Cinema

L’esorcista è il capolavoro senza età che ridefinì l’horror e non ha ancora smesso di tormentare

William Friedkin, 1973 — un film che ancora spaventa, ancora provoca e lascia irrisolta la sua domanda sulla fede.
Martha O'Hara
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L’inquadratura fissa sul volto di Regan MacNeil, gli occhi rovesciati all’indietro, la lingua nera che si protende in uno spasmo involontario. È l’immagine che definisce L’esorcista, il film di William Friedkin del 1973, uno di quei rari casi in cui il cinema horror smette di fare paura attraverso lo shock e comincia a farlo attraverso la credenza — la credenza che quello che vediamo possa essere vero. Il soprannaturale non è trattato come spettacolo, ma come intrusione nel reale, e questa scelta di regia porta il film in un territorio che molti suoi imitatori non hanno saputo raggiungere.

Friedkin costruisce l’orrore con metodo, usando il realismo documentaristico per amplificare l’impatto delle sequenze più estreme. La cerimonia dell’esorcismo, con Max von Sydow e Jason Miller che affrontano l’entità demoniaca in una battaglia di volontà, è un momento di tensione sostenuta. Le scelte tecniche — il suono rauco dei respiri, i primi piani sudati degli attori, la fotografia sporca e granulare — trasformano ogni dettaglio in un’arma psicologica. L’orrore non viene dagli effetti visivi in sé, ma dalla convinzione con cui ogni elemento del film si comporta come se ciò che mostra fosse reale.

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Eppure, L’esorcista non si limita a spaventare. È anche una storia di dolore materno, con Ellen Burstyn che offre una performance straordinaria come Chris MacNeil, una madre disperata che si aggrappa alla scienza prima di arrendersi al soprannaturale. Chris non è semplicemente una vittima che reagisce — è una donna che combatte con ogni strumento a disposizione, e la sua progressiva perdita di controllo sulla situazione è il vero motore emotivo del film. La scena in cui corre per le scale del seminterrato, urlando il nome della figlia, è un momento di pura angoscia che non appartiene soltanto al genere horror: appartiene a quella zona del cinema in cui la paura smette di essere spettacolo e diventa qualcosa di più intimo e meno difendibile.

Non tutto funziona perfettamente. La prima parte del film, con il ritrovamento di un talismano a Hatra e i primi segnali di possessione, procede con un ritmo più convenzionale, quasi da thriller tradizionale. Alcune scelte narrative — come l’uso della tavola Ouija come catalizzatore dell’orrore — potrebbero sembrare datate oggi, ma Friedkin le gestisce con una sicurezza che evita il ridicolo.

Il vero problema è la struttura a due storie parallele: quella di Regan e quella del padre Merrin. La seconda, con von Sydow che affronta un antico male in Medio Oriente, aggiunge profondità tematica ma rallenta l’urgenza della trama principale. Alcuni dialoghi tra i preti sembrano più filosofici che drammatici, come se il film si fidasse più delle proprie idee che della sua tensione narrativa. La morte di Merrin è il caso più acuto: il gesto è simbolicamente esatto — il vecchio campione cade proprio nel momento in cui sembrava l’unica certezza nel caos — ma il film non ha investito abbastanza nel suo personaggio perché quella perdita bruci come dovrebbe. Il simbolo funziona; il personaggio, non del tutto.

Linda Blair, come Regan posseduta, è un punto di forza assoluto. La sua performance fisica è estenuante: contorsioni, urla, movimenti meccanici che non lasciano spazio alla vanità. Blair li affronta con una determinazione che ancora oggi impressiona. Jason Miller, nel ruolo del padre Karras, porta una vulnerabilità umana che bilancia l’autorità quasi sacerdotale di von Sydow come Merrin. Von Sydow, con la sua statura e la sua calma, interpreta un uomo che conosce il male da abbastanza tempo da non tremare davanti ad esso — il che, paradossalmente, lo rende ancora più vulnerabile. I due sacerdoti si completano più che contrastarsi: uno porta la fede come conoscenza acquisita nel tempo, l’altro la cerca ancora, vacillando.

L’esorcista è un film che funziona perché prende sul serio ciò che racconta. Friedkin non si concede ironia né distanza — il patto con lo spettatore è totale. Alcune sequenze fanno ancora male da guardare, non perché siano gratuite, ma perché il film ha fatto il lavoro necessario per guadagnarsi il diritto di mostrarle. Quella serietà non è invecchiata.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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