Calcio

Questo Mondiale non lo vince chi incanta, ma chi regge fino in fondo

Jack T. Taylor

Conviene immaginare il corpo alla fine. Un terzino che ha giocato sei partite in meno di quattro settimane, volato da una città sul livello del mare a un’altra a più di duemila metri, dormito in quattro alberghi, e che ora deve lanciarsi sulla fascia al settantottesimo minuto di un quarto di finale, con l’aria che pesa sul petto come una mano. È quel giocatore, non quello dell’assist da replay, a decidere il torneo.

La prima edizione divisa fra tre Paesi è anche la più ampia e la più dura mai allestita: quarantotto nazionali, dodici gironi, un intero continente di trasferte compresso in una sola estate. Caldo a sud, altitudine al centro, umidità sulle coste. La squadra che alzerà la coppa non sarà quella che gioca il calcio più bello per novanta minuti. Sarà quella le cui gambe e la cui testa reggono quando le gambe cedono. Il talento ti porta ai quarti. Il carattere ti ci fa passare.

Leggiamo allora le pretendenti con l’unica domanda che sopravvive a luglio: quando diventa brutta, lunga e calda, chi regge?

Spagna: il possesso per respirare

I campioni d’Europa hanno costruito qualcosa di più raro del talento: un modo di risparmiare energie senza restituire mai il pallone. La squadra di Luis de la Fuente non fa girare la palla per stupire, ma per riposare in piedi e costringere l’avversario a correre dove correre uccide. Al centro c’è Lamine Yamal, ancora un ragazzo e già il giocatore più lucido di quasi ogni campo. Il dubbio non è tecnico: è se questo gruppo abbia mai dovuto soffrire davvero.

Argentina: una volontà che non si piega

La detentrice arriva con ciò che non si allena: la memoria di averlo già fatto. Lionel Scaloni ha tenuto l’ossatura della squadra arrivata in fondo l’ultima volta, e con essa lo stesso rifiuto di perdere una partita che ha deciso di non perdere. Nessuna nazionale difende questo titolo da più di sessant’anni. L’Argentina lo guarda meno come storia e più come una sfida. Se vince, vincerà come sempre: tardi, in tensione, sostenuta da una volontà collettiva che decide che il risultato non si tratta.

Francia: la macchina che vince senza piacere

Didier Deschamps non chiede che la sua squadra sia ammirata. Chiede che avanzi. La Francia ha più forza offensiva grezza di chiunque, costruita attorno a Kylian Mbappé, ma l’arma vera è il rifiuto del ct di entrare in un duello ad armi pari. Si abbassa, assorbe e riparte con una velocità che trasforma un errore in gol. Non è bello. È arrivato alle ultime due finali. L’efficienza fredda viaggia bene con il caldo.

Brasile: la disciplina, finalmente imposta

Per la prima volta il Brasile ha affidato la nazionale a uno straniero, e non a uno prudente. Carlo Ancelotti arriva con una specialità poco appariscente: far giocare gli uni per gli altri gli spogliatoi più dotati e più ingovernabili del mondo. Al Brasile non è mancato il talento nei due decenni senza titolo; gli è mancata la spina dorsale. L’esperimento è se la calma di un italiano possa imporsi a una cultura che si fida più dell’estro che della struttura.

Inghilterra: la scommessa fredda sulla funzione

Thomas Tuchel ha preso la decisione più dura fra tutti questi allenatori. Ha lasciato a casa alcuni dei nomi più brillanti del suo Paese e ha scelto un gruppo pensato per svolgere una funzione attorno a Harry Kane, non per riempire un manifesto. Si legge come un uomo convinto che i decenni di fallimenti inglesi siano stati un problema di funzionamento, non di talento, e che preferisce essere difficile da battere piuttosto che facile da amare. L’Inghilterra ha già scelto il pragmatismo. Tuchel scommette la reputazione che stavolta paghi.

L’argomento

Se serve un argomento e non una certezza, pende verso la Spagna: non perché sia la più entusiasmante, ma perché la squadra che non restituisce mai il pallone è quella che corre meno in uno scenario pensato per spaccare i polmoni. Il controllo è la forma più sottovalutata di resistenza.

Ma se si chiede quale nazionale nessuno vuole pescare, la risposta onesta è la detentrice. La Spagna è forse fatta per sopravvivere al torneo. L’Argentina è fatta per sopravvivere al momento. La resistenza ti porta in finale. L’ultima notte, davanti al pubblico più numeroso che questo sport abbia mai radunato, decide chi si rifiuta di perdere. Non è una cosa che si misura. È una cosa che si scopre.

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