Cinema

Andrew Garfield guida la rivolta di fango e lana di Greengrass in The Uprising

Jun Satō

Un regno svuotato dalla guerra e dalla peste. Un’imposta che i poveri non possono pagare. Un contadino che decide che quel patto è finito. «The Uprising» costruisce la sua storia dal basso, nel fango del campo più che nella pietra del trono, e segue un lavoratore mentre diventa il perno di una rivolta contro la corona d’Inghilterra.

Paul Greengrass torna al registro che ha reso proprio: la camera a mano che tratta la storia come fosse tempo atmosferico, vicina e instabile, sempre dentro la folla anziché sopra di essa. Qui rivolge quel metodo al mondo medievale. Le prime immagini scambiano l’acciaio brunito del film in costume con lana bagnata, fumo di legna e la geometria lacera di un esercito di contadini radunato all’aperto. Nulla brilla. L’inquadratura resta bassa, all’altezza degli occhi, dove si combatte.

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Andrew Garfield tiene il film come il contadino, non un re e non un generale ma un uomo della terra. Si legge come una scelta di casting deliberata. Il dono di Garfield è la trasparenza, un volto che registra il pensiero prima della parola, e Greengrass lo punta verso il basso, sulla fatica e sul dolore più che sull’eroismo. La rivolta si raccoglie attorno a lui. Il film si chiede se un uomo comune possa reggere il centro di una tempesta storica senza indurirsi in monumento, e se un volto così noto possa sparire abbastanza dentro un campo del Trecento da far arrivare la domanda.

Greengrass ha trascorso il suo ciclo procedurale trasformando eventi reali in sistemi di pressione: un dirottamento, una crisi di ostaggi, un massacro e la sua lunga scia. Lavora al tempo presente anche quando la materia è passato, rifiutando la comoda saggezza del dramma in costume. «The Uprising» estende quell’istinto indietro di secoli, applicando il vocabolario del thriller moderno alla prima grande ribellione inglese, e scommettendo che la distanza nel tempo non cambia nulla di come la paura e la fame attraversano una folla.

La ribellione che mette in scena è documentata. Nell’estate seguita ad anni di peste, una tassa capitaria spinse le classi popolari d’Inghilterra oltre la resistenza, e un esercito di lavoratori marciò su Londra. Jamie Bell interpreta John Ball, il prete di campagna i cui sermoni diedero linguaggio alla sollevazione. Cosmo Jarvis è Wat Tyler, il capo che affrontò il giovane re faccia a faccia e non sopravvisse all’incontro. Intorno a loro Greengrass dispone la macchina del potere: Woody Norman come il Riccardo II adolescente, Tom Hollander come il tesoriere che la folla imparò a odiare, Katherine Waterston come Giovanna di Kent dentro una corte che guarda le strade riempirsi di poveri.

Quello che il film non ha ancora mostrato è come concilia il suo centro inventato con il documento. Il protagonista è un personaggio composito, un contadino senza nome nelle cronache, collocato davanti a Ball e Tyler, gli uomini che la storia ricorda davvero. È una scelta che comporta un rischio. La rivolta finì nel tradimento e nel massacro, le sue promesse revocate a giorni dall’essere fatte. Un dramma costruito su un solo eroe può appiattire una vicenda il cui vero soggetto è quanto in fretta il potere si riprenda ciò che concede. Se Greengrass lascia stare quella sconfitta, o la arrotonda in slancio consolatorio, è la domanda che il trailer lascia aperta.

La superficie svolge un lavoro attento. Girato tra l’Alta Baviera e la Franconia, a Norimberga, alla fortezza di Lichtenau e al museo all’aperto di Bad Windsheim, la produzione si è insediata dentro una pietra più antica della storia che racconta e l’ha riempita di migliaia di comparse anziché di folle digitali. Il costume si legge come classe prima che come personaggio: lana grezza e cuoio screpolato per il campo, stoffa pesante e metallo freddo per la corte. La tavolozza è fango, cenere e ferro, il colore prosciugato dal mondo dalla durezza. Persino la luce sembra razionata.

Il suono è l’altro argomento. Greengrass costruisce la tensione attraverso il ritmo: lo stridere di attrezzi che diventano armi, il basso rimescolarsi di una folla prima che si volti, i silenzi improvvisi che seguono la violenza. Un film sui senza voce tende a vivere o morire su ciò che fa con il rumore, e i primi materiali suggeriscono una colonna sonora di fatica e respiro più che di archi gonfi. La superficie, qui, non è decorazione. È la tesi.

Andrew Garfield in the Paul Greengrass film The Uprising 2026
Andrew Garfield in The Uprising (2026)

Accanto a Garfield, Bell, Jarvis, Norman e Hollander, il cast comprende Waterston, con Stephen Dillane, Thomasin McKenzie e Jonny Lee Miller nei ruoli di contorno. Greengrass dirige da una sceneggiatura propria e produce con Jason Blum. «The Uprising» è una produzione Blumhouse e Atomic Monster con FilmNation Entertainment.

Il film arriva nelle sale italiane dal 5 novembre 2026 (negli Stati Uniti dal 10 settembre, distribuito da Focus Features). Durata 128 minuti.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

  • Woody Norman — Richard II of England

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