Televisione

La guida al genere ucronico: da ‘For All Mankind’ a ‘The Man in the High Castle’

Come funziona la macchina del “che cosa sarebbe successo se” della televisione: il punto di divergenza, le regole che la rendono credibile e le serie in streaming che l’hanno padroneggiata.
Camille Lefèvre

La storia alternativa è il motore del “che cosa sarebbe successo se” della televisione di prestigio. Si prende un singolo momento cardine del passato reale, se ne cambia l’esito e se ne seguono le conseguenze in avanti con una logica implacabile: tutto qui il gioco. Sullo streaming è diventata una delle case più affidabili per il dramma ambizioso e guidato dalle idee, ancorata a un estremo da For All Mankind di Apple TV+, che si chiede che cosa sarebbe successo se l’Unione Sovietica fosse arrivata per prima sulla Luna, e all’altro da The Man in the High Castle di Prime Video, che immagina un’America spartita tra la Germania nazista e il Giappone imperiale dopo la vittoria dell’Asse nella Seconda guerra mondiale.

Il genere si regge su un unico dispositivo tecnico che sceneggiatori e critici chiamano punto di divergenza: l’istante esatto in cui una linea temporale inventata si separa dalla nostra. Tutto ciò che segue deve obbedire a quell’unico cambiamento. Gli studiosi ricorrono a volte al più antico termine europeo ucronia — un “non-tempo”, coniato sul modello di utopia — per descrivere la stessa idea. È questa disciplina a distinguere la forma dalla comune fantascienza. Una buona serie ucronica è meno interessata al gadget che all’onda d’urto, e traccia il modo in cui una singola decisione alterata rimodella la politica, la cultura e le vite comuni nell’arco di decenni.

La tradizione è antica e profondamente letteraria. La speculazione sulle strade non percorse risale allo storico romano Livy, che si chiese che cosa sarebbe potuto accadere se Alexander the Great avesse volto a occidente per combattere Roma. Il genere moderno si è cristallizzato nella fantascienza del Novecento, e un romanzo domina ogni adattamento per lo schermo che ne è seguito: The Man in the High Castle di Philip K. Dick, il libro del 1962 che fece della “vittoria dell’Asse” l’esperimento mentale definitorio del genere. La televisione ha ereditato quel rigore letterario, ed è per questo che i titoli migliori sembrano progettati più che semplicemente immaginati.

Le due serie di punta mostrano l’ampiezza del genere. For All Mankind, creata dal veterano di Battlestar Galactica Ronald D. Moore con Matt Wolpert e Ben Nedivi, tratta la propria divergenza come una rampa di lancio per l’ottimismo: poiché la corsa allo spazio non si è mai raffreddata, ogni stagione balza in avanti di circa un decennio — da un 1969 che si chiude con un cosmonauta che pianta la bandiera sovietica sulla Luna, attraverso gli anni Ottanta e Novanta e fino al ventunesimo secolo e a un Marte conteso. The Man in the High Castle, sviluppata dall’ex produttore di X-Files Frank Spotnitz nell’arco di quattro stagioni, conduce l’esperimento più cupo: gli Stati Uniti degli anni Sessanta divisi tra un est controllato dai nazisti, un ovest occupato dai giapponesi e una zona neutrale senza legge tra i due, dove pellicole di contrabbando alludono alla linea temporale in cui viviamo davvero.

Attorno a questi due pilastri si dispone un’ampia panchina di dramma di prestigio. Watchmen di HBO immaginava un’America in cui i vigilanti in costume sono reali e il Vietnam è diventato il cinquantunesimo Stato; la miniserie della stessa rete The Plot Against America, di David Simon ed Ed Burns e tratta da Philip Roth, drammatizzava degli Stati Uniti che scivolano verso il fascismo dopo che l’aviatore Charles Lindbergh batte Franklin Roosevelt nella corsa alla Casa Bianca. Counterpart di Starz spingeva la premessa nello spionaggio tra mondi paralleli, mentre 11.22.63 di Hulu, tratta da un romanzo di Stephen King, mandava un viaggiatore nel tempo indietro per fermare l’assassinio di Kennedy. Il filo conduttore non è mai l’hardware. È la premessa: cambia un solo fatto, poi onora le conseguenze.

All’interno di quest’unica regola, il genere si divide in declinazioni riconoscibili. C’è la guerra controfattuale — lo scenario della vittoria dell’Asse di The Man in the High Castle — in cui una battaglia o un trattato decisivo va nell’altro verso. C’è lo scambio del grande uomo, in cui una sola elezione o una sola morte (Lindbergh al posto di Roosevelt) ribalta l’intera traiettoria di una nazione. C’è la divergenza tecnologica di For All Mankind, in cui una pietra miliare scientifica arriva in anticipo e trascina il secolo con sé. E c’è la storia segreta, la modalità di Watchmen e di Hunters di Prime Video, che lascia intatto il registro ufficiale ma rivela uno strato nascosto che scorre al di sotto. Ogni declinazione chiede al pubblico di mantenere la stessa doppia visione: il mondo com’è e il mondo come sarebbe potuto essere.

Ciò che accomuna le serie riuscite è la fedeltà alle proprie regole. La storia alternativa non perdona gli imbrogli, e il pubblico allenato al genere se ne accorge subito quando le conseguenze vengono ignorate in favore di una svolta di trama. Le serie più durature costruiscono un sistema causale chiuso — un singolo cambiamento, esteso con rigore — e lasciano che il dramma dei personaggi si svolga al suo interno. Questa struttura è anche il motivo per cui la forma viaggia così bene: il “che cosa sarebbe successo se” è una grammatica universale, e il cardine specifico, che sia una guerra perduta, un’elezione rubata o un lancio di razzo mancato, può essere sostituito con il momento decisivo di qualunque nazione.

Il motivo per cui il genere resiste è che in realtà parla del presente. Ricostruendo il mondo con una sola variabile cambiata, l’ucronia isola le forze — tecnologiche, politiche, morali — che hanno davvero plasmato il mondo che abbiamo avuto. L’infinita corsa allo spazio di For All Mankind è un’argomentazione sull’ambizione e sull’investimento pubblico; l’America occupata di The Man in the High Castle è un monito travestito da thriller. È questa la potenza silenziosa della forma: il passato inventato è uno specchio puntato su quello reale.

Il genere continua a espandersi. For All Mankind ha già prodotto uno spin-off, Star City, che segue la stessa divergenza dal lato sovietico della cortina di ferro — segno che gli streamer trattano ormai la storia alternativa non come un espediente isolato, ma come un motore di franchise. Per gli spettatori, il richiamo è semplice e rinnovabile. La storia offre una scorta infinita di punti cardine, e ognuno di essi è un’altra serie in attesa di essere realizzata.

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