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Paolo su HBO Max: Sébastien Marnier trasforma una campagna elettorale in un thriller di classe

Liv Altman
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C’è un tipo d’uomo a cui il cinema francese continua a tornare: quello che resta appena fuori dalla stanza in cui gli altri decidono il suo destino, abbastanza vicino da osservare, ma mai del tutto ammesso. «Paolo», fin da come viene presentata la serie, appartiene a questa tradizione. Di mestiere trasporta pianoforti e sta organizzando il proprio matrimonio, quando un vecchio compagno di scuola torna nella sua cittadina di provincia portando con sé tutto ciò che a Paolo non è mai stato concesso. Da qui, la premessa promette un lento passaggio dall’ammirazione a qualcosa di più difficile da definire.

«Paolo» è un thriller francese in sette episodi su HBO Max, creato, scritto e diretto da Sébastien Marnier a partire dal suo romanzo d’esordio, Mimi. Jérôme Niel, volto noto al pubblico francese per la commedia, interpreta il protagonista andando contro il proprio tipo: un uomo della classe lavoratrice che riallaccia i rapporti con Téophane Tolbiac, interpretato dall’attore della Comédie-Française Yoann Gasiorowski, un giovane candidato alla carica di sindaco. Fare volontariato per la campagna elettorale offre a Paolo un punto d’appoggio in un mondo che non aveva alcun motivo di includerlo. Ed è proprio lì che cominciano i guai. La serie si presenta come uno studio sul potere e sul fascino. Sotto i manifesti elettorali, però, racconta una storia di classe.

È questa distinzione a mettere in moto l’intera vicenda. Le elezioni comunali in una piccola città francese fanno da sfondo, non sono il tema: al centro c’è la distanza tra il punto da cui parte Paolo e quello verso cui si dirige Téophane. La premessa si chiede se desiderare con tutte le proprie forze di colmare quella distanza equivalga a essere autorizzati a farlo. L’ammirazione è un sentimento consentito, purché resti al suo posto. La tensione nasce dal vedere un uomo decidere, in silenzio, che quel posto si può ridiscutere.

Marnier ha già lavorato su questo registro e ne è diventato uno degli interpreti più affidabili. School’s Out e The Origin of Evil ruotavano entrambi intorno a un estraneo che penetra in un gruppo chiuso, a un senso di angoscia costruito attraverso i dettagli sociali più che con i meccanismi del genere. Portare questa sensibilità in una serie limitata è la scelta interessante del progetto. E la tradizione a cui si richiama è ancora più profonda. È la Francia di La Cérémonie di Claude Chabrol, dove il risentimento di classe si siede a tavola con la borghesia; di Plein Soleil di René Clément, in cui chi non ha nulla desidera non solo il denaro di un ricco, ma il suo intero modo di muoversi nel mondo; di In the House di François Ozon, dove un intruso si scrive, capitolo dopo capitolo, dentro una famiglia che lo affascina. «Paolo» si inserisce in questa genealogia, ridisegnata secondo i tempi più distesi della televisione.

Il fatto che Marnier stia adattando il suo primo romanzo conferisce al progetto un peso particolare. Mimi è stato pubblicato nel 2011, prima che il regista girasse un lungometraggio, e tornarci oggi significa riprendere le ossessioni degli esordi di uno scrittore dopo quindici anni trascorsi a fare cinema proprio su questi temi. La scelta di trasformare il libro in una serie in sette parti, invece che nel singolo film che il materiale avrebbe potuto ispirare un tempo, scommette sul fatto che l’ossessione funzioni meglio come accumulo che come evento. Un libro può restare nella testa di un personaggio per trecento pagine; una serie limitata deve trovare l’equivalente visivo di quell’interiorità, e la forma lunga è ciò che più si avvicina a questo risultato in televisione.

