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The American Experiment, il documentario Netflix che chiede se l’America possa ancora governarsi

Veronica Loop

Una nazione prossima ai 250 anni avrebbe potuto celebrarsi con i fuochi d’artificio e una rassegna di citazioni dei padri fondatori. La squadra di The American Experiment ha scelto la strada più difficile: riunire americani che non concordano quasi su nulla, metterli davanti alla stessa telecamera e porre loro l’unica domanda che il Paese non ha mai chiuso in due secoli e mezzo. Un popolo può davvero governare se stesso?

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La scommessa si vede nel cast. Brian Knappenberger costruisce la serie con persone che hanno passato la carriera su fronti opposti. Un’ex segretaria di Stato condivide il progetto con due ex vicepresidenti; senatori che voterebbero contro quasi tutto ciò che quei nomi rappresentano hanno lo stesso spazio. Un giudice in pensione della Corte Suprema spiega dall’interno il meccanismo costituzionale. Per gli episodi passano oltre sessanta figure pubbliche, e la serie si rifiuta di appiattirle in un coro conciliante. Il disaccordo non è il difetto: è la forma.

Ciò che suona come omaggio per l’anniversario somiglia di più a una discussione. La serie non tratta il 1776 come un monumento concluso, ma come una proposta irrisolta: la scommessa che persone comuni potessero tenere il potere senza un re, e che quella scommessa non abbia mai smesso di essere messa alla prova. Knappenberger, che in passato ha scavato nel fallimento delle istituzioni più che nel loro orgoglio, torna di continuo alle contraddizioni iscritte nella fondazione: la libertà scritta da uomini che tenevano altri in schiavitù, una repubblica pensata per esprimere e insieme frenare la volontà della maggioranza.

La scelta di montaggio che regge tutto è il rifiuto di separare passato e presente. I materiali d’epoca e le voci — Martin Sheen presta la sua a George Washington — si incrociano con interviste di oggi, finché il dibattito del Settecento e quello del nuovo secolo sembrano la stessa conversazione. Il dubbio privato di Washington sulla durata dell’impresa non è storia archiviata: è una domanda ancora aperta.

Il tempismo è tutto. La serie arriva mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni della Dichiarazione e discutono, più forte che da una generazione, su cosa la fondazione abbia davvero autorizzato. Programmare una lezione di educazione civica in quel momento non è neutrale: chiede a un pubblico che consuma la politica come sport di squadra di stare, per cinque ore, con l’ipotesi che anche chi sta dall’altra parte faccia parte dell’esperimento.

Per Netflix il progetto è strategia quanto linea editoriale. La storia di prestigio apparteneva da tempo alla televisione pubblica e soprattutto a Ken Burns. Affidare una ricognizione in cinque parti sull’era fondativa a Playtone, la casa di Tom Hanks dietro John Adams, dice che la piattaforma vuole anche quell’autorità. È televisione-evento fatta per essere discussa, non per restare di sottofondo.

The American Experiment - Netflix
The American Experiment. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

La serie evita con cura di consegnare un verdetto, e questa misura è la sua scelta più onesta. Mette in scena la scommessa dei fondatori, allinea chi l’ha ereditata e si ferma prima di promettere che l’esperimento funzioni. La domanda finale è la stessa che Washington pronuncia all’inizio: se un Paese costruito su un’idea non collaudata possa continuare a governarsi, o se la risposta arrivi solo a posteriori. La serie non finge di saperlo.

The American Experiment arriva il 24 giugno 2026 su Netflix come serie documentaria in cinque parti. Knappenberger dirige e produce con Tom Hanks, Gary Goetzman e Sarah Huisenga, insieme a Playtone e Luminant. Tra gli intervistati gli ex vicepresidenti Al Gore, Mike Pence e Kamala Harris, l’ex segretaria di Stato Hillary Clinton, l’ex giudice Stephen Breyer e senatori come Ted Cruz, Rand Paul e Ron Wyden, oltre a storici, leader tribali ed esperti militari.

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