Calcio

Gli Stati Uniti battono l’Australia senza Pulisic e passano, ma la soluzione di Pochettino ha mostrato quanto ancora dipendano dal creatore

Sei punti, porta inviolata, ottavi assicurati: Pochettino ha risolto l'assenza di Pulisic schierando due punte. Ma la vittoria è arrivata dal territorio e dagli errori australiani, non da un modo studiato per aprire un blocco chiuso. È l'esame che una favorita deve ancora superare.
Kenji Nakamura

Togli Christian Pulisic da una squadra costruita attorno a lui e scopri quale struttura la regge davvero. Gli Stati Uniti hanno perso il loro giocatore più influente per un problema al polpaccio e hanno comunque controllato l’Australia dal primo minuto, tenuto il pallone per quasi due terzi della gara e raggiunto gli ottavi di finale senza subire reti. Sul tabellone sembra una favorita che conferma il proprio rango. Guarda come sono nati i due gol e si apre una domanda più interessante: cosa fa questa squadra quando il controllo deve diventare un gol?

La formazione diceva già dove fosse la testa di Mauricio Pochettino. Senza Pulisic, non ha provato a sostituire un creatore con un creatore. Ha aggiunto una seconda punta. Ricardo Pepi è partito accanto a Folarin Balogun e gli Stati Uniti sono andati a prendere l’Australia altissimi, due attaccanti alla guida di un pressing che non ha lasciato ai Socceroos alcuna uscita pulita dalla propria metà campo. Era un allenatore che barattava l’invenzione con la pressione. Se non puoi scassinare la serratura, spingi la porta finché qualcosa cede.

Per lunghi tratti ha funzionato esattamente come progettato. L’Australia è una squadra ordinata e limitata, venuta a difendere la propria area e a ripartire nello spazio che un avversario sbilanciato lascia alle spalle. Pochettino ha rifiutato di concedere quello spazio. Tyler Adams si è piazzato davanti alla difesa a quattro e ha spazzato via i pochi palloni che filtravano; Weston McKennie e Malik Tillman sono saliti per sostenere le due punte invece di costruire lentamente da dietro. Gli Stati Uniti hanno rinchiuso l’Australia, recuperato alto e trasformato la sfida in un assedio. Il sessantatré per cento di possesso non è un caso contro una squadra felice di lasciartelo. Era il piano, e il piano ha tenuto.

Ora guarda i gol. Il primo è arrivato entro il primo quarto d’ora ed è nato dalla pressione, non da uno schema di passaggi. Balogun ha allargato il gioco a sinistra e ha messo un cross basso nell’area piccola; Cameron Burgess, allungandosi per anticiparlo prima che arrivasse Pepi, lo ha spinto nella propria porta. Il secondo, poco prima dell’intervallo, è stato una deviazione: Sergiño Dest ha calciato dal limite, il pallone ha carambolato su una gamba australiana e Alex Freeman ha letto per primo la nuova traiettoria per concludere. Due gol, entrambi frutto degli Stati Uniti che hanno costretto l’Australia a rintanarsi nella propria area aspettando l’errore, e nessuno dei due una giocata che gli americani potessero disegnare alla lavagna e ripetere a comando.

È la distinzione che conta, e non è una lamentela. Forzare gli errori è un’abilità; una squadra che pressa bene e crossa con intenzione si guadagna le deviazioni e gli autogol che ottiene, e gli Stati Uniti se li sono guadagnati. Ma c’è differenza tra una squadra che soffoca l’avversario finché l’avversario non si spezza e una squadra che sa, davanti a un blocco basso, esattamente come segnerà. La prima è un metodo per battere chi viene a difendersi e finisce per cedere. La seconda è ciò che separa una vera candidata da una padrona di casa solida. Sulla base di questa partita, Pochettino ha costruito la prima e cerca ancora la seconda.

Il motivo è l’uomo che non era in campo. Pulisic è la risposta degli Stati Uniti a una difesa schierata bassa: il giocatore che riceve tra le linee, fissa un difensore e deforma la linea arretrata attaccandola palla al piede. Toglilo e la squadra non smette di funzionare; smette di avere una soluzione studiata per il problema preciso che a una favorita si chiede di risolvere di continuo in un torneo, cioè scardinare avversari che non vogliono uscire. Il pressing a due punte è una buona reazione a quell’assenza. È anche una reazione che dipende dalla compiacenza dell’avversario. L’Australia è stata compiacente. Una squadra che pressa a sua volta, o che tiene il pallone con un po’ di convinzione, non regalerebbe agli Stati Uniti il territorio che ha reso possibile questa prestazione, e allora la domanda su chi apre il blocco basso ritorna, e ha sempre avuto una sola buona risposta.

Nulla di tutto questo va scambiato per una brutta serata. C’è stata sostanza vera oltre il modo in cui sono arrivati i gol. La porta inviolata è stata la cosa più incoraggiante: Adams davanti alla difesa, Chris Richards e il capitano Tim Ream dietro di lui, Antonee Robinson e Freeman a stringere dentro; gli Stati Uniti non hanno concesso quasi nulla in transizione, che è esattamente dove questa squadra è stata storicamente punita. Balogun ha guidato la linea con quel tipo di corse che fanno funzionare un pressing anche quando non gli restituiscono il pallone che chiede. Pepi ha giustificato la scelta occupando i difensori e dando al blocco alto un secondo punto di riferimento. È stata una vittoria controllata, matura, professionale, e dopo la serata inaugurale da quattro gol contro il Paraguay ha portato gli Stati Uniti agli ottavi con una giornata d’anticipo. Sei punti e una differenza reti di più cinque sono il lavoro di una squadra seria.

Ma «seria» e «favorita» non sono la stessa parola, e un Mondiale in casa è proprio il luogo in cui il divario tra le due viene allo scoperto. Gli ottavi non manderanno l’Australia. Manderanno una squadra che tiene il pallone, o una che difende bassa e sfida gli Stati Uniti a trovare la via senza appoggiarsi a un errore. Pochettino ha ora il problema migliore da risolvere — è qualificato, può far rifiatare le gambe, può attendere il polpaccio di Pulisic — ma il compito tattico è inequivocabile. Il pressing e la seconda punta gli hanno dato il territorio; il territorio gli ha dato due regali; i regali gli hanno dato la partita. Metti quella sequenza contro un avversario migliore e l’anello debole salta agli occhi. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un modo per trasformare il controllo in gol che non richieda all’altra squadra di commettere il primo errore.

C’è tempo, e c’è una strada di ritorno alla versione più semplice di questa squadra. Se il polpaccio di Pulisic si sistema, la seconda punta può cedere il posto, il creatore torna tra le linee e la domanda si risolve come ha sempre fatto. È il verdetto sommesso di una serata per il resto comoda: gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter dominare una partita di torneo senza il loro giocatore migliore e, negli stessi novanta minuti, hanno dimostrato quanto la parte difficile dell’essere favorita passi ancora da lui. Sono qualificati. Se siano candidati è un esame diverso, e l’Australia non sarebbe mai stata quella a sottoporglielo.

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