Documentari

Turning Point: generazione 11 settembre su Netflix guarda ai figli che hanno ereditato gli attentati

Camille Lefèvre
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Certi eventi finiscono quando il fumo si dirada. Altri lasciano un conto intestato a chi era troppo giovane per averlo firmato. Un quarto di secolo dopo che due aerei hanno riscritto il secolo americano, un documentario si interessa meno alla mattina degli attentati che a tutti coloro che hanno dovuto vivere dentro i decenni successivi: i figli cresciuti con una sedia vuota, gli afghani diventati adulti sotto una guerra arrivata da altrove, i marine arruolati in un conflitto più vecchio della loro stessa vita adulta.

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È il quarto film della serie Turning Point di Brian Knappenberger, e stavolta il titolo è tutto l’argomento. I tre documentari precedenti erano costruiti dall’alto verso il basso: i fallimenti dell’intelligence, le invasioni, le decisioni, gli uomini nella stanza. Il marchio è nato sulla meccanica del potere. Questo film ribalta lo sguardo: la domanda non è più come sia accaduto l’evento, ma che cosa abbia fatto alle persone che non ha mai interpellato.

Una generazione non è una politica. Non la si riassume in una nota né la si declassifica più tardi. I ragazzi al centro di questo documentario non hanno visto l’11 settembre come una notizia: li ha cresciuti la sua assenza, quella di un genitore uscito per andare al lavoro e diventato un nome letto ad alta voce una volta l’anno. I giovani afghani non hanno scelto la guerra che ha plasmato le loro strade. Molti marine erano neonati nel 2001 e già in età da combattimento quando gli Stati Uniti hanno lasciato Kabul.

Il metodo di Knappenberger, lungo tutta la serie, è rimasto lo stesso: materiale d’archivio messo a confronto con interviste del presente, montati perché l’uno interroghi l’altro. Questa grammatica si addice a una storia sull’eredità più che a una sulla strategia. Ciò che una cinepresa può davvero tenere è un volto di oggi, che descrive una ferita apertasi prima che la persona avesse l’età per nominarla. Il trailer organizza il film attorno a questa distanza: il quarto di secolo che separa il giorno dalle vite.

C’è un motivo per cui venticinque anni contano oltre l’anniversario. È all’incirca la durata di una generazione: il tempo perché i bambini di allora abbiano oggi l’età dei loro genitori. Un Paese archivia un’atrocità come una data fissa; chi l’ha assorbita la vive come una durata, una condizione e non un evento. La scommessa del documentario è che questa seconda versione sia la più vera, e che sia rimasta quasi non filmata finché il racconto ufficiale ha tenuto lo sguardo sulle torri.

The White House seen through railings in Turning Point: Generation 9/11
Turning Point: Generation 9/11 / Netflix

Le linee afghana e dei marine svolgono un lavoro silenzioso e necessario. Il pubblico americano è abituato a pensare l’11 settembre come una ferita propria, e per venticinque anni quasi tutte le cineprese sono state d’accordo. Mettere la testimonianza di un giovane afghano accanto a quella di un figlio americano insiste sul fatto che lo stesso evento ha aperto liste di vittime in più di un Paese, e che la guerra lanciata come risposta ha raggiunto persone che non ebbero parte nell’attacco né voce nell’invasione.

Ciò che il film non risolve — e, per come si presenta, non cerca di risolvere — è se una generazione cresciuta dentro le conseguenze di un evento che non ha visto possa davvero voltare pagina, o se l’eredità cambi soltanto forma con gli anni. È la domanda che il titolo consegna allo spettatore per poi lasciarla aperta. Lasciarla aperta è la cosa onesta. Turning Point: generazione 11 settembre esce il 2 settembre su Netflix, un documentario che arriva per l’anniversario degli attentati che si rifiuta deliberatamente di rimettere in scena.

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