Cinema

As the Gods Will: Miike trasforma i giochi dell’infanzia in un massacro folle e discontinuo

L'adattamento manga di Takashi Miike (2014) oscilla tra horror, commedia e splatter.
Martha O'Hara
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La testa dell’insegnante esplode e, al posto del sangue, schizzano minuscole sfere rosse. Così Takashi Miike ci scaraventa dentro As the Gods Will, senza preamboli: i giochi mortali partono subito e la prima regola è chiara, chi si muove muore. Shun Takahata è uno studente annoiato, stufo della monotonia della scuola e della vita, e prega che cambi qualcosa. Viene accontentato nel modo peggiore. Lui e i compagni di classe si ritrovano a giocare a giochi da bambini con la morte come posta, davanti a creature che vanno da un daruma parlante a un gatto della fortuna dagli artigli affilati.

Il film è la trasposizione del primo arco del manga di Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura, pubblicato a puntate tra il 2011 e il 2012 e arrivato sullo schermo nel novembre 2014. Miike non si smentisce: energia a getto continuo, nessuna voglia di spiegare. Il paragone più naturale è un incrocio tra Battle Royale e un game show giapponese, e la formula calza. La ferocia del primo si mescola alla luce sguaiata del secondo, e il risultato è un horror che ride di sé mentre uccide.

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L’avvio è un fuoco di fila di informazioni. Si entra nel mezzo del primo gioco senza che nessuno spieghi niente, e le regole si imparano guardando morire gli altri. Per un po’ funziona benissimo. Poi la quantità di regole e di cadaveri comincia a pesare, e lo spettatore non fa in tempo ad affezionarsi a nessuno.

Daruma-san ga koronda, il gioco giapponese che somiglia a «un, due, tre, stella», è la scelta giusta per un film così. Basta una regola sola e una sola infrazione, e il divertimento infantile diventa un patibolo. È il punto in cui l’idea di partenza rende di più: la distanza tra la filastrocca e la strage è tutta nel contrasto, e Miike lo sa sfruttare senza insistere troppo.

C’è poi l’ironia di fondo, che il film non nasconde. Shun chiede qualcosa di eccitante e ottiene giochi letali. Sarebbe stata la base per una riflessione più amara sulla noia e sul desiderio di scossa, ma As the Gods Will preferisce la corsa al ragionamento. Il tema resta sullo sfondo, a fare da pretesto, e ogni volta che sembra sul punto di emergere arriva un’altra prova a spazzarlo via.

Ryunosuke Kamiki interpreta Takeru Amaya, un compagno dai tratti psicopatici a cui gli eventi procurano un piacere evidente. Accanto a Shun, interpretato da Sota Fukushi, forma una coppia di opposti costretta a collaborare. È lo spunto più vivo della storia, perché è l’unico rapporto in cui qualcosa cambia davvero tra un gioco e l’altro. Fukushi regge il ruolo di chi subisce, e proprio per questo resta un po’ schiacciato accanto all’energia di Kamiki. La sua è una recitazione sottotono, adatta a un ragazzo che capisce tardi cosa ha chiesto, ma in un film così rumoroso rischia di passare inosservata.

La classe ha i volti di Hirona Yamazaki (Ichika Akimoto), Mio Yuki (Shouko Takase), Jingi Irie (Eiji Oku), Shota Sometani (Satake), Nao Omori (Takumi) e Nijiro Murakami (Kikkawa Haruhiko). Lily Franky compare nel ruolo di un senzatetto. Con un gioco dopo l’altro che sfoltisce i ragazzi, però, il film non si ferma sui singoli personaggi, e molti restano figure di passaggio, utili al conteggio delle vittime più che alla storia. Peccato, perché è un cast capace di dare di più, e si sente.

Il guaio è il tono. Thriller, horror e commedia nera convivono, ma si pestano i piedi: la risata arriva quando il corpo ancora trema, e a volte il gioco sembra scherzare proprio dove dovrebbe far paura. Quando l’equilibrio regge, il film è irresistibile. Quando si rompe, resta un susseguirsi di prove, ognuna col suo mostro, che si somigliano più di quanto dovrebbero.

È un Miike in vena di festa, più interessato a sorprendere che a convincere. Chi cerca coerenza ne uscirà a mani vuote. Chi sa stare al gioco, tra daruma che parlano e sfere rosse al posto del sangue, troverà un film inventivo e sfrenato, a tratti faticoso, ma di rado noioso.

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