli esclusi dicono più dei convocati: Richarlison, Gabriel Jesus, Savinho, João Pedro e Thiago Silva hanno visto uscire la lista senza di loro. Ancelotti non ha scelto i ventisei brasiliani più dotati, ma i ventisei che entrano nell’idea.

Il sorteggio lascia respirare l’esperimento. Il Brasile debutta nel girone C contro il Marocco nel New Jersey, poi affronta Haiti a Filadelfia e chiude contro la Scozia a Miami. Solo il Marocco — la squadra che ha eliminato Spagna e Portogallo verso le semifinali dell’ultimo Mondiale — sembra un vero test per capire se la nuova prudenza regge contro un avversario che si rifiuta di aprirsi. Il girone è da vincere; il torneo è un’altra cosa, così come il peso di un’attesa che ormai tocca i ventiquattro anni dall’ultimo titolo.

Ed ecco ciò che la struttura non può risolvere. Prima o poi questo Brasile incontrerà una serata da dentro o fuori, equilibrata, brutta, con i minuti che finiscono, una di quelle in cui il piano ha fatto il suo dovere senza produrre nulla. L’istinto che ha costruito l’anima calcistica del paese griderà loro di rompere la forma, di tentare il passaggio impossibile, di essere il Brasile. Ancelotti ha passato un anno a insegnare loro a non ascoltare quella voce. La sua scommessa, la più audace di un tecnico brasiliano da una generazione, è che la squadra che porterà loro la sesta stella sarà quella più disposta a smettere di essere se stessa. Stiamo per scoprire se una nazione si possa allenare a rinunciare alla propria natura, o se la natura, all’ottantanovesimo minuto, abbia sempre l’ultima parola.

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