Cinema

Halloween – La notte delle streghe rimane il capolavoro insuperabile da cui discende tutto l’horror moderno

John Carpenter, 1978: terrore architettonico costruito con soli 300.000 dollari e un tema per pianoforte.
Martha O'Hara
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La prima immagine che brucia nella retina dopo Halloween – La notte delle streghe è quella del bambino Michael Myers con gli occhi neri dietro la maschera di Captain Kirk. Un dettaglio apparentemente innocuo, ma che John Carpenter trasforma in un simbolo: l’innocenza svuotata, lo sguardo vuoto della violenza senza motivo. Questo film non è solo il seme del cinema slasher moderno, è una lezione di suspense elementare e terrificante.

La trama è semplice, quasi arcaica: Michael Myers fugge dal manicomio e torna a Haddonfield per uccidere ancora. Il vero colpo di genio sta nella struttura. Carpenter non si affretta a mostrare il volto del killer. Per gran parte del film, lo spettatore vede solo la maschera bianca e gli occhi morti. Questa scelta, insieme alla colonna sonora minimalista ma ipnotica — soprattutto quel tema principale che sembra un battito cardiaco — crea una tensione costante.

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Jamie Lee Curtis è perfetta nel ruolo di Laurie Strode: il suo personaggio incarna l’ansia dell’adolescenza, la paura di essere soli al buio. La scena in cui Michael la segue con la macchina da presa ferma, mentre lei cammina tra le foglie secche del quartiere, è un esempio di regia che usa pochissimo per dire molto. Niente musica, niente tagli rapidi: solo il piano che si distende nel silenzio e il rumore dei passi sul marciapiede.

Anche Donald Pleasence, nei panni del dottor Loomis, offre una performance memorabile. La sua disperazione mentre cerca di avvertire la città è resa con un’intensità quasi profetica: un uomo che conosce il male, lo ha studiato per anni, e sa che nessuno gli crederà abbastanza in fretta.

Dove il film vacilla? Nella scrittura dei personaggi secondari. Lynda e Annie, le amiche di Laurie, esistono solo per morire. Non sono persone, ma pedine. Eppure, anche questo è un tratto distintivo del genere: Carpenter non finge che i suoi personaggi abbiano profondità psicologica. Sono archetipi, e funzionano proprio perché lo spettatore sa esattamente cosa aspettarsi.

La fotografia di Dean Cundey è essenziale. Le ombre lunghe, le luci fioche delle case dei sobborghi americani, tutto contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica. E poi c’è la scena finale: Myers che ritorna dall’abisso dopo essere stato colpito da sei colpi di pistola. Carpenter non spiega mai perché il killer sia indistruttibile. È solo…

Con appena 300.000 dollari di budget, Carpenter e la co-sceneggiatrice Debra Hill hanno costruito un meccanismo preciso, girato in California meridionale ma ambientato nei sobborghi dell’Illinois: vialetti curati, case anonime, strade vuote che sembrano esistere fuori dal tempo e dalla geografia. Il film ha incassato oltre 70 milioni di dollari. Quella sproporzione dice qualcosa di preciso sull’economia dell’horror: il terrore non chiede grandi scenografie, chiede il posto giusto al momento giusto.

L’accoglienza critica fu entusiasta fin dall’inizio. Roger Ebert lo paragonò a Psycho, e il confronto regge: entrambi i film operano sulla minaccia più che sulla violenza esplicita, entrambi usano la messa in scena per instillare paura prima ancora che accada qualcosa. Nel decennio successivo, il cinema horror riprese sistematicamente la formula di Carpenter — il killer mascherato, il suburbia come palcoscenico, la babysitter come figura sacrificale — svuotandola progressivamente di tensione a forza di riciclo.

Questo fa risaltare ancora di più il rigore del film originale. La maschera bianca, il silenzio ossessivo, il male che non si spiega e non si sconfigge del tutto: Halloween – La notte delle streghe non concede nessuna rassicurazione. Il buio che Myers abita alla fine non è risolto, e proprio lì risiede la sua tenuta.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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