Televisione

X-Men ’97 torna su Disney+ con la stagione 2: gli eroi dispersi nel tempo

Liv Altman

X-Men ’97 è tornato, e per farlo ha fatto a pezzi la propria squadra. Il revival di Marvel Animation della saga dei mutanti approda su Disney+ con una seconda stagione che allunga un percorso iniziato come omaggio nostalgico e finito per diventare uno dei prodotti televisivi più apprezzati dello studio.

La premessa è una rottura netta con il conforto rassicurante del cartone animato di ritorno. Sull’onda della catastrofe che ha chiuso la prima stagione, gli X-Men vengono sbalzati fuori dalla propria epoca e dispersi nel tempo — dall’antico Egitto a un futuro lontano e desolato — mentre l’antico mutante Apocalisse si muove contro un mondo già sotto shock. Riunirsi, e farlo tutti insieme, è il motore narrativo della stagione: un rilancio che trasforma una serie costruita sulla memoria degli anni Novanta in una storia di eroi recisi dall’era stessa che li definisce.

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Questa premessa si regge sul credito accumulato dal finale della prima stagione. X-Men ’97 era arrivato come continuazione diretta di X-Men: The Animated Series, il cartone che tra il 1992 e il 1997 aveva plasmato l’immaginario di un’intera generazione, e si era chiuso con un epilogo abbastanza cupo da far sentire l’attesa del seguito come una vera incertezza, non come una formalità. La seconda stagione risponde a quell’attesa spingendo il gruppo ancora più lontano prima di ricompattarlo.

La prima stagione si era conclusa nella rovina. L’assalto di Bastion al mondo dei mutanti aveva fatto a pezzi la squadra, lasciando superstiti come Jubilee — doppiata da Holly Chou — tra i pochi eroi ancora in piedi: un debito emotivo che i nuovi episodi aprono riconoscendo apertamente. Anziché cancellare quel danno, la stagione ne disperde le conseguenze su epoche diverse, costringendo i personaggi a guadagnarsi la riunione nel corso di secoli, non di episodi.

Dietro la macchina da presa, la stagione è arrivata dopo un cambio al vertice diventato di dominio pubblico. Il revival era stato sviluppato da Beau DeMayo, congedato da Marvel pochi giorni prima del debutto della prima stagione; DeMayo conserva il credito di produttore esecutivo, ma Matthew Chauncey — già sceneggiatore di Marvel’s What If…? — ha preso le redini come head writer. Jake Castorena torna come supervising director, e, in un dettaglio su cui lo studio ha puntato per garantire continuità, Eric Lewald, Julia Lewald e Larry Houston — gli showrunner dell’animazione originale degli anni Novanta — figurano tra i produttori esecutivi.

Il cast vocale mantiene intatto il filo più prezioso: i doppiatori storici. Cal Dodd torna nei panni di Wolverine, con Alison Sealy-Smith come Tempesta, Lenore Zann come Rogue e George Buza come Bestia — tutti a riprendere ruoli che avevano già interpretato negli anni Novanta. Li affiancano Ray Chase nei panni di Ciclope, Jennifer Hale come Jean Grey, J.P. Karliak come Morph e Matthew Waterson come Magneto, mentre Ross Marquand dà voce sia al Professor X sia, in questa stagione, ad Apocalisse. La continuità delle voci è uno degli elementi centrali del successo del revival: sono le stesse interpretazioni con cui i fan sono cresciuti, calate adesso in una storia più pesante da reggere.

Frammentare la linea temporale offre al team dell’animazione una tela molto più vasta di quella che consente un’unica decade. L’antico Egitto, gli anni Novanta riconoscibili dell’originale e un futuro cupo e distante hanno ciascuno la propria palette e il proprio linguaggio visivo: un’animazione supereroistica serializzata che un tempo scommetteva su un solo look nostalgico può ora cambiare registro da episodio a episodio. La scommessa è che la varietà arricchisca la storia invece di diluire lo stile della prima stagione.

Vale la pena ricordare fin dove si era spinta quella prima stagione. Quello che avrebbe potuto essere un placido reunion-show aveva invece consegnato una svolta a metà percorso — la distruzione della nazione mutante di Genosha — che era rimasta tra le sequenze più discusse dell’animazione supereroistica recente, portando alla serie recensioni entusiastiche e un pubblico ben oltre chi ricordava il cartone originale. Il revival era diventato un titolo portante nello slate animato di Marvel, non una parentesi nostalgica.

Il lancio è costruito per alimentare quella conversazione. Disney+ apre con tre episodi e poi passa a una cadenza settimanale, per un totale di nove puntate che si chiuderanno a metà agosto, il giorno 12. Il rilascio scaglionato è una scommessa precisa: un arco frammentato e saltabeccante tra epoche diverse premia la speculazione settimana per settimana — esattamente quella che la prima stagione aveva generato su larga scala.

Per Disney+, la tempistica è significativa. La produzione live-action di Marvel ha raccolto risposte più divise di recente, e X-Men ’97 è diventato silenziosamente uno degli asset più solidi del brand — una serie che soddisfa fan di lunga data e nuovi spettatori senza chiedere a nessuno dei due di fare i compiti su una dozzina di altri titoli. Una seconda stagione convincente rafforza l’argomento che il comparto animato dello studio sia oggi dove vive parte della sua narrativa più sicura di sé.

Ciò che la stagione insegue in ultima analisi è la stessa cosa che aveva trovato la prima: la sensazione che questi personaggi contino ancora, che una squadra nata per proteggere un mondo che la teme possa portare su di sé un peso autentico. Disperdere gli X-Men nel tempo è un modo rischioso di cominciare — sottrae al pubblico proprio l’ensemble per cui ha acceso il televisore — ma è anche una dichiarazione di fiducia: la scommessa che la serie abbia guadagnato il diritto di fare a pezzi i propri eroi prima di rimetterli insieme.

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