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The Exorcism: un esperimento horror audace ma imperfetto

Martin Cid
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Quando, sul set di The Exorcism, Anthony Miller, il personaggio di Russell Crowe, sbatte la testa contro un tavolo, si capisce subito che ci aspetta qualcosa di inquietante. Il thriller horror di Joshua John Miller non si limita ad affacciarsi sul territorio del terrore psicologico: ci si tuffa a capofitto, facendo della discesa nella follia dell’attore tormentato il motore tanto della narrazione quanto dei temi del film. È un tentativo audace di reinventare l’horror soprannaturale attraverso il filtro del trauma personale, ma, come accade a molti progetti ambiziosi, inciampa sotto il peso delle proprie aspirazioni.

Miller, che dirige il film del 2024 a partire da una sceneggiatura scritta insieme a M.A. Fortin, costruisce una storia in cui il confine tra malattia mentale e possessione demoniaca si fa sfumato. Anthony Miller (Crowe), attore avanti con gli anni e segnato da una storia di dipendenze e abusi sessuali, viene scritturato per un film horror che ricorda The Exorcist. Con l’inizio delle riprese, il suo comportamento diventa sempre più imprevedibile: si taglia, cammina nel sonno e sul set agisce come se fosse posseduto. La figlia Lee (Ryan Simpkins), da cui è ormai distante, assiste impotente, senza sapere se il padre sia ricaduto nelle vecchie dipendenze o se ci sia qualcosa di ben più sinistro. La domanda al centro del film — Anthony è malato di mente o è davvero perseguitato da una presenza? — alimenta la tensione, anche se non sempre con efficacia.

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Crowe, noto per i suoi ruoli trasformisti, si cala completamente nei panni di Anthony Miller. La sua interpretazione esplora una mascolinità che si sgretola, oscillando tra vulnerabilità e irrequietezza. Nei momenti più quieti — quando confessa a Lee i traumi del passato o, nel finale, si inginocchia in un confessionale — Crowe restituisce ad Anthony un’umanità cruda, rendendo avvincente il suo percorso. A tratti, però, la prova scivola nel melodramma: soprattutto nelle scene di possessione sul set, dove contorsioni e urla risultano più caricaturali che agghiaccianti.

Nei panni di Lee, Simpkins fa da contrappunto alla tensione di Crowe e riporta la storia a terra. Il suo personaggio è l’ancora emotiva del film, e l’attrice affronta con sensibilità il groviglio di dolore, paura e preoccupazione filiale. Il rapporto tra padre e figlia è il cuore di The Exorcism: è nei loro momenti insieme che il film trova le sue scene più autentiche. Chlöe Bailey, nel ruolo di Blake Holloway — popolare attrice televisiva che interpreta una ragazza posseduta nel film di Anthony — aggiunge un elemento di interesse, ma il suo arco narrativo è meno sviluppato rispetto al rapporto tra Crowe e Simpkins.

La regia di Miller colpisce per la sua forza visiva, soprattutto in sequenze come la morte di Joe, trafitto da schegge di vetro, o nelle riprese sul set, con una fotografia inquietante e distorta. Le immagini originali del film puntano a dare forma a un nuovo tipo di horror, mescolando dramma psicologico e terrore soprannaturale. A metà, però, il ritmo perde slancio: il racconto si appesantisce tra dialoghi espositivi sui traumi passati di Anthony e scene ripetitive in cui lo vediamo precipitare sempre più sul set.

La sceneggiatura fatica a trovare un equilibrio tra i suoi temi affrontati a tinte forti — dipendenza, abusi sessuali, dolore — e gli elementi soprannaturali, sacrificando spesso la suspense in favore del melodramma. Il climax, una concitata scena di esorcismo in cui Lee brucia Miller con un crocifisso, è visivamente coinvolgente, ma perde forza a causa di svolte narrative prevedibili e di una conclusione che risolve fin troppo ordinatamente il percorso di redenzione di Anthony.

The Exorcism è un tentativo apprezzabile di reinventare il genere horror, ma inciampa nella realizzazione. I suoi punti di forza sono le interpretazioni e la creatività visiva; le ambizioni narrative, tuttavia, superano la capacità del film di offrire un’esperienza coesa e terrificante.

La prova di Crowe è l’elemento più riuscito del film, ma nemmeno il suo talento basta a compensare del tutto le debolezze della sceneggiatura. La sua interpretazione di Anthony Miller è una lezione di recitazione fisica, soprattutto nelle scene in cui contorce il corpo e sbatte la testa contro i tavoli, dando forma tanto alla fisicità quanto al tormento psicologico della possessione. A volte, però, Crowe finisce per mettere in ombra gli altri interpreti, relegandoli a ruoli di supporto in un film che avrebbe dovuto puntare su un cast corale.

Simpkins tiene testa a Crowe con un’interpretazione coinvolgente sul piano emotivo e di grande efficacia visiva. Le scene che condivide con lui costituiscono il nucleo emotivo del film e radicano gli elementi soprannaturali in un rapporto padre-figlia credibile. Il percorso di Lee, però, segue uno sviluppo piuttosto prevedibile: quello, collaudato, della figlia preoccupata che alla fine salva la situazione.

Il ruolo di Blake Holloway affidato a Bailey è intrigante, ma poco sfruttato. Il personaggio fa da contraltare a Lee e rappresenta il mondo scintillante di Hollywood che Anthony e sua figlia si sono lasciati alle spalle. La prova di Bailey, tuttavia, non ha la profondità e le sfumature di quelle di Crowe e Simpkins, e Blake finisce per apparire unidimensionale.

Il cast di supporto — con Sam Worthington nel ruolo di Joe, Adam Goldberg in quello di Peter, Adrian Pasdar nei panni di Tom, David Hyde Pierce in quelli di Father Conor e Tracey Bonner nel ruolo di Regina — offre prove solide, ma viene spesso messo in ombra dall’intensità di Crowe. I loro personaggi svolgono funzioni importanti nella narrazione, ma sono privi della profondità e dello sviluppo necessari a coinvolgere pienamente il pubblico.

La regia di Miller è al tempo stesso il punto di forza maggiore del film e il suo tallone d’Achille. Le soluzioni visive originali e la fotografia d’atmosfera creano un senso di inquietudine che attraversa l’intera storia. Il ritmo, però, è irregolare: il secondo atto si trascina mentre si addentra nei traumi passati di Anthony. Le ripetute scene in cui l’attore perde il controllo sul set cominciano a risultare estenuanti e finiscono per indebolire la tensione che Miller aveva costruito con tanta cura nella prima parte.

Il climax è uno spettacolo visivo, e Miller ricorre a inquadrature e giochi di luce originali per trasmettere caos e disperazione. La conclusione, però, appare affrettata e insoddisfacente, e chiude con troppa facilità il percorso di redenzione di Anthony. La scena finale, in cui si inginocchia in un confessionale e dichiara di aver ritrovato la fede, sembra artificiosa e fuori posto rispetto al resto del film.

The Exorcism è un tentativo ambizioso di reinventare l’horror soprannaturale, ma alla fine non raggiunge i suoi obiettivi elevati. I suoi punti di forza sono le interpretazioni e la creatività visiva, mentre le ambizioni narrative superano la capacità di offrire un’esperienza coesa e terrificante. Crowe e Simpkins si distinguono con prove notevoli, ma il cast di supporto è spesso messo in ombra dalla loro intensità.

La regia di Miller è suggestiva e d’impatto visivo, ma il ritmo è irregolare e la conclusione appare affrettata e insoddisfacente. The Exorcism è un tentativo audace di reinventare il genere horror, ma inciampa nella realizzazione.

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