Televisione

Star City debutta su Apple TV+: la corsa alla Luna vista dai sovietici

Martha O'Hara

Da quasi un decennio Apple TV+ porta avanti un Novecento alternativo in cui l’Unione Sovietica è arrivata per prima sulla Luna e la corsa allo spazio non si è mai fermata. Star City riprende quell’universo e passa dall’altra parte della gara: la racconta da dietro la cortina di ferro, dentro il programma che, nella nostra linea temporale, è arrivato secondo.

La serie è il primo spin-off di For All Mankind e scambia il controllo missione di Houston con il mondo chiuso dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence sovietici che lottano per piantare falce e martello sulla Luna. Rhys Ifans guida il cast nei panni del Progettista Capo, la carica il cui titolare reale il Cremlino tenne segreto per anni, l’uomo chiamato a trasformare promesse politiche in razzi che volino davvero.

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Star City porta la firma di Ben Nedivi e Matt Wolpert, la coppia di sceneggiatori che guida For All Mankind stagione dopo stagione, di nuovo accanto al cocreatore del franchise, Ronald D. Moore. La produzione mette insieme Sony Pictures Television e la Tall Ship Productions di Moore, lo stesso nucleo creativo che ha trasformato una sola ipotesi, un cosmonauta sovietico che batte l’Apollo sul suolo lunare, in una delle saghe di fantascienza più solide dello streaming. Moore porta l’istinto che ha plasmato Battlestar Galactica e Outlander: piegare la Storia quel tanto che basta per mostrare come si comportano le persone sotto una pressione impossibile.

Una corsa allo spazio raccontata dalla parte che ha perso

For All Mankind ha sempre guardato la guerra fredda dall’hangar americano, dove lo shock del secondo posto diventava il carburante che teneva in moto la NASA. Star City toglie quella comodità. Ora lo spettatore siede con gli ingegneri nella città segreta alle porte di Mosca, dove il successo era segreto di Stato e il fallimento poteva costare la carriera o la vita. Il Progettista Capo deve tenere in piedi il programma sotto lo sguardo del Partito mentre manda uomini in orbita su macchine che nessuno, all’esterno, può vedere.

Questo punto di vista dà alla serie una grana diversa da quella della serie madre. Funziona tanto come dramma da guerra fredda quanto come racconto spaziale, pieno di sorveglianza, rivalità interne e della distanza tra ciò che il programma sovietico annuncia e ciò che riesce davvero a costruire. Il titolo rimanda a un luogo reale: Star City, a nord-est di Mosca, l’insediamento dove si addestrarono i primi esseri umani a lasciare la Terra.

I volti dentro il programma

Attorno a Ifans, il cast è costruito con le persone che la storia ufficiale quasi mai nominò. Anna Maxwell Martin interpreta Lyudmilla Raskova, Agnes O’Casey è Irina Morozova, Alice Englert appare come Anastasia Belikova e Solly McLeod è Sasha Polivanov. Le loro storie vanno dalla rampa di lancio alle stazioni di ascolto e intrecciano i cosmonauti che volano, gli ufficiali che li sorvegliano e le famiglie a cui non si dice quasi nulla.

La prima stagione conta otto episodi, in uscita a cadenza settimanale e non in blocco, e porta una classificazione TV-MA in linea con il tono adulto e politico del franchise. Arriva mentre Apple TV+ continua a costruire la propria identità intorno alla fantascienza di prestigio. La prova vera è di tono. For All Mankind chiedeva al pubblico di sentire il bruciore della sconfitta e poi di esultare per la rimonta. Star City chiede qualcosa di più strano: sedersi sull’altra sponda della stessa corsa e desiderare che vincano quelli di là. Se un pubblico cresciuto a tifare per la squadra di casa possa compiere quel passaggio è la domanda che la serie apre in sordina, e quella a cui ha otto ore per rispondere.

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