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Once Upon a Star: il viaggio appassionato di artisti che sopravvivono grazie al cinema

Veronica Loop
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La scena d’apertura di Once Upon a Star è un quadro vivido: un furgone malconcio che tossisce prima di avviarsi, stipato di una compagnia sgangherata di artisti, tra risate e battibecchi che rimbalzano nell’abitacolo come scintille. È un dramma di Nonzee Nimibutr (นนทรีย์ นิมิบุตร) che mette il cuore in primo piano e segue una troupe itinerante di cinema farmaceutico, impegnata a portare film doppiati dal vivo negli angoli più remoti della Thailandia.

La premessa del film è semplice ma suggestiva: un gruppo di artisti diventati intraprendenti arrangiatori, che usa il cinema sia come mezzo d’espressione sia come strumento per sopravvivere. La troupe, guidata dal carismatico มานิต, Manit (Sukollawat Kanarot), si sposta da una cittadina all’altra, allestendo sale improvvisate e doppiando dal vivo, sul palco, film stranieri. È un’idea che richiama subito alla mente altri film dedicati agli artisti itineranti, come The Blues Brothers o Little Miss Sunshine; eppure Once Upon a Star trova una sua identità grazie al particolare contesto culturale e alle sfide specifiche affrontate dai suoi personaggi.

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È qui che il film del 2023 dà il meglio di sé: nel restituire l’energia caotica e vitale della vita on the road. Il cast corale porta sullo schermo un senso palpabile di complicità, ma anche di tensione. Il มานิต di ศุกลวัฒน์ คณารศ, Sukollawat Kanarot, è un leader nato: il suo carisma e la sua determinazione tengono unito il gruppo, anche mentre si confronta con le proprie ambizioni. เรืองแข, interpretata da หนึ่งธิดา โสภณ, Nuengthida Sophon, è un contrappunto impetuoso: la sua passione per il cinema si scontra spesso con le esigenze pratiche dell’impresa. เก้า, interpretato da จิรายุ ละอองมณี, Jirayu La-ongmanee, ha invece una presenza quieta e introspettiva e fa da bussola morale alla troupe.

Il punto di forza del film è l’equilibrio tra commedia e dramma. Le scene di doppiaggio dal vivo funzionano particolarmente bene e mettono in mostra la capacità d’improvvisazione della troupe e il legame speciale che unisce i suoi membri. Spicca il momento in cui si cimentano con una commedia romantica, inventando battute e reazioni sul momento. È una lezione di tempi comici: ciascun attore raccoglie l’energia degli altri e contribuisce a una sequenza davvero esilarante e al tempo stesso tenera.

Once Upon a Star inciampa, però, nel ritmo e in alcune scelte strutturali. Il racconto procede per episodi: a ogni tappa del viaggio della troupe compaiono nuovi personaggi e conflitti, spesso slegati dalla vicenda principale. Questa impostazione consente di alternare situazioni diverse, ma rende anche difficile appassionarsi davvero a una singola linea narrativa. La sottotrama che coinvolge มาน, interpretato da สามารถ พยัคฆ์อรุณ (Samart Payakaroon), e ศักดิ์, interpretato da ณัฐ ศักดาทร (Nat Sakdatorn), per esempio, non è sviluppata a sufficienza: i due finiscono per sembrare più ostacoli che individui a tutto tondo.

Inoltre, alcune interpretazioni faticano a reggere il peso di dialoghi melodrammatici. เพ็ญนี ศศิธนโสภณ (Phennee Sasithanasophon), nel ruolo della sorella maggiore di ศักดิ์, pronuncia diverse battute con eccessiva enfasi, allontanando lo spettatore dai momenti più carichi di emozione. Anche วิเชียร, interpretato da ศรชัย ฉัตรวิริยะชัย (Sornchai Chatwiriyachai), e คำจร, interpretato da ปัทมมนตรี ศิริเวช (Pattamamontri Siriwet), a tratti sembrano caricature più che personaggi sfaccettati.

La regia di นนทรีย์ นิมิบุตร è nel complesso sicura, soprattutto nei passaggi più raccolti. Spicca la scena in cui เก้า, interpretato da จิรายุ ละอองมณี, siede da solo sotto le stelle e si interroga sulle proprie scelte. Merita un plauso anche la fotografia: le ampie inquadrature della campagna thailandese contrastano nettamente con gli spazi angusti del furgone della troupe e con quelli, altrettanto improvvisati, in cui si esibisce. Il contrasto visivo mette in risalto il tema centrale del film: la tensione tra la libertà della strada aperta e i vincoli di una vita itinerante.

L’originalità del film è insieme il suo maggior pregio e il suo limite. La scelta di Nimibutr di concentrarsi su una troupe itinerante di cinema farmaceutico è intrigante e offre una prospettiva insolita per esplorare temi come l’arte, il commercio e il senso di comunità. La resa, tuttavia, è a tratti discontinua, e le incursioni tra generi diversi producono talvolta bruschi sbalzi di tono. Il passaggio improvviso da una scena comica di doppiaggio a uno scontro drammatico, per esempio, può risultare spiazzante e spezzare il filo del racconto.

Once Upon a Star ambisce alla grandezza, ma alla fine non riesce a raggiungerla. È un film che parlerà soprattutto a chi apprezza i drammi corali ed è disposto a passar sopra ai suoi difetti strutturali. Le interpretazioni sono in genere solide, in particolare quelle degli attori protagonisti, e l’ambientazione insolita offre numerosi spunti visivi e tematici. Chi cerca una trama compatta o un tono equilibrato dall’inizio alla fine, però, potrebbe restare deluso da Once Upon a Star.

In definitiva, Once Upon a Star coglie lo spirito degli artisti in viaggio, ma fatica a trovare una direzione propria. Il film lascia nello spettatore il ricordo del percorso della troupe, senza però essere una storia destinata a restare impressa a lungo dopo i titoli di coda.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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