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Sam Altman, capo di OpenAI, all’ONU: «L’IA va costruita per le persone, non solo per far girare le macchine più in fretta…»

Adrian Kessler
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Da anni Sam Altman interpreta contemporaneamente due ruoli: l’uomo che sta costruendo l’intelligenza artificiale più potente sul mercato e quello che mette il mondo in guardia dai suoi rischi. Davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il numero uno di OpenAI ha cercato una frase capace di tenere distinti questi due ruoli — e, presa da sola, è una buona frase.

«L’IA dovrebbe essere progettata per le persone, non semplicemente per far girare più velocemente gli ingranaggi delle macchine fine a se stessi».

Lo ha detto al Consiglio di sicurezza, come riportato da Analytics Insight, nell’ambito di un’argomentazione più ampia: i sistemi potenti devono restare sotto il controllo umano e le regole che li riguardano dovrebbero essere scritte dai governi, non soltanto dai laboratori. La frase traccia un confine: da una parte un’IA progettata per le persone, dall’altra un’IA costruita per accelerare fine a se stessa. Pronunciata da quasi chiunque, sembrerebbe un principio elementare. Ma detta dall’amministratore delegato dell’azienda che più di tutte sta facendo girare quegli ingranaggi, è anche un’affermazione su chi abbia il diritto di decidere dove passa quel confine.

Altman è una figura rara: al tempo stesso architetto e voce d’allarme. Dagli stessi podi da cui invoca misure di salvaguardia annuncia sistemi più capaci di quelli che hanno dato origine all’ultimo ciclo di audizioni. Intervenendo il 23 settembre, ha alzato il livello della scena — dai panel di Davos e dalle sale delle audizioni del Senato al Consiglio di sicurezza — senza però cambiare copione: prudenza nelle parole, accelerazione nei piani. Al Consiglio ha sostenuto che gli sviluppatori «non dovrebbero addestrare modelli se non siamo in grado di sostenere con argomenti estremamente solidi che potremo mantenerli sotto controllo umano» e che le decisioni più importanti «non possono essere prese soltanto dai laboratori di San Francisco».

È qui che la frase diventa interessante, e che occorre esaminarla da vicino. Le regole di governance di cui parla Altman saranno elaborate proprio dagli Stati a cui si è rivolto; e chiunque definisca cosa significhi «progettata per le persone» stabilisce anche quali sviluppatori siano già all’altezza di quel criterio. Un laboratorio di frontiera che contribuisce a scrivere il regolamento non è una parte neutrale. Nulla di tutto questo rende vuoto il suo avvertimento. Il rischio che indica — sistemi che corrono più velocemente delle istituzioni incaricate di sorvegliarli, decisioni concentrate in troppe poche mani — è reale, e parlarne apertamente al Consiglio di sicurezza alza il prezzo per chi preferirebbe mantenere vaga la questione. Significa semplicemente che, ormai, anche il messaggero fa parte del messaggio.

Interpretata con benevolenza, la frase esprime un principio etico: mantenere l’essere umano nel processo decisionale e considerare l’IA uno strumento che rafforza la capacità di agire, non una macchina che trasforma le persone nei propri input. Letta anche per quello che è — una mossa di posizionamento da parte del protagonista più esposto del settore — è un tentativo di dettare i termini delle regole in arrivo, presentandosi al contempo come la voce più adulta nella stanza. Le due interpretazioni possono essere vere insieme. Ed è proprio questo a rendere Altman difficile da liquidare e difficile da fidarsi.

La manovella continua a girare mentre il mondo decide a chi debba servire. La sincerità della frase si misurerà soltanto su una cosa: se OpenAI sarà disposta a rallentare quando «per le persone» e «più velocemente» finiranno per indicare direzioni diverse.

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