Cinema

Doi Boy: un ritratto crudo della sopravvivenza ai margini della società

Veronica Loop
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Il bagliore al neon di un vicolo di Chiang Mai tremola sul volto di Sorn mentre si sistema il colletto della camicia: la macchina da presa coglie la tensione della sua mascella con la forza di un pugno allo stomaco. Questa inquadratura d’apertura di Doi Boy definisce subito il tono del debutto narrativo di นนทวัฒน์ นำเบญจพล (Nontawat Numbenchapol): uno sguardo crudo e senza filtri sulla vita ai margini, che non distoglie mai gli occhi dal proprio soggetto.

Numbenchapol, documentarista thailandese noto per i suoi lavori sui conflitti di frontiera e sui diritti umani, porta in questo film di finzione la sua consueta autenticità. Il suo passato si avverte in ogni inquadratura: nel modo quasi antropologico con cui riprende l’angusto appartamento di Sorn, come nell’energia caotica delle strade di Chiang Mai. Non è turismo: è antropologia attraverso la lente del cinema.

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Al centro di Doi Boy c’è la potente interpretazione di อวัศ รัตนปิณฑะ (Awat Ratanapintha) nei panni di Sorn, un sex worker di etnia Shan che cerca di costruirsi un futuro in Thailandia, mentre sfugge alle ombre del proprio passato. Ratanapintha restituisce il conflitto interiore di Sorn con notevole delicatezza: lo sguardo oscilla tra vulnerabilità e sfida, il linguaggio del corpo passa dalla stanchezza a un ottimismo guardingo. L’attore è particolarmente convincente nelle scene in cui Sorn interagisce con Ji, interpretato da อารักษ์ อมรศุภศิริ (Arak Amornsupasiri), l’investigatore che indaga su un attivista politico. Il loro rapporto complesso sfuma i confini tra cliente e confidente, predatore e protettore.

Anche il cast di supporto aggiunge spessore alla storia. อารักษ์ อมรศุภศิริ offre un’interpretazione ricca di sfumature nel ruolo di Ji, in bilico tra distacco professionale e curiosità personale. I suoi impercettibili cambiamenti di tono e postura rivelano il conflitto interiore di Ji con la propria moralità e i dilemmi etici sollevati dall’indagine. ภูมิภัทร ถาวรศิริ, nei panni di Wuth, aggiunge un ulteriore livello di complessità, incarnando l’ambiguità morale che permea il mondo di Sorn. Ogni attore contribuisce all’esplorazione di identità e relazioni mutevoli, un tema che Numbenchapol affronta con sensibilità e misura.

Uno dei maggiori punti di forza di Doi Boy è il ritratto diretto della vita dei rifugiati in Thailandia. È il primo lungometraggio narrativo di Numbenchapol, dopo i documentari dedicati a questi temi; il film non romanticizza né spettacolarizza le difficoltà di Sorn, ma le mostra con un realismo spoglio che rende il suo percorso ancora più coinvolgente. Dagli interni claustrofobici del suo appartamento alle strade affollate dove esercita il suo mestiere, ogni luogo è attraversato da una palpabile tensione e da un senso di possibilità.

È particolarmente degno di nota il modo in cui il film affronta la tratta di esseri umani. Doi Boy offre uno scorcio sulle vite di chi rischia maggiormente di finire vittima della tratta, restituendo uno sguardo crudo e senza filtri sulla realtà dei rifugiati in Thailandia. Questa attenzione distingue Doi Boy da altri film che affrontano temi simili, proponendo una prospettiva originale, al tempo stesso istruttiva e capace di toccare sul piano emotivo.

Doi Boy, tuttavia, non è privo di difetti. Il ritmo deliberatamente lento può risultare a tratti fiacco, soprattutto nella parte centrale, quando la narrazione perde leggermente slancio. L’autenticità è apprezzabile, ma alcune scene avrebbero potuto beneficiare di un montaggio più serrato, così da mantenere la tensione che funziona tanto bene all’inizio e nel finale. Anche i temi politici sono un altro ambito in cui il film mostra potenzialità senza svilupparle fino in fondo. Numbenchapol tocca questioni come l’immigrazione irregolare, la prostituzione e i diritti umani, ma questi aspetti finiscono spesso in secondo piano rispetto al percorso personale di Sorn. Un’esplorazione più mirata avrebbe potuto aggiungere un ulteriore livello di profondità alla storia.

I temi politici affrontati in Doi Boy sono un altro ambito in cui il film mostra potenzialità senza svilupparle fino in fondo. Numbenchapol tocca questioni come l’immigrazione irregolare, la prostituzione e i diritti umani, ma questi aspetti finiscono spesso in secondo piano rispetto al percorso personale di Sorn. Un’esplorazione più mirata avrebbe potuto aggiungere un ulteriore livello di profondità alla storia.

Nonostante questi limiti, Doi Boy è un’opera coraggiosa e audace, che porta l’attenzione sulle difficoltà spesso ignorate dei rifugiati e dei sex worker in Thailandia. Non è un film facile da guardare, né vuole esserlo. Ma per chi è disposto a confrontarsi con il suo ritratto senza sconti della vita ai margini, Doi Boy offre un’esperienza cinematografica appagante e capace di far riflettere.

Doi Boy saprà parlare soprattutto a chi apprezza i film che mettono l’autenticità davanti allo spettacolo. Gli appassionati di registi come Sean Baker (Tangerine) o Chloé Zhao (The Rider) troveranno molto da apprezzare nel debutto narrativo di Numbenchapol. Il film potrebbe inoltre interessare il pubblico che vuole esplorare la complessità della vita dei rifugiati e il costo umano dei conflitti politici.

In definitiva, Doi Boy è un film che chiede attenzione. Non è una visione rassicurante, ma è importante. Pur senza raggiungere forse le vette del lavoro documentaristico di Numbenchapol, rappresenta un passo significativo verso il cinema narrativo.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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