La forma conta anche per un altro motivo. Un film di due ore deve arrivare alla deflagrazione; una serie di sette ore può accumulare tensione. La premessa suggerisce una storia costruita per lasciare che lo squilibrio cresca episodio dopo episodio, finché diventa impossibile indicare con precisione il momento in cui una normale vicinanza si trasforma in qualcos’altro, proprio come nella vita è impossibile tracciare con nettezza confini simili. È questa pazienza a giustificare il racconto in forma seriale, ed è l’aspetto della struttura che più probabilmente distinguerà «Paolo» dalla minaccia ordinata di un thriller per il cinema.

Il cast è una notizia a sé. Jérôme Niel si è fatto conoscere con la commedia francese e i video online, un percorso che gli offre un vantaggio preciso: il pubblico pensa già di sapere come interpretare il suo volto, e un thriller su un uomo diverso da ciò che sembra può sfruttare proprio questa convinzione. Affidare il ruolo di una figura dalla minaccia crescente a un volto comico familiare è una scommessa calcolata, che si inserisce nella lunga tradizione di registi pronti a usare la simpatia spontanea di un interprete come copertura. Attorno a lui, Marnier ha riunito un cast corale ricco: Magalie Lépine-Blondeau, Guslagie Malanda, il cui lavoro in Saint Omer l’ha consacrata come una delle presenze più attente del cinema francese, l’esperta Francoise Lebrun, Marie Oppert, Salif Cissé, Léo Chalié e Philippe Katerine.

L’ambientazione di provincia non è casuale. Le storie francesi per lo schermo abbandonano sempre più spesso Parigi per spostarsi nelle città di medie dimensioni: luoghi in cui le divisioni sociali sono meno vaste e, proprio per questo, più difficili da nascondere; dove tutti sanno da dove viene ciascuno e un’elezione comunale diventa un referendum sull’appartenenza. Una campagna elettorale è una delle poche occasioni rimaste in cui le classi sono costrette a ritrovarsi negli stessi spazi, a stringersi le stesse mani, fingendo per una stagione che la distanza tra loro si possa superare con un voto. «Paolo» colloca la sua storia di ossessione proprio dentro questa camera di pressione.

Ciò che dà forza alla premessa è l’invito rivolto al pubblico a comprendere Paolo, anziché limitarsi a temerlo. Il suo desiderio è comprensibile. La società gli ha fatto capire in mille piccoli modi che certe vite non fanno per lui, e ora davanti a lui si apre una porta che, per un breve momento, sembra accessibile. La premessa resta fedele a questa intuizione, ed è questo che distingue il thriller di classe da una normale storia di stalking: l’intruso non è un mostro estraneo all’ordine sociale, ma il suo prodotto. Fa ciò che quell’ordine gli ha insegnato silenziosamente a desiderare, per poi punirlo perché lo desidera.

Per HBO Max, la serie è anche una mossa strategica. È un dramma di prestigio in lingua francese e ambientato in Francia, pensato per una piattaforma globale, parte della stessa espansione verso produzioni originali europee in lingua locale su cui le piattaforme di streaming hanno puntato per crescere al di fuori dei propri mercati d’origine. Prodotto da Mintee Productions e Asacha Media Group, società di Fremantle, «Paolo» è il tipo di titolo concepito per raggiungere il pubblico internazionale facendo leva su una premessa universale raccontata con un accento ben riconoscibile: per questo arriva contemporaneamente in più di venti mercati, invece di attendere una distribuzione internazionale graduale.

Resta la domanda attorno a cui ruota la serie, e a cui per sua natura non può rispondere fino in fondo: l’ammirazione era davvero il sentimento in gioco, oppure l’ossessione è semplicemente ciò che produce l’immobilità sociale quando non trova altra via d’uscita? Una storia del genere non si risolve con un verdetto su un singolo uomo. Se funziona, lascia piuttosto un disagio nei confronti della scala stessa e del numero di persone che è stata progettata per tenere a terra.

«Paolo» sarà disponibile in streaming su HBO Max dal 25 settembre 2026, con sette episodi in francese sottotitolati. La serie è creata, scritta e diretta da Sébastien Marnier, co-scritta con Juliette Soubrier e adattata dal romanzo Mimi; la produzione è affidata a Mintee Productions e Asacha Media Group, società di Fremantle. I protagonisti sono Jérôme Niel e Yoann Gasiorowski.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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