Cinema

St. Elmo’s Fire passa dal desiderio alla sceneggiatura: Rob Lowe scommette che un film di formazione possa crescere

La reunion del Brat Pack che tutti volevano è ora un problema di sceneggiatura: come si fa il sequel di un film che parlava soltanto dell'essere giovani?
Martha Lucas

L’economia dei revival di Hollywood di solito gira sulla proprietà intellettuale: un eroe da ri-castare, un mondo in cui rientrare, un logo che vende ancora. St. Elmo’s Fire non offre quasi nulla di tutto ciò. Il film corale di Joel Schumacher del 1985 non aveva né mitologia né un gancio per il sequel, solo un’atmosfera: sette amici che scoprono come il tratto subito dopo l’università sia una sua personale forma di terra selvaggia. È esattamente questo a rendere un seguito, quattro decenni dopo, meno un via libera che un problema di scrittura.

Rob Lowe, che interpretava l’affascinante sassofonista Billy Hicks, ha raccontato al The Kelly Clarkson Show che il sequel a lungo rumoreggiato è finalmente arrivato sulla pagina. «Tutti vogliono farlo», ha detto. «Dobbiamo solo azzeccare la sceneggiatura, ed è a questo che stiamo lavorando». Come ha riportato per primo Deadline, Lowe ha presentato lo stallo come una questione di esecuzione più che di entusiasmo: «Sto cercando di portarlo a termine, ma sono entusiasta».

La voglia non è mai stata l’ostacolo. L’originale riunì il Brat Pack al suo apice commerciale — Lowe, Demi Moore, Emilio Estevez, Andrew McCarthy, Judd Nelson, Ally Sheedy e Mare Winningham — e spinse «Man in Motion» di John Parr al numero uno. Ciò che non ebbe mai fu una trama da estendere; il suo soggetto era una fase della vita, non un filo narrativo che si possa semplicemente riprendere.

È questo il vero compito della sceneggiatura. Un film di formazione deve diventare un film sulla maturità tardiva senza barattare la propria sincerità con il giro d’onore di una reunion, e il genere è disseminato di sequel-eredità che hanno scambiato il ritorno dei volti noti per il ritorno del sentimento. La lettura dello stesso Lowe indica la strada: il film resiste, ha detto, perché è «una splendida istantanea dei tuoi vent’anni». La parte difficile è fotografare le stesse persone a 60.

La spinta non è nuova. Lowe lanciò l’idea pubblicamente già nel 2024, l’anno in cui Demi Moore — a suo dire la sostenitrice più convinta del progetto — contribuì a portarla dalle semplici chiacchiere a una proposta concreta. Non c’è ancora alcuno sceneggiatore, regista o studio coinvolto, e qualsiasi sequel dovrà fare i conti con un’assenza al suo centro: Schumacher, che diede all’originale il suo glamour inquieto, è morto nel 2020. Dopo quarant’anni la domanda si è finalmente ristretta dal se al come, e un film sul non sapere chi diventerai merita un sequel solo se è disposto ad ammettere chi ciascuno è diventato.

